L’Italia muore meno che negli anni della pandemia, ma non muore esattamente come prima. Il Covid non è più la terza causa di morte, cuore e tumori restano il blocco dominante, mentre polmoniti, influenza e malattie infettive tornano a pesare di più. È il quadro che emerge dal report Istat sulle cause di morte, che fotografa un Paese a bassa mortalità nel confronto europeo ma ancora segnato da fragilità sanitarie, territoriali e anagrafiche.
I decessi nel 2023 sono stati 666.131, quasi 56mila in meno rispetto al 2022. Il tasso standardizzato complessivo è tornato su valori simili al 2019 e si attesta a 82,7 morti per 10mila residenti, ben sotto la media Ue di 96,3. Tuttavia, il ritorno alla normalità è solo parziale: calano quasi tutte le principali cause, ma crescono respiratorie e infettive.
Di cosa si moriva ieri, di cosa si muore oggi
Il dato del 2023 conferma una tendenza ormai consolidata: in Italia si muore soprattutto per malattie croniche. Le prime due cause restano le malattie del sistema circolatorio, con 206.119 decessi, e i tumori, con 175.147. Insieme spiegano il 57% della mortalità totale. Seguono le malattie del sistema respiratorio, responsabili dell’8% dei decessi, e le demenze, inclusa la malattia di Alzheimer, con il 5%.
La fotografia, però, cambia se si guarda più indietro. Un secolo fa il profilo della mortalità italiana era molto diverso: le principali cause erano le malattie respiratorie, con 120.277 decessi, le malattie infettive e parassitarie, con 100.968, e le malattie dell’apparato digerente, con 98.078. Cuore e tumori non avevano ancora il peso che avrebbero assunto nel secondo dopoguerra. Le serie storiche Istat sulle cause di morte riportano questi dati per grandi gruppi di cause, con una nota metodologica sulla non piena omogeneità delle classificazioni nel tempo.
La differenza non riguarda solo le cause, ma anche l’età. Negli anni Venti l’età mediana alla morte era poco sopra i 40 anni. Oggi supera gli 81 anni per gli uomini e gli 86 per le donne. È questo spostamento in avanti della morte a spiegare gran parte della trasformazione. Quando diminuiscono le morti precoci, infettive e infantili, aumenta il peso delle patologie legate all’età adulta e anziana. Le serie storiche Istat sull’età mediana alla morte mostrano proprio il salto di lungo periodo, dalla mortalità molto più precoce del primo Novecento a quella concentrata nelle età avanzate.
Nel corso del Novecento, il miglioramento delle condizioni igieniche, la diffusione di vaccini e antibiotici, l’alimentazione, la sanità pubblica e l’espansione delle cure hanno ridotto il peso di molte cause che un tempo occupavano le prