Ad Abu Dhabi si riapre il dossier ucraino con un vertice trilaterale tra Ucraina, Russia e Stati Uniti. Sul tavolo ci sono il futuro dei territori orientali, le garanzie di sicurezza offerte da Washington e il ruolo politico dell’Europa, messo apertamente in discussione da Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino arriva a questo appuntamento dopo giorni di esposizione internazionale a Davos, segnati da interventi pubblici critici verso l’Unione europea e da nuovi contatti con l’amministrazione americana.
Il negoziato negli Emirati non nasce con l’obiettivo immediato di chiudere la guerra, ma di verificare se esistano margini concreti per rimettere in movimento un processo fermo da mesi. Kiev lo considera un passaggio necessario per chiarire posizioni, responsabilità e priorità, in una fase in cui il confronto militare resta aperto e la pressione diplomatica si concentra sempre più sui contenuti di un’eventuale intesa.
I territori dell’est al centro del confronto di Abu Dhabi
La questione dei territori occupati nell’est dell’Ucraina domina l’agenda del vertice. Lo ha chiarito lo stesso Zelensky, definendo il Donbass “cruciale” e riconoscendo che si tratta della parte più complessa dei colloqui.
La delegazione ucraina riflette questa priorità: al tavolo siedono il consigliere per la sicurezza nazionale Rustem Umerov, il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il negoziatore parlamentare David Arakhamia e il capo di Stato maggiore Andrii Hnatov. “Ho chiesto a Hnatov di arrivare in aereo da Kiev, l’esercito deve essere presente”, ha spiegato il presidente, segnalando che la dimensione militare resta centrale anche nella fase diplomatica.
Gli Stati Uniti saranno rappresentati da Jared Kushner e Steve Witkoff, arrivati negli Emirati dopo un passaggio a Mosca. La Russia invia una delegazione guidata dal direttore del Gru Igor Kostyukov, affiancato da Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato del Cremlino per gli investimenti esteri, che incontrerà Witkoff separatamente a margine della sessione. La struttura degli incontri conferma la natura frammentata del formato: sessioni comuni, bilaterali paralleli, canali che restano distinti. Un precedente tentativo di negoziato multilaterale era già stato avviato a Istanbul, con incontri a livello di delegazioni che non avevano prodotto avanzamenti concreti sul piano politico. Anche allora il confronto si era scontrato con la distanza sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza, lasciando aperti nodi che tornano ora al centro del tavolo di Abu Dhabi.
Zelensky ha spiegato che ad Abu Dhabi verranno discusse “diverse varianti” per affrontare l’impasse territoriale, senza fornire dettagli. Una prudenza che segnala quanto il tema resti sensibile, anche sul piano interno. Kiev continua a ribadire che qualsiasi accordo dovrà rispettare l’integrità territoriale del Paese, mentre Mosca mantiene il controllo su porzioni significative dell’est. In mezzo, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperto il canale negoziale, consapevoli che il nodo dei confini rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi intesa.
Le garanzie di sicurezza e il ruolo di Washington
Parallelamente al capitolo territoriale, il vertice di Abu Dhabi si innesta su un lavoro già avanzato sul fronte delle garanzie di sicurezza. Zelensky ha dichiarato che il documento con gli Stati Uniti è “completato” e che mancano soltanto la firma formale dei presidenti e l’approvazione dei parlamenti di Washington e Kiev. Un passaggio che il governo ucraino considera determinante per dare credibilità a qualsiasi accordo futuro.
Il tema è stato al centro anche degli incontri a Davos tra Zelensky e il presidente americano Donald Trump, definiti dal leader ucraino “positivi, produttivi e sostanziali”. In un messaggio pubblicato al termine del Forum, Zelensky ha parlato di contatti quotidiani tra i team e di documenti “preparati ancora meglio”. Particolare attenzione è stata dedicata alla difesa aerea: il presidente ucraino ha ringraziato Trump per il precedente pacchetto di missili e ha chiesto un ulteriore rafforzamento, considerato indispensabile per la protezione della popolazione.
Trump, dal canto suo, ha confermato di aver avuto numerose conversazioni sull’Ucraina e di aver riscontrato, sia da Vladimir Putin sia da Zelensky, la volontà di arrivare a un accordo. Allo stesso tempo, ha ridimensionato le aspettative legate ai colloqui negli Emirati, sostenendo che un incontro, da solo, non garantisce risultati immediati. “Se non ci s’incontra, non succederà nulla. Quindi ci incontreremo e vedremo cosa succederà. Spero che potremo salvare molte vite”, ha detto ai giornalisti.
Nelle sue dichiarazioni, Trump ha anche ribadito che l’impegno americano è motivato in larga parte dalla stabilità europea. “Lo sto facendo più per l’Europa che per me”, ha affermato, sostenendo che il conflitto è geograficamente lontano dagli Stati Uniti ma ha un impatto diretto sul continente europeo. Un messaggio che pesa sullo sfondo del negoziato e che contribuisce a ridefinire le responsabilità politiche tra le due sponde dell’Atlantico.
Zelensky rimprovera l’Europa
È proprio sul ruolo europeo che Zelensky ha scelto di alzare il tono a Davos. Nel suo intervento al World Economic Forum, il presidente ucraino ha espresso un giudizio severo sulla capacità dell’Unione di agire come soggetto politico unitario. “L’Europa sembra ancora più una questione di geografia, storia e tradizione che una vera forza politica. Non una grande potenza”, ha dichiarato, mettendo in discussione la credibilità del continente come attore globale.
Nel suo intervento, il presidente ucraino ha insistito sulla necessità che l’Europa esca da quella che ha definito “modalità Groenlandia”, criticando una risposta percepita come timida alle minacce di Donald Trump sull’isola artica e, più in generale, alle sfide strategiche globali. “Anziché assumere la leadership nella difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa appare smarrita”, ha detto, citando l’invio di “30 o 40 soldati” europei in missione di ricognizione come esempio di un messaggio debole verso la Russia e la Cina. “Qual è il messaggio che mandiamo a Putin, alla Cina?”, ha chiesto dal palco, collegando direttamente questo approccio alla gestione della guerra in Ucraina.
Pur ringraziando partner come il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron per l’impegno sulle garanzie di sicurezza e sul congelamento degli asset russi, Zelensky ha denunciato l’assenza di decisioni quando si è trattato di utilizzarli. “Quando è arrivato il momento di utilizzarli, la decisione è stata bloccata” ha detto. Lo stesso schema, secondo Kiev, si ripete sul progetto di un tribunale internazionale per l’aggressione russa, sul quale “nonostante molti incontri” non si sono registrati “progressi concreti”.
Il messaggio di Davos è stato accompagnato da un avvertimento più ampio: l’indipendenza dell’Ucraina, secondo Zelensky, è direttamente legata alla sicurezza europea. “L’indipendenza dell’Ucraina è necessaria perché domani potreste dover difendere il vostro stile di vita”, ha affermato in chiusura del suo intervento, collegando il destino di Kiev a quello del continente.
Pressioni incrociate sui colloqui
Il vertice di Abu Dhabi si colloca quindi in una fase in cui diplomazia e pressione pubblica procedono in parallelo. Zelensky, parlando ai giornalisti a margine del Forum di Davos, ha avvertito che il momento è delicato e che l’esito dipenderà dal comportamento di tutte le parti coinvolte. “Siamo in un momento in cui, credo, se tutte le parti lavoreranno sodo, potremo porre fine a questa guerra. Ma se qualcuno giocherà sporco, la guerra continuerà”.
Trump ha detto di essere convinto che Putin farà concessioni, perché “tutti le stanno facendo e dovranno continuare a farle”, Europa compresa. Allo stesso tempo, ha ribadito la convinzione che il leader russo volesse tutta l’Ucraina, pur sostenendo che non potrà ottenerla se si raggiungerà un accordo. Per il presidente americano, la complessità del conflitto risiede anche nella geografia e nelle infrastrutture, nei “limiti e confini, nelle strade e nei fiumi” che rendono difficile una soluzione rapida.
In questo quadro, Abu Dhabi rappresenta un passaggio operativo più che risolutivo. I dossier sul tavolo restano aperti, le distanze significative, le pressioni politiche evidenti. Kiev cerca di fissare paletti chiari prima che eventuali stanchezze o ricalibrature occidentali riducano il margine negoziale. Mosca punta a capitalizzare il controllo sul terreno. Washington mantiene la leva decisiva delle garanzie di sicurezza. L’Europa, chiamata in causa direttamente da Zelensky, resta il convitato più esposto di questo passaggio, osservato e giudicato non solo per ciò che promette, ma per ciò che è disposta a fare.
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