Una base militare italiana nel Kurdistan iracheno è stata colpita stanotte da quello che il ministro della Difesa Guido Crosetto, confermando il fatto, ha definito “un attacco deliberato”. “Si tratta di una base Nato nell’ambito dell’operazione Inherent Resolve, quindi è anche una base americana. Già nei giorni scorsi erano avvenuti incidenti o tentativi d’attacco”, ha dichiarato alla Rai senza indicare con certezza chi sia responsabile dell’accaduto.
Il drone e i danni alla base
In un primo momento il Ministero della Difesa aveva parlato del possibile impatto di un missile. Successivamente alcune fonti hanno chiarito che la struttura sarebbe stata colpita da un drone, probabilmente di tipo Shahed, che, secondo le ricostruzioni preliminari, potrebbe non essere stato diretto contro la base stessa ma aver perso quota prima di schiantarsi contro un veicolo militare utilizzato per attività logistiche.
Non risultano vittime né feriti tra i militari italiani né tra il personale civile presente nella struttura. Le autorità italiane hanno confermato che “stanno tutti bene”.
Oggi nella zona di Erbil sono state avvertite due esplosioni, un elemento che conferma il clima di forte instabilità che caratterizza l’area e apre la questione della permanenza dei contingenti italiani in zone ormai definibili di conflitto. L’Italia non ha preso parte all’operazione Usa-Isreale ‘Epic Fury’, e ieri la premier Giorgia Meloni ha ribadito in Parlamento che il Paese non è in guerra né intende entrarci, ma la presenza di contingenti nella regione rischia in qualche modo di coinvolgerlo.
L’ipotesi delle milizie filo-iraniane
“Non è certo il luogo di partenza dei droni, probabilmente saranno partiti da basi di iracheni filo-iraniani“, ha dichiarato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in un punto stampa. ”Stiamo valutando dal punto di vista tecnico che tipo di droni siano”, ha aggiunto spiegano che ci sono stati danni “ma non di enorme entità”.
Il titolare della Farnesina ha inoltre fatto sapere che il governo italiano ha avviato immediatamente verifiche sulla situazione della sicurezza nel Paese. ”Abbiamo appena concluso una videoconferenza con l’ambasciatore in Iraq e con il console d’Italia a Erbil”, ha spiegato, ricordando che è già stata avviata una riduzione del personale diplomatico presente “sia in ambasciata a Baghdad, sia nel consolato a Erbil per ragioni di sicurezza”.
Anche il ministro Crosetto ha ricordato al Tg1: “Abbiamo preferito lasciare in quella base il personale che è rimasto ancora in missione perché è più sicuro degli alberghi. Abbiamo già fatto rientrare 102 persone in Italia da quella missione, ne abbiamo trasferiti una quarantina in Giordania e degli attuali 141 era già in fase di programmazione un rientro che non è facile, perché non è possibile mandare un aereo e quindi deve avvenire via terra, probabilmente via Turchia”.
La reazione del governo italiano
Dopo l’attacco, Tajani ha espresso su X solidarietà ai militari italiani impegnati nella missione: “Ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil. Ho parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria”. Anche la premier Giorgia Meloni, in un post su X, ha espresso “solidarietà e vicinanza ai nostri soldati”.
Il ministro ha inoltre annunciato contatti con le autorità locali per monitorare l’evoluzione della situazione. ”Oggi parlerò con le autorità del Kurdistan iracheno e con il ministro degli Esteri dell’Iraq per fare un punto della situazione, sempre per garantire un’azione che sia a favore della pace, del dialogo e della riapertura del negoziato”.
Il contingente e le misure di sicurezza
Secondo quanto raccontato a Sky TG24 dal comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, il personale era stato avvisato della minaccia aerea e ha potuto mettersi al riparo in tempo nelle strutture protette. Il contingente italiano della missione ‘Prima Parthica’ si è quindi rifugiato nei bunker della struttura. Il personale è stanco ma la situazione resta sotto controllo e, come spiegato dallo stesso comandante, “il morale è alto”.
“Siamo preparati ed addestrati per queste situazioni”, ha sottolineato.
Il ruolo della base italiana a Erbil
La presenza militare italiana nel Kurdistan iracheno, nell’ambito della missione Prima Parthica, è parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti chiamata Operation Inherent Resolve, creata per contrastare l’avanzata del gruppo jihadista Isis (o Daesh) in Iraq e Siria.
Camp Singara, la base situata nei pressi di Erbil e in una posizione strategica tra Siria, Turchia e Iran, è stata creata nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis. Come ha chiarito Pizzotti, il contingente italiano nell’ambito di Prima Parthica “si occupa di addestramento delle truppe locali curde su richiesta del governo iracheno. Poco prima dell’inizio della crisi era stato effettuato un alleggerimento del contingente. Oggi ci sono meno persone di quelle che dovrebbero esserci nella normalità”.
La base tuttavia è anche uno dei principali hub logistici per le forze della Coalizione e della Nato che operano nel nord dell’Iraq e lungo il confine siriano. Colpire installazioni della coalizione significa colpire simbolicamente la presenza occidentale nella regione e tentare di destabilizzare una delle aree dell’Iraq che negli ultimi anni era rimasta relativamente più stabile.
La nuova Guida Suprema: “Non ci ritireremo mai”
lntanto oggi è arrivata la prima dichiarazione della nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso il 28 febbraio, che non è apparso in video. Le sue parole sono state invece lette da un conduttore tv: “Tutte le basi statunitensi nella regione dovrebbero essere immediatamente chiuse, altrimenti saranno attaccate”. “Non ci ritireremo mai. Vendicheremo i nostri martiri, vendicheremo il sangue di tutti i nostri cittadini. I nostri nemici pagheranno il prezzo, perché ci sarà una vendetta”, ha continuato invitando a mantenere chiuso lo stretto di Hormuz.
Un appello a cui il comandante della Marina della Guardia rivoluzionaria iraniana, Alireza Tangsiri, ha risposto prontamente dichiarando su X: “In obbedienza al comandante supremo, manteniamo la nostra strategia di chiusura dello Stretto di Hormuz, infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore”.
Infine, da Mojtaba Khamenei un avvertimento ai Paesi vicini: “Dobbiamo avere buoni rapporti, siamo pronti a migliorare i rapporti“, ma “se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano”.
—
Politics
content.lab@adnkronos.com (Redazione)



