Mentre Washington e Bruxelles inaspriscono i toni contro Pechino, accusando la Cina di essere un “rivale sistemico”, l’opinione pubblica europea sembra muoversi in una direzione diversa, improntata a un forte pragmatismo economico. Un recente studio, pubblicato su Review of International Political Economy, ha messo in luce un divario profondo tra le strategie di “sicurezza economica” promosse dai leader politici e le priorità degli elettori. L’indagine, basata su un sondaggio condotto su oltre 8.700 cittadini in cinque Paesi chiave dell’Unione europea (Francia, Germania, Italia, Polonia e Svezia), ha rilevato che solo un terzo degli europei sostiene attivamente restrizioni commerciali nel settore dell’alta tecnologia contro la Cina.
Il peso della neutralità
Il dato più sorprendente emerso dalla ricerca è l’alto livello di incertezza. Quasi la metà dei rispondenti (48%) ha dichiarato di non essere né a favore né contro il divieto di esportare tecnologie avanzate, come i semiconduttori, verso la Cina. Il sostegno esplicito si ferma al 28%, mentre il 24% si oppone apertamente a tali misure.
Questa diffusa indifferenza suggerisce che il concetto di “geoeconomia”, cioè l’uso del commercio come arma politica, non ha ancora fatto breccia nel sentire comune dei cittadini europei, i quali sembrano guardare con sospetto a una possibile escalation delle tensioni.
Sicurezza o contenimento economico?
I ricercatori hanno testato se diverse motivazioni potessero spostare l’ago della bilancia. Hanno presentato ai cittadini due giustificazioni: proteggere la sicurezza nazionale (evitando che i chip vengano usati per scopi militari) o rallentare l’ascesa economica della Cina. Ciò che è emerso è che entrambe le narrazioni producono livelli di sostegno simili. Gli europei non sembrano essere più disposti a sacrificare il commercio se viene evocata la minaccia alla sicurezza rispetto a una semplice competizione economica. In sintesi, l’argomento della “minaccia geopolitica” russa o cinese, pur onnipresente nel dibattito istituzionale, non sembra generare un “effetto bandiera” automatico tra la popolazione.
I costi economici spaventano
Se le ragioni strategiche non convincono, quelle economiche colpiscono nel segno. Il sondaggio evidenzia che il sostegno alle restrizioni crolla drasticamente quando ai cittadini vengono presentati i potenziali costi economici per il proprio Paese.
Gli europei percepiscono chiaramente il compromesso tra obiettivi geopolitici e benessere materiale. Di fronte alla prospettiva di perdite di posti di lavoro, minori entrate fiscali o ritorsioni commerciali da parte di Pechino, la propensione a seguire la linea dura di Washington si affievolisce. Questo atteggiamento riflette una priorità accordata ai guadagni commerciali rispetto alle considerazioni di sicurezza, posizionando l’elettore medio europeo su una linea più cauta rispetto a quella statunitense.
L’Italia è il Paese più scettico
Esistono differenze significative tra le nazioni coinvolte. L’Italia è risultata il paese con il minor livello di sostegno alle restrizioni commerciali contro la Cina. Questa cautela riflette la posizione dei decisori politici italiani, storicamente preoccupati dalle guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina e interessati a mantenere aperti i canali di dialogo, come dimostrato in passato dalla firma del memorandum sulla Nuova via della Seta.
Al contrario, la Svezia mostra il sostegno più alto alle misure restrittive, coerentemente con un’opinione pubblica nazionale generalmente più critica verso Pechino. La Francia, invece, emerge come l’unico Paese in cui i cittadini si dicono più disposti ad accettare perdite economiche se la questione viene posta in termini di sicurezza nazionale.
Verso l’autonomia strategica?
I risultati di questo studio pongono una sfida seria per l’Unione europea. Mentre la Commissione europea promuove iniziative come il Chips Act per rafforzare l’autonomia tecnologica, i cittadini sembrano poco inclini a sostenere politiche di coercizione economica che possano danneggiare la propria economia.
L’indagine suggerisce che molti europei non percepiscono ancora la Cina come una minaccia diretta alla propria sicurezza, a differenza di quanto accade per la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. In questo contesto, la spinta verso una “autonomia strategica” europea potrebbe tradursi non in un allineamento automatico agli Usa, ma in una via pragmatica che cerchi di preservare i benefici degli scambi globali, finché questi non presentino rischi economici insostenibili.
Per i leader di Bruxelles, la lezione è chiara: per ottenere il consenso pubblico su una politica estera più aggressiva, occorrerà dimostrare che la sicurezza non ha un prezzo troppo alto da pagare per le tasche dei cittadini.
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