Le acque dello Stretto di Hormuz, quella striscia di mare larga 90 chilometri attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, non erano state così affollate di navi da guerra da decenni. A metà febbraio, cacciatorpediniere e fregate di Russia, Cina e Iran si muovono insieme in quello che Mosca ha battezzato il “Maritime Security Belt 2026“. A poca distanza, l’Uss Abraham Lincoln e tre navi da guerra americane dotate di missili Tomahawk presidiano le stesse acque da angolazioni opposte.
Intanto, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha fissato i prossimi appuntamenti e avvisato il tycoon: “La sottomissione alle minacce non è un’opzione sul tavolo”.
Joined by nuclear experts, I will meet @rafaelmgrossi on Mon for deep technical discussion. Also meeting @badralbusaidi ahead of diplomacy with U.S. on Tues.
I am in Geneva with real ideas to achieve a fair and equitable deal.
What is not on the table: submission before threats— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) February 16, 2026
Il fronte a tre: la mossa di Mosca e Pechino
Mentre a Ginevra si tratta, nello Stretto di Hormuz si mostra la forza. Le esercitazioni del “Maritime Security Belt 2026” rappresentano la settima edizione di un formato avviato nel 2019 e ripetuto ogni anno. Nella versione 2025 hanno partecipato circa quindici navi tra russe, cinesi e iraniane, con una decina di Paesi osservatori tra cui Azerbaigian, Pakistan, Qatar, Iraq ed Emirati Arabi Uniti.
L’edizione 2026 si svolge in un momento di pressione militare americana senza precedenti nell’area, il che amplifica il valore politico della manovra ben oltre gli obiettivi tattici dichiarati di “rafforzare la sicurezza marittima” e “contrastare il terrorismo navale”.
L’assistente presidenziale russo Nikolai Patrushev ha confermato pubblicamente la partecipazione congiunta delle tre marine, mentre l’Iran chiudeva parzialmente lo Stretto di Hormuz per alcune ore durante le proprie esercitazioni a fuoco, il 17 febbraio. Una scelta di tempismo tutt’altro che casuale: la chiusura temporanea dello Stretto è avvenuta il giorno prima del round di Ginevra, per mandare un messaggio a Washington.
Un asse militare ed economico
Le esercitazioni navali sono la parte visibile di un’intesa più profonda. Sul piano nucleare, Russia e Iran hanno firmato nel 2025 un accordo da circa 25 miliardi di dollari per la costruzione di nuove centrali atomiche in territorio iraniano. Mosca, esperta nel campo grazie alla flotta ombra russa, aiuta Teheran ad aggirare le sanzioni petrolifere attraverso reti finanziarie e commerciali parallele che alimentano anche i fondi dei Pasdaran e dei loro proxy regionali.
La Cina, dal canto suo, ha con l’Iran un accordo di cooperazione ventennale che prevede fino a 400 miliardi di dollari di investimenti in energia, infrastrutture e trasporti, con un capitolo specifico su addestramento militare congiunto, sviluppo di sistemi d’arma e scambio di intelligence.
Non a caso, Netanyahu e Trump hanno concordato sull’opportunità di aumentare la pressione sulle esportazioni petrolifere iraniane verso Pechino, che oggi assorbono oltre l’80% delle vendite di greggio iraniane. Colpire quel canale significherebbe infliggere un danno economico reale a Teheran, ma anche complicare le relazioni con la Cina.
Il pressing americano e l’ultimatum di Trump
La pressione degli Stati Uniti su Teheran si è fatta esplicita e senza margini di ambiguità nel corso di febbraio. Il presidente Trump ha inviato direttamente una lettera alla guida suprema iraniana Ali Khamenei, contenente una serie di condizioni precise:
- smantellamento completo del programma di arricchimento dell’uranio;
- trasferimento dell’intero stockpile di uranio arricchito a un Paese terzo;
- fine del sostegno ai gruppi proxy regionali (Hezbollah, Houthi, milizie irachene);
- limiti al programma missilistico balistico.
In cambio, Washington promette a Teheran di rimuovere le sanzioni e di normalizzare le relazioni diplomatiche.
