Benché oscurato dal raid statunitense in Venezuela e dalla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, il 2026 ha preso il via con uno sviluppo significativo in ambito fiscale: è riemerso il progetto di stabilire una tassazione minima globale, che ha richiesto un decennio di negoziati internazionali in seno all’Ocse, è stato approvato dal G7 nel 2021 e applicato in alcuni Paesi (tra cui quelli dell’Ue) nel 2024, solo per essere stracciato dagli Stati Uniti a inizio 2025, nei primissimi giorni della seconda presidenza di Donald Trump. Ma il 5 gennaio l’Ocse ha annunciato che le parti coinvolte hanno raggiunto un accordo sulle fondamenta di un nuovo pacchetto “side-by-side” (fianco a fianco) pensato per salvare il progetto e farlo coesistere con il regime Usa.
Il ritorno del Pillar 2 (con caratteristiche Usa)
Al centro della questione c’è il cosiddetto “Pillar 2”, il secondo pilastro dell’accordo che mira a garantire che le grandi imprese multinazionali paghino un’aliquota minima nei Paesi in cui operano. L’idea alla base è quella di contrastare le pratiche con cui queste realtà registravano gli utili nei Paesi a bassa o nulla imposizione, riducendo la base imponibile nei Paesi dove svolgono realmente l’attività. Come conseguenza molti Stati vedevano ridursi il gettito su profitti generati nel proprio territorio, mentre una quota crescente degli utili finiva in paradisi fiscali: l’esempio principe per l’Ue è stata a lungo l’Irlanda, Paese che ospita la maggior parte delle sedi fiscali delle grandi aziende (specie tecnologiche e farmacologiche) Usa e che per anni ha mantenuto un’aliquota sulle società del 12,5%.
Con l’applicazione dell’accordo, 147 giurisdizioni (tra cui Dublino e le altre capitali europee, insieme ai membri del G7 e del G20, Cina e India incluse), hanno applicato una soglia minima di tassazione del 15% per i gruppi multinazionali con ricavi consolidati annui di almeno 750 milioni di euro. Il sistema prevede anche un meccanismo di compensazione per cui scatta un’imposta integrativa se in un determinato Paese una multinazionale finisce per pagare meno del 15%. E con il recente accordo “side-by-side”, tutti i partecipanti hanno accettato che Washington applichi un’aliquota del 14%, tollerando la differenza pur di mantenerla all’interno del quadro multilaterale. Così facendo, gli Usa hanno conservato lo status di “safe harbour” (porto sicuro) e protetto le proprie aziende dalla tassa integrativa che gli altri Paesi avrebbero potuto imporre.
La ritirata strategica di Bruxelles
Per l’Unione europea l’accordo ricorda da vicino quello raggiunto nell’estate del 2025 in cui ha accettato dazi unilaterali Usa sulle sue esportazioni: rappresenta una capitolazione dettata dalla necessità di evitare una guerra commerciale devastante con l’amministrazione Trump. Non solo il nuovo accordo presenta deroghe al Pillar 2 che favoriscono parecchio gli States: nei fatti i partner, incluse le capitali Ue, hanno accettato che le aziende statunitensi godano di una flessibilità negata ai gruppi europei. Nella pratica, il nuovo status quo potrebbe spingere le imprese a spostare capitali verso giurisdizioni Usa per beneficiare della possibilità di pianificazione fiscale aggressiva che il Pillar 2 in origine mirava a eliminare.
Come sottolinea il think tank paneuropeo Bruegel, mentre le regole originali facevano scattare tasse aggiuntive per chi riceveva troppi sgravi fiscali, le nuove norme permettono di concedere incentivi legati a investimenti reali (come stipendi e macchinari) senza aumentare il carico fiscale dell’azienda. Questa modifica avvantaggia parecchio gli Usa, che utilizzano ampiamente questo tipo di sconti, ma rischia di riaccendere una concorrenza fiscale sleale tra le nazioni, penalizzando soprattutto i Paesi in via di sviluppo che non possono permettersi di offrire vantaggi simili per attirare capitali.
