Se gli Usa invadono la Groenlandia, l’Ue è obbligata a intervenire in soccorso della Danimarca, di cui l’isola artica fa parte come territorio autonomo? Una questione che fino a poco tempo fa poteva sembrare una domanda-trabocchetto destinata al concorso per diplomatici, ma che nelle ultime settimane è diventata un’ipotesi con cui fare i conti davvero. Il presidente americano Donald Trump infatti è tornato ad avanzare pretese sulla regione appena rimesso piede alla Casa Bianca (lo aveva già fatto durante il suo primo mandato, ma in modo più blando), arrivando a dire, e a ribadire in questi ultimi giorni, che siccome l’isola è essenziale alla sicurezza degli Stati Uniti loro se la prenderanno “con le buone o con le cattive“. Se necessario, perciò, anche con un’intervento militare.
Una tattica negoziale?
Dopo aver catturato e incarcerato il presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio, il tycoon è passato ad occuparsi con molta decisione della Groenlandia, scatenando scompiglio e paura nella vecchia Europa. Perché se davvero Trump invadesse l’isola, l’Ue non avrebbe mezzi concreti per difenderla, e anche li avesse, dovrebbe muoverli contro l’antico alleato, che oggi si è trasformato in una minaccia e che possiede la potenza militare più forte della storia. Non solo, ma vedrebbe sgretolarsi l’Alleanza atlantica, dato che la Danimarca è un membro della Nato: un’ipotesi che non sembra impressionare l’inquilino della Casa Bianca, e certamente non tanto quanto gli europei, che dopo la Seconda Guerra mondiale hanno sempre goduto – non gratuitamente, va detto – della protezione dell’Alleanza e di Washington.
Quella di Trump può essere una tattica negoziale, ovvero sparare molto in alto in modo da rendere più accettabile, quasi irrifiutabile, un accordo che altrimenti non si sarebbe mai considerato. D’altronde in questi giorni l’entourage del presidente Usa lo ha ripetuto: l’opzione preferita è un’intesa. Ma quale intesa? Domani – 14 gennaio – il segretario di Stato americano Marco Rubio e i ministri degli Esteri danese e groenlandese si incontreranno, e capiremo che aria tira.
Ma siccome l’ipotesi ‘uso della forza’ è stata costantemente minacciata e ripetuta dall’amministrazione statunitense, l’Ue si sta chiedendo cosa fare, mentre la Nato prova con l’appeasement e lavora, con Regno Unito e Germania in testa, a un maggiore impegno nell’Artico – area effettivamente strategica – per far desistere Trump dai suoi propositi.
Cosa prevede L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea
E sta rispolverando l’articolo 42 paragrafo 7 del Tue, che introduce una clausola di assistenza reciproca tra gli Stati membri dell’Unione europea in caso di aggressione armata verso uno di loro. Sarebbe valida anche in questo caso?
In pratica, l’art. 42.7 Tue stabilisce che se uno Stato membro “subisce un’aggressione armata sul suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, nel rispetto dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”, che riconosce il diritto di legittima difesa individuale e collettiva.
Si tratta quindi di un obbligo giuridico vincolante, inserito nel diritto primario dell’Ue. Ma che non automatizza l’intervento militare: ogni Stato decide con ampia discrezionalità modalità e strumenti dell’assistenza (militari, logistici, finanziari, di intelligence, politici). La disposizione non crea una catena di comando unica e non attiva meccanismi automatici come quelli della Nato, operando su un piano parallelo e non sostitutivo rispetto all’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica, che resta anzi il fondamento della loro difesa collettiva europea (almeno per ora).
Un esempio è proprio l’unica volta in cui la clausola sia stata attivata, ovvero nel 2015 dalla Francia, dopo gli attentati terroristici di Parigi. In quel caso non ci fu un’operazione militare unitaria del blocco: gli Stati membri offrirono piuttosto sostegno bilaterale (missioni, intelligence, supporto operativo).
L’articolo 42.7 del Tue contiene poi una precisazione importante: “L’obbligo in capo ai membri non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa di alcuni Stati”. Quindi Paesi con tradizione di neutralità (come Austria, Irlanda, Malta) non sono automaticamente obbligati a un intervento militare diretto.
L’articolo 42.7 Tue si applica alla Groenlandia?
Detto questo, sorge un’altra questione: la Groenlandia si trova in realtà in una sorta di zona grigia, cosa che gioca a favore di Trump perché la rende un bersaglio relativamente più ‘soft’: il territorio non è tecnicamente parte dell’Unione europea, anche se i suoi cittadini sono cittadini europei in quanto cittadini danesi. La Groenlandia infatti, come anticipato, è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, e non fa parte dell’Ue dal 1985 a seguito di referendum, mantenendo uno status speciale di Paese e Territorio d’Oltremare.
Tuttavia, resta legata a uno Stato membro del blocco. Un’eventuale crisi che coinvolgesse direttamente la Groenlandia secondo alcuni analisti potrebbe non attivare automaticamente la clausola, salvo che l’aggressione fosse qualificata come rivolta contro la Danimarca in quanto Stato sovrano. Ma l’ambiguità rimane, e dunque la possibilità di ricorrere alla mutua assistenza non è del tutto esclusa dagli esperti. Rimane anche un dato di fatto: l’Unione non possiede un proprio esercito e quindi come abbiamo visto la clausola di solidarietà sarebbe nelle mani dei singoli Stati, ammesso che vogliano procedere. Come ha affermato senza tanti fronzoli la scorsa settimana l’influente consigliere di Trump, Stephen Miller: “Chi si scontrerà militarmente con gli Usa per l’isola artica? Nessuno lo farà“.
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