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Péter Magyar, perché il suo trionfo in Ungheria è importante per Ue e Ucraina?

Péter Magyar ha stravinto le elezioni ungheresi, ponendo fine a 16 anni di governo Orbán che avevano allontanato Budapest dall’Ue, tanto da coniare la formula di una Unione in formato 26+1 e da provocare il congelamento dei fondi europei destinati all’Ungheria. Il leader di Tisza è riuscito a superare la soglia della supermaggioranza (133 seggi) conquistando 138 seggi su 199 nel Parlamento ungherese. Un traguardo che sarebbe importante in qualsiasi democrazia, ma che diventa cruciale alla luce di un assetto istituzionale profondamente modificato dal 2010 ad oggi.

La supermaggioranza permetterà al neopresidente ungherese di portare dalle parole ai fatti la sua politica, con inevitabili conseguenze sull’Unione europea e sull’Ucraina, che nell’Ungheria di Orbán ha sempre trovato un alleato di Putin inserito nella compagine europea.

Per Bruxelles, il leader di Fidesz è stato il principale ostacolo alle decisioni comuni su Ucraina, stato di diritto e politica energetica. Ma per capire cosa cambia davvero — e cosa no — occorre guardare oltre il risultato elettorale.

Chi è Magyar e da dove viene

Nonostante l’euforia dei partiti di sinistra, Magyar non è un progressista e Tisza, il suo partito, fa parte del Ppe, il principale gruppo di centro-destra all’interno dell’Unione europea. È un ex insider del sistema Fidesz, cresciuto politicamente all’interno di quella stessa macchina che ha poi contribuito a smontare. La sua ex moglie , Judit Varga, è stata ministra della Giustizia sotto il governo Orbán dal luglio 2019 al luglio 2023, quando si è dimessa per candidarsi all’Europarlamento. Dopo il divorzio, avvenuto a marzo di quell’anno, Varga ha accusato l’ex marito di abusi; accuse che Magyar ha sempre respinto e su cui i giudici non si sono ancora espressi.

Lo scandalo corruzione e l’ascesa di Magyar

La svolta è arrivata nel febbraio del 2024 quando un enorme scandalo politico ha coinvolto l’ex moglie e l’allora presidente della Repubblica ungherese Katalin Novàk, che, con la firma della ministra, aveva concesso la grazia a un uomo condannato per complicità in un caso di abusi sessuali sui minori.
Fu allora che Magyar annunciò le proprie dimissioni dai consigli di amministrazione delle aziende pubbliche di cui faceva parte e l’uscita da Fidesz, un partito che aveva tradito i valori della famiglia e messo in cantina la trasparenza.
Ritenendo molto grave quanto emerso dallo scandalo, Péter Magyar si presentò al pubblico ungherese come un politico pronto a denunciare dall’interno la corruzione del partito di governo, di cui aveva fatto parte per più di vent’anni.

Su molte questioni, il neopresidente ungherese non ha idee distanti da Orbán, tanto che, come riportato da varie testate, alcuni sostengono di vedere in lui una versione più giovane di Orbán.

Un leader conservatore, ma liberale, per l’Ue

Nonostante Tisza sia un partito di centrodestra, Magyar solo l’11% dei suoi elettori si è dichiarato conservatore: gran parte degli elettori altri lo hanno votato perché rappresentava l’unica via per detronizzare il “Viktator“. Una necessità fortemente avvertita dalla popolazione ungherese, come dimostra l’affluenza record che sfiora il 78%.

Il nuovo presidente dell’Ungheria è dunque un nazionalista moderato che ha scelto l’Europa invece di Mosca, la trasparenza invece del clientelismo, senza però rinunciare a posizioni rigide sull’immigrazione.

Il nodo dei fondi europei congelati

La priorità immediata di Magyar è anche quella su cui Bruxelles lo aspetterà al varco: sbloccare i fondi europei sospesi per violazioni dello stato di diritto. Dei circa 27 miliardi di euro stanziati per l’Ungheria nel quadro finanziario pluriennale Ue, 17 miliardi sono stati congelati dalla Commissione europea per l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura, la corruzione sistemica negli appalti pubblici e il controllo politico sui media.

Magyar ha promesso l’adesione immediata alla Procura europea (Eppo), lo strumento Ue di contrasto alle frodi sul bilancio comunitario, sempre rifiutato da Orbán, e lo smantellamento del controllo del governo sulla magistratura ungherese. Ha anche annunciato l’istituzione di un organismo nazionale per il recupero dei beni sottratti durante l’era precedente.

Sono impegni che, se mantenuti, apriranno la strada allo sblocco dei fondi. Ma Bruxelles sa che tra la legge approvata in Parlamento e la sua applicazione reale c’è uno spazio che in Ungheria, negli ultimi anni, si è rivelato molto elastico.

