La firma c’è, la foto di rito anche: dopo oltre 25 anni di negoziati l’Unione europea e Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, (Paesi del Mercosur) hanno sottoscritto l’accordo che dà vita all’area di libero scambio più grande del mondo, forte di oltre 700 milioni di consumatori. Dopo l’ok ricevuto il 9 gennaio dalle capitali, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è volata sabato scorso ad Asunción, in Paraguay, insieme al commissario europeo per il commercio Maroš Šefčovič, che ha materialmente apposto la storica firma. Ma ora c’è un altro passo da compiere, non affatto scontato: la ratifica dell’Europarlamento, dove i contrari all’intesa hanno già promesso battaglia. E si comincia subito: l’Aula voterà mercoledì prossimo (21 gennaio) in plenaria una risoluzione che potrebbe sospendere tutto a data da destinarsi.
Il voto che può fermare tutto: il rinvio alla Corte di giustizia
Nello specifico, gli eurodeputati dovranno esprimersi su una risoluzione che invita la Corte di Giustizia europea a verificare la base giuridica e alcuni meccanismi dell’intesa commerciale. L’iniziativa è stata avviata a novembre da 145 eurodeputati del Partito Popolare Europeo, S&D (Socialisti e Democratici), Renew (Liberali), Verdi e La Sinistra.
Se la risoluzione passasse, la ratifica dell’accordo col Mercosur rimarrebbe congelata fino all’arrivo del parere della Corte, che potrebbe anche chiedere correzioni o cambi di impostazione se dovesse ritenere l’intesa non conforme con i trattati dell’Unione. Cosa che rimetterebbe tutto in discussione.
La clausola più scottante sotto la lente è il cosiddetto meccanismo di riequilibrio dell’accordo: gli oppositori temono che, se future norme Ue (su ambiente o salute pubblica) riducessero i benefici commerciali del Mercosur, i partner sudamericani possano attivare misure compensative o aprire contenziosi, con un effetto di freno sulla capacità europea di legiferare.
C’è poi la questione istituzionale: diversi eurodeputati sostengono che l’intesa debba essere trattata come “mista”, ovvero che richieda la ratifica anche da parte dei parlamenti nazionali, e contestano l’idea che Bruxelles possa “correre” con la sola parte commerciale.
Se invece la risoluzione non venisse approvata, il voto dell’Europarlamento sulla ratifica potrebbe svolgersi tra febbraio e maggio.
Ma l’esito dalla votazione è in bilico, con pochi eurodeputati sufficienti a spostare il risultato in un senso o in un altro. Tra gli oppositori, oltre ai partiti che hanno proposto la risoluzione, si prevede ci siano i gruppi di estrema destra Patrioti e Sovranisti. Il Ppe, cui appartiene von der Leyen, dovrebbe votare contro, ma, avendo difeso per anni gli agricoltori, la posizione dei suoi membri non è scontata. Tanto che, riporta Politico, si sta discutendo di chiedere un voto segreto in modo da consentire ai deputati di votare senza timore di ripercussioni pubbliche.
Non è la prima volta che l’Europarlamento prova a usare la strada della Corte. Un tentativo precedente non era arrivato al voto perché, secondo il servizio giuridico dell’assemblea, mancava un passaggio procedurale: il Consiglio non aveva ancora formalizzato l’avanzamento necessario. Ora però il Consiglio ha autorizzato la firma il 9 gennaio, e questo ha sbloccato lo scenario.
Cosa c’è nell’accordo (e perché molti lo difendono)
Bruxelles presenta l’intesa come un salto di scala: due accordi (Ita ed Empa, il primo solo commerciale e il secondo esteso alla cooperazione politica e settoriale), maggiore certezza per scambi e investimenti, e una logica geopolitica di diversificazione in un mondo di dazi e blocchi e dove le materie prime critiche sono diventate centrali. Non a caso, la Commissione parla di un’intesa “storica e ambiziosa”.
Secondo le stime dell’esecutivo, le esportazioni europee verso il Mercosur potrebbero crescere del 39%, per un valore di circa 49 miliardi di euro l’anno. L’intesa infatti prevede la progressiva eliminazione dei dazi sulle esportazioni europee, dagli alimentari ai grandi prodotti industriali come automobili, macchinari e farmaci. Inoltre punta a facilitare gli investimenti e a rendere più sicure le catene di approvvigionamento: tutti aspetti resi fondamentali dalla politica tariffaria messa in campo dal presidente Usa Donald Trump e dalla dipendenza dalla Cina per quanto riguarda i minerali.
“Scegliamo il commercio equo invece dei dazi, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine invece dell’isolamento e, soprattutto, intendiamo offrire benefici reali e tangibili ai nostri popoli e alle nostre aziende”, ha affermato von der Leyen commentando la firma dell’intesa.
Ma non tutti la pensano così. Anche tra le capitali, c’è chi il 9 gennaio ha votato no (oltre al Belgio che si è astenuto), e affida le ultime speranze a Strasburgo: Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria e su tutti la Francia. Il motivo dell’ostilità è il timore che in seguito all’accordo il mercato europeo venga inondato di importazioni, soprattutto per prodotti agricoli e carni bovina prezzi più bassi, frutto delle regole meno stringenti su ambiente, pesticidi e tracciabilità cui sono soggette le aziende latinoamericane.
Non a caso i più grandi avversari sono gli agricoltori, che in queste settimane sono scesi in piazza e nelle strade con i trattori e che hanno organizzato ulteriori ampie manifestazioni a Strasburgo in occasione del voto dell’Europarlamento.
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