“Keep on rockin’ in the free world”. Neil Young si rivolge agli abitanti della Groenlandia, citando uno dei suoi classici: “Continuate a suonare nel mondo libero”. Nessun piano, nessuna voce, né una chitarra: questa volta, il cantautore canadese, naturalizzato statunitense, sceglie uno strumento geopolitico. Nel mirino c’è il presidente Usa Donald Trump.
Un regalo digitale alla Groenlandia nel mirino di Trump
Nel pieno del nuovo braccio di ferro tra Donald Trump, la Danimarca e l’Europa sull’isola artica, Neil Young ha deciso di offrire il suo archivio digitale ai residenti della Groenlandia gratuitamente per un anno.
Per The Loner (questo uno dei tanti soprannomi affibbiati alla rockstar) il suo è un gesto di “pace e amore” rivolto a una popolazione che vive sotto le “minacce ingiustificate” della Casa Bianca, che vuole trasformare la Groenlandia in una sua proprietà. Una politica espansionistica d’altri tempi, insopportabile per Neil Young che ha cancellato il suo archivio da Amazon per regalarlo alla gente dell’isola.
Mi auguro che possiate ascoltare la mia musica nella vostra splendida casa in Groenlandia, con la massima qualità possibile. È un gesto di pace e amore. Potrete esplorare tutto ciò che ho creato negli ultimi 62 anni e rinnovare l’abbonamento gratuitamente finché rimarrete in Groenlandia. Spero che altre organizzazioni seguano quest’esempio.
Sito ufficiale di Neil Young
Chiunque si trovi fisicamente in Groenlandia avrà accesso gratuito per 12 mesi all’intero catalogo dei Neil Young Archives, audio in alta qualità, film-concerto e materiale d’archivio. In un territorio da 56mila abitanti al centro di una contesa geopolitica globale, Young prova a inserire una contro-narrazione di stampo culturale: non solo ghiaccio, basi militari e risorse, ma anche identità e libertà di scegliere da che parte stare.
Cosa ha fatto Neil Young
Nel messaggio pubblicato sui Neil Young Archives, il cantautore spiega che l’accesso gratuito è pensato per “alleviare almeno un po’ dello stress ingiustificato e delle minacce” che i groenlandesi stanno subendo da Trump. Il meccanismo è semplice: la piattaforma riconosce se l’utente si collega dalla Groenlandia e, in quel caso, sblocca gratuitamente per un anno il “pass” a tutto il catalogo, che normalmente sarebbe a pagamento.
Il boicottaggio di Amazon e il nodo Bezos–Trump
Nello stesso ciclo di messaggi, Neil Young rilancia il boicottaggio di Amazon, chiedendo ai fan di cancellare gli abbonamenti alla piattaforma. Il bersaglio non è solo il colosso dello streaming, ma il suo fondatore Jeff Bezos, accusato di sostenere direttamente Donald Trump. Per dimostrare la sua tesi, Young ricorda due passaggi: la donazione di 1 milione di dollari che Amazon ha fatto al fondo inaugurale di Trump e la decisione di trasmettere la cerimonia su Prime Video, che ha trasformato un atto politico in uno show internazionale.
Non utilizzate Amazon. Esistono molti modi per evitare la piattaforma e sostenere aziende e cittadini americani che offrono gli stessi prodotti. Io l’ho fatto con la mia musica, che non sarà mai disponibile su Amazon finché Bezos ne sarà proprietario. Purtroppo questo comporta alcune conseguenze a breve termine per l’etichetta, ma penso che il messaggio sia chiaro. Grazie a chi continua ad acquistare musica da negozi locali e servizi digitali indipendenti.
Sito Ufficiale di Neil Young
Insomma, per la rockstar canadese consumare musica su Amazon non è più una scelta neutrale, ma un modo per legittimare un ecosistema di potere che passa dalle big tech alla Casa Bianca, fino alle decisioni sull’Artico e sui popoli che lo abitano. Il ritiro del suo catalogo da Amazon Music diventa così il rovescio del regalo alla Groenlandia: togliere valore a una piattaforma che sostiene il presidente, aggiungerne – almeno simbolicamente – a una comunità che teme di essere messa all’asta.
Dalla musica alla politica: come gli artisti possono influenzare il dibattito pubblico
La mossa di Neil Young riaccende una questione mai sopita: quanto pesa la voce di un artista nelle dinamiche globali? Non è la prima volta che il rocker canadese usa la sua opera come strumento di pressione politica — basti pensare alla battaglia contro Spotify per la disinformazione sui vaccini o alle canzoni contro l’amministrazione Bush.
Oggi, però, il contesto è cambiato: nell’era della frammentazione digitale, un musicista non si limita più a scrivere inni di protesta, ma agisce direttamente sui canali di distribuzione. Regalare un accesso o negarlo (come nel caso di Amazon) diventa un atto politico tangibile, capace di generare notizia e consapevolezza su temi complessi come la sovranità artica, che altrimenti resterebbero confinati nelle pagine di esteri. Gli artisti, svincolati dalle diplomazie ufficiali, possono dire ciò che i governi alleati (come quello danese) devono filtrare per protocollo. In questo modo, il focus si sposta dai freddi calcoli di geopolitica ai diritti umani, minacciati dalle politiche espansionistiche del tycoon.
Sempre più spesso gli artisti (e le celebrità in generale) invitano la gente comune a prendere posizione anche solo ascoltando — o scegliendo di non ascoltare — una canzone.
Cultura pop, piattaforme e potere
Il caso Young–Groenlandia mostra come cultura pop e piattaforme digitali si intreccino con la geopolitica. Da un lato un artista usa il proprio catalogo come leva culturale, dall’altro, una big tech sostiene l’amministrazione americana, incluse le mire espansionistiche del presidente.
Mai come oggi, questa storia è un promemoria: la competizione per l’Artico non si gioca solo tra governi, ministeri della difesa e tavoli Nato, na passa anche attraverso chi controlla i flussi culturali, gli archivi musicali, le piattaforme di distribuzione e le narrazioni che arrivano nelle case di Nuuk come in quelli di Berlino o Roma.
Tra Washington, Copenaghen e Bruxelles, la popolazione groenlandese rivendica il diritto di non essere una inerte pedina da muovere sulla scacchiera del mondo, né tanto meno uno di quei territori strategici da conquistare a Risiko per vincere la partita.
Neil Young ha annunciato la sua presa di posizione due giorni fa, il 26 gennaio, ma il principio promosso dalla leggenda della musica rock parte da lontano. “There’s a world you’re living in / No one else has your part”, “C’è un mondo in cui vivi, in cui nessun altro può fare la tua parte“, cantava Young nel brano “There’s a World”.
Era il 1972, da allora tante cose sono cambiate. Altre sono rimaste identiche.
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