Un abbraccio dura pochi secondi, non lascia tracce materiali, non produce effetti immediatamente visibili. Eppure, il 21 gennaio gli viene dedicata una giornata mondiale. Non perché sia raro in sé, ma perché non è più garantito. Il gesto resta elementare, ma le condizioni che lo rendono possibile si sono ristrette. Oggi l’abbraccio dipende dalla qualità e dalla stabilità delle relazioni, dalla presenza di qualcuno con cui condividerlo, dal tempo e dallo spazio per farlo. Non è più incorporato nella struttura ordinaria della vita sociale.
Quando la Giornata mondiale dell’abbraccio nasce negli Stati Uniti, negli anni Ottanta, il problema è un altro. Il contatto fisico esiste, ma è trattenuto da convenzioni culturali: un eccesso di formalismo, una certa goffaggine nel manifestare affetto nello spazio pubblico. La ricorrenza serve a legittimare un gesto già praticato, non a compensarne la mancanza. Oggi il significato si è spostato. Non si celebra per incoraggiare, ma per ricordare. Non per rompere una rigidità, ma per segnalare una distanza che si è allargata insieme alle trasformazioni delle famiglie, delle coppie, delle traiettorie adulte.
Quando l’abbraccio non era un problema
Negli anni in cui la Giornata dell’abbraccio prende forma, il contatto fisico è parte della normalità. Le relazioni sono più stabili, le famiglie più numerose, le traiettorie di vita più prevedibili. L’abbraccio non dipende da un’agenda, né dalla tenuta di legami intermittenti. È incorporato nella quotidianità: in casa, nei luoghi di lavoro, nelle reti di prossimità. La ricorrenza nasce per smussare un eccesso di formalismo, non per supplire a una mancanza strutturale.
Oggi il quadro è cambiato. In Europa e nei Paesi avanzati cresce il numero di persone che vivono sole, aumenta la quota di adulti senza partner stabile, si allunga il tempo che separa l’uscita dalla famiglia d’origine dalla formazione di una nuova. Le convivenze iniziano più tardi e si interrompono più spesso. Il lavoro si è frammentato, in parte smaterializzato. Una quota crescente di interazioni avviene senza presenza corporea. In questo contesto l’abbraccio non scompare, ma diventa selettivo: resta accessibile a chi ha relazioni solide, si rarefà per chi vive ai margini delle reti affettive.
È qui che la ricorrenza cambia funzione. Non è più un invito a superare l’imbarazzo, ma un promemoria implicito di ciò che non è più automatico. La celebrazione segnala una trasformazione profonda delle condizioni sociali che rendevano il contatto fisico una componente ordinaria della vita adulta.
Il corpo come punto di equilibrio
La scienza ha iniziato a misurare gli effetti di questa distanza. Uno studio pubblicato su Trends in Cognitive Sciences ha ricostruito il ruolo del contatto fisico come esperienza multisensoriale, capace di integrare tatto e temperatura e di incidere su percezione corporea e legami sociali. Laura Crucianelli, docente di Psicologia alla Queen Mary University di Londra, descrive l’abbraccio come un richiamo primario alla connessione: gli esseri umani sono orientati alla vicinanza e il corpo reagisce prima ancora che intervengano codici culturali o scelte razionali.
Il segnale chiave è il calore. La temperatura corporea è uno dei primi input di protezione percepiti dall’essere umano: nel grembo materno, nelle cure precoci, nelle interazioni affettive. Durante un abbraccio, la combinazione di stimoli tattili e termici rafforza il senso di appartenenza al corpo e contribuisce a stabilizzare l’equilibrio emotivo: è un processo neurofisiologico che coinvolge circuiti profondi del sistema nervoso.
Il rilascio di ossitocina e la riduzione dello stress fisiologico sono risposte documentate al contatto fisico. Meccanismi che incidono sulla capacità di regolazione emotiva e sul benessere mentale. Quando il contatto viene meno, il corpo non smette di richiederlo. È la struttura delle relazioni a non essere più in grado di fornirlo in modo continuo.
Salute, protezione e disuguaglianze di prossimità
Gli effetti dell’abbraccio si estendono anche alla salute fisica. In un approfondimento pubblicato sul sito di Humanitas Gavazzeni, la psicologa Agnese Rossi richiama studi che collegano il contatto a benefici misurabili sul sistema immunitario e cardiovascolare. Il gesto attiva una cascata neuroendocrina: endorfine, ossitocina, serotonina. Ormoni e neurotrasmettitori che contribuiscono a ridurre ansia e stress, a modulare la pressione sanguigna, a sostenere le difese immunitarie.
Uno studio condotto nel 2014 all’università di Pittsburgh ha osservato circa 400 persone, valutando quantità e qualità degli abbracci ricevuti quotidianamente. Dopo l’esposizione al virus del raffreddore, chi riferiva contatti frequenti e con forte significato emotivo si ammalava meno e recuperava più rapidamente. Un dato rafforza un’evidenza: il supporto sociale passa anche dal corpo.
Il problema è che l’accesso al contatto fisico segue linee sociali precise. Gli anziani che vivono soli, i giovani adulti senza relazioni stabili, le persone lontane dalle reti familiari sperimentano una carenza cronica di vicinanza. È una disuguaglianza che pesa sulla salute e sulla domanda di assistenza, soprattutto in società che invecchiano e in cui le reti informali di cura si assottigliano.
Esiste anche una quota di popolazione per cui il contatto è fonte di disagio. Rossi ricorda che per alcune persone l’abbraccio può essere vissuto come invasione della sfera intima, fino a configurare vere e proprie fobie. Anche questo aspetto non è neutro: isolamento prolungato, esperienze traumatiche e fragilità emotive tendono a concentrarsi in specifici contesti sociali, accentuando la polarizzazione delle esperienze corporee.
Intimità che si ritira, legami che si accorciano
La rarefazione del contatto fisico si inserisce in un cambiamento più ampio delle relazioni intime. Studi internazionali mostrano da anni una riduzione della frequenza dei rapporti sessuali, soprattutto tra i giovani adulti. Un’analisi pubblicata su JAMA Network Open, basata sui dati della General Social Survey statunitense tra il 2000 e il 2018, registra un aumento della quota di adulti sessualmente inattivi nella fascia 18-24 anni e una riduzione della frequenza anche tra i 25-34enni.
Gli autori collegano il fenomeno a fattori strutturali: instabilità lavorativa, ritardo nelle tappe della vita adulta, fragilità delle relazioni. Meno coppie stabili significano meno intimità continuativa. Non è una questione di costumi, ma di condizioni materiali. Quando le relazioni diventano intermittenti, anche il contatto fisico perde continuità.
In Europa, i dati del sistema di sorveglianza HBSC mostrano variazioni significative nelle esperienze sessuali degli adolescenti. Cambiano tempi e modalità, con effetti che si proiettano negli anni successivi. In un contesto di fertilità già bassa, queste traiettorie restringono ulteriormente lo spazio delle scelte familiari, senza che emergano forme alternative di legame in grado di compensare la perdita di continuità relazionale.
La Giornata mondiale dell’abbraccio, osservata oggi, non racconta un gesto affettivo. Racconta una società in cui la vicinanza fisica non è più incorporata nella vita quotidiana. Negli anni Ottanta si ricordava di abbracciarsi perché c’era il tempo e la rete per farlo. Oggi lo si ricorda perché quelle condizioni si sono fatte più fragili.
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