Per quanto riguarda l’Ue, il centro studi evidenzia come abbia capitolato pur partendo da una posizione di forza legale, perché la propria direttiva interna volta ad applicare la tassa minima globale dichiarava esplicitamente che il sistema fiscale Usa non era compatibile con gli standard internazionali. Grazie alle norme dell’accordo, i Paesi europei avrebbero avuto il potere di tassare i profitti delle multinazionali americane operanti nel proprio territorio, qualora avessero pagato troppo poco in patria. Ma la resistenza europea si è incrinata di fronte alla minaccia di pesanti ritorsioni commerciali da parte di Washington.
Il “bastone” di Trump: la Sezione 899
L’offensiva statunitense ha preso la forma di una misura estremamente aggressiva, nota come sezione 899, inserita nel maxi-pacchetto legge “One Big Beautiful Bill” voluto da Trump. Questa clausola prevede sanzioni durissime, sotto forma di massicce ritenute alla fonte, contro i Paesi che avessero osato applicare tasse integrative alle società americane. La tensione è giunta a un punto di svolta nel giugno 2025, quando Francia e Germania, temendo un isolamento economico e danni commerciali irreparabili, hanno deciso di cedere alle richieste statunitensi, aprendo la strada a un nuovo accordo parallelo, ricorda Bruegel.
Per evitare di dover riscrivere formalmente le leggi europee (procedura complessa che richiede l’unanimità), l’accordo è stato presentato tecnicamente come un “safe harbour”. Questo escamotage ha permesso alla Commissione europea di integrare le nuove regole senza modificare la direttiva esistente, sancendo al contempo un vantaggio competitivo per gli Usa e la vittoria della paura di ritorsioni politiche e fiscali sulla coerenza normativa dell’Ue e permettendo a Washington di proteggere le proprie aziende e di rafforzare la sua capacità di attrarre investimenti stranieri.
La nuova frontiera della tassazione digitale
Nonostante l’asimmetria a favore di Washington, il quadro della tassazione minima non è totalmente collassato grazie ad alcuni meccanismi di salvaguardia. Per prima cosa oltre 46 giurisdizioni, inclusi molti paradisi fiscali, hanno implementato tasse minime domestiche che scattano prima di qualsiasi regola statunitense, permettendo ai Paesi dove si produce il reddito di incassare il 15% prima che i profitti vengano “mischiati” nel sistema americano. Il sistema viene dunque preservato, scontando il 14% concesso agli Usa. In più, la sopravvivenza dei protocolli di scambio di informazioni e peer review garantisce che, pur con eccezioni, esista ancora un’architettura comune contro l’evasione fiscale internazionale.
Inoltre, come contropartita politica gli Stati Uniti hanno riaperto il dialogo sulla tassazione dell’economia digitale (il Pillar 1 dell’accordo Ocse). Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha concluso la sua dichiarazione sull’accordo side-by-side affermando che gli Usa si muoveranno “verso un dialogo costruttivo” in quest’ambito. Si tratta di un cambio di passo da quando Trump ha sospeso la partecipazione degli Usa ai negoziati su una convenzione multilaterale per l’attuazione del Pillar 1, che avrebbe fornito una soluzione per consentire ai Paesi di prelevare una quota dei profitti delle più grandi società multinazionali, comprese le piattaforme digitali.
“È dubbio che gli Usa accetteranno mai una soluzione multilaterale sulla tassazione digitale, che darebbe alle giurisdizioni diritti di tassazione su parte dei profitti delle aziende statunitensi di maggior successo. È altrettanto dubbio che gli Usa non si oppongano a eventuali giurisdizioni che continuano ad applicare misure unilaterali”, rileva Bruegel, sottolineando che sarà “estremamente interessante” osservare lo sviluppo sul Pillar 1 nei prossimi mesi, specialmente tra Usa e Ue.
Washington tende a raggruppare le preoccupazioni sulle misure fiscali unilaterali con altri temi, come le regole Ue in materia digitale: a fine 2025, nel corso della loro visita a Bruxelles, i funzionari dell’amministrazione Trump hanno di fatto condizionato la discussione sulla riduzione dei dazi Usa su acciaio e alluminio (tema lasciato aperto nell’accordo di luglio) al “bilanciamento” delle leggi Ue in campo digitale e alla “risoluzione” dei casi aperti contro le aziende Usa, mossa che la numero due della Commissione, Teresa Ribera, ha definito “un ricatto”.
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