Ucraina, sarà ancora un’Ue 26+1?

Sul dossier ucraino il cambiamento rispetto a Orbán è netto nel linguaggio, più sfumato nella sostanza. Durante la campagna elettorale, Magyar ha riconosciuto pubblicamente la Russia come aggressore e l’Ucraina come vittima dell’invasione segnando una rottura rispetto alla narrazione orbaniana di “neutralità”, che di fatto si era tradotta in anni di copertura diplomatica per Mosca e ostruzionismo sistematico verso Kiev in sede europea. Il veto ungherese sul pacchetto di assistenza macrofinanziaria Ue da 50 miliardi per l’Ucraina sarà rimosso.

No alla procedura di adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue

Le linee rosse, però, esistono e Magyar le ha dichiarate con chiarezza: Niente armi letali fornite dall’Ungheria a Kiev, niente transito di forniture militari sul territorio ungherese, niente truppe. Una posizione dettata dalla cautela interna (una parte rilevante dell’elettorato ungherese rimane sensibile alla vicinanza geografica al conflitto) ma anche da una lettura genuinamente conservatrice del ruolo geopolitico del Paese.
Péter Magyar non si oppone al diritto dell’Ucraina di candidarsi all’adesione Ue, ma è contrario all’ipotesi di una procedura di adesione accelerata. Il neopresidente ungherese ha proposto un referendum nazionale per ratificare l’eventuale integrazione: una posizione che, tradotta in tempi concreti, significa che l’ingresso di Kiev nell’Ue non sarà facilitato dall’Ungheria di Magyar molto più di quanto lo fosse con quella di Orbán.

L’indipendenza energetica dalla Russia

Una delle eredità più pesanti di Orbán è la dipendenza strutturale dell’Ungheria dall’energia russa. A differenza degli altri Paesi Ue, Budapest aveva resistito a tutte le pressioni per ridurre le importazioni di gas e petrolio da Mosca, ottenendo persino esenzioni temporanee dalle sanzioni europee.
Sul punto, Magyar ha fissato l’obiettivo della sovranità energetica entro il 2035 e ha dichiarato di voler allineare Budapest alle politiche energetiche europee. Quest’impegno riguarda non solo la politica estera, ma la struttura economica di un Paese le cui infrastrutture di approvvigionamento sono costruite attorno ai gasdotti russi. Il percorso sarà lungo, costoso e politicamente insidioso.

Il rebus migratorio e il Gruppo di Visegrád

Su un punto Magyar ha idea molto simili al suo predecessore: l’immigrazione. L’ex membro di Fidesz ha dichiarato che si opporrà al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e alle quote di ricollocamento, e che manterrà un presidio rigoroso alla frontiera meridionale ungherese. La differenza rispetto a Orbán sta nel metodo: invece di violare apertamente i trattati o usare il veto come arma di ricatto sistematica, Magyar intende negoziare le posizioni ungheresi all’interno delle istituzioni.

Sul fronte regionale, il primo viaggio ufficiale di Magyar sarà a Varsavia per rilanciare il Gruppo di Visegrád (V4, insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), rimasto paralizzato dall’isolamento orbaniano. Il nuovo presidente dell’Ungheria è politicamente molto vicino all’omologo polacco Donald Tusk: sono entrambi di centrodestra, europeisti, e rigidi sull’immigrazione.

Un asse forte Budapest-Varsavia segnerebbe un cambio sostanziale per Bruxelles che ritroverebbe nel Gruppo di Visegrád un interlocutore costruttivo e non più un blocco di resistenza alle politiche comunitarie.

Cosa si aspetta davvero Bruxelles

A Bruxelles nessuno si aspetta una trasformazione radicale e immediata. Magyar eredita uno Stato le cui istituzioni — magistratura, media pubblici, appalti, fondazioni universitarie — sono ancora popolate da figure nominate nell’era Fidesz, spesso con mandati lunghi e protetti dalla legge. Smontare quella rete richiederà anni, e la Commissione europea userà questo tempo per valutare i passi concreti sul piano dell’Eppo e dell’indipendenza giudiziaria. Solo in caso di una valutazione positiva, potrà procedere allo sblocco dei fondi comunitari.

D’altra parte, la caduta di Orbán ha effetti immediati nel clima politico. Dopo quasi due decenni, l’Ungheria smette di essere il freno a mano del Consiglio europeo su ogni dossier sensibile e promette di restituire fluidità al processo decisionale dell’Ue. Un risultato non da poco per un’Unione alle prese con un contesto geopolitico sempre più incerto.

Politics

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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