A dicembre, secondo quanto riporta Cbs News, il presidente Usa avrebbe fatto sapere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, in assenza di un accordo con Teheran, avrebbe sostenuto gli attacchi israeliani contro il programma missilistico balistico iraniano.
L’inviato speciale americano, Steve Witkoff, ha poi specificato pubblicamente che le strutture di Natanz, Fordow e Isfahan — i tre pilastri del programma nucleare iraniano — devono essere fisicamente smantellate. Non sospese, non monitorate: demolite. Witkoff ha aggiunto che se il prossimo round di colloqui non produrrà risultati, Washington “perseguirà opzioni alternative”. Un linguaggio diplomatico che, tradotto, lascia poco spazio all’interpretazione.
Il 10 febbraio, Trump aveva già alzato il tono in un’intervista: se Teheran non accettasse le condizioni americane entro tempi brevi, la risposta militare sarebbe stata “dura e severa“. Ha anche fatto trapelare di aver discusso una possibile tempistica per attacchi aerei contro le installazioni nucleari iraniane.
I nodi del negoziato a Ginevra
Le trattative formali si sono svolte a Ginevra il 17-18 febbraio. Secondo tre funzionari iraniani che hanno parlato al New York Times, Teheran si è dichiarata disponibile a sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo di tre-cinque anni, corrispondente alla durata del mandato Trump, partecipare a un consorzio regionale per l’arricchimento a fini civili e diluire il proprio stockpile di uranio in loco, sotto supervisione degli ispettori internazionali.
In cambio, l’Iran chiede la rimozione completa delle sanzioni finanziarie e bancarie e la fine dell’embargo sulle esportazioni di petrolio, con garanzie che le misure non siano facilmente reversibili in caso di cambio di amministrazione a Washington.
Nonostante i passi avanti, resta il nodo più stretto: il vicepresidente Usa Jd Vance ha dichiarato che Teheran “non ha risposto alle domande fondamentali” degli Stati Uniti. In pratica, Washington vuole lo smantellamento permanente, mentre Teheran considera “non negoziabile” una rinuncia definitiva al programma. La guida suprema Khamenei ha respinto le condizioni di Trump definendole “eccessive e oltraggiose”, considerando che gli States hanno messo nel mirino non solo il nucleare, ma anche i missili iraniani. Dal punto di vista di Teheran, accogliere tutte le richieste americane significherebbe non avere alcuna capacità difensiva in caso di attacco.
Un consigliere del leader supremo, Shamkhani, ha descritto le richieste del tycoon con una metafora: “Parla di un ramo d’ulivo, ma vediamo solo filo spinato“.
La posta in gioco per l’Europa
In tutto questo, l’Europa osserva con crescente preoccupazione. Francia, Germania e Gran Bretagna — l’E3 che ha storicamente partecipato ai negoziati sul nucleare iraniano — sono citate esplicitamente nelle condizioni iraniane: Teheran chiede che Washington persuada i tre Paesi europei a non attivare lo “snapback“, il meccanismo Onu che consente di reintrodurre automaticamente tutte le sanzioni multilaterali.
A dispetto della geografia, la questione ci è particolarmente vicina perché attraverso lo Stretto di Hormuz passa una quota rilevante del gas naturale liquefatto (gnl) che alimenta l’Europa, ancora alle prese con la riconfigurazione delle proprie forniture energetiche dopo la rottura con la Russia. Un’escalation militare nel Golfo — o anche solo una chiusura prolungata dello Stretto — si tradurrebbe in un’impennata dei prezzi dell’energia con effetti immediati sulle economie europee.
Il sostegno dell’asse Russia-Cina all’Iran si poggia su un interesse comune dei tre Paesi: erodere la credibilità della deterrenza americana, ciascuno con motivazioni proprie. Per Mosca, impegnare Washington nel Golfo significa alleggerire la pressione in Ucraina. Per Pechino, proteggere le proprie forniture energetiche e guadagnare influenza strategica. Per Teheran, non restare sola di fronte a un ultimatum che, nella sua versione massimalista, chiederebbe di consegnare le chiavi del proprio programma nucleare con poche certezze all’orizzonte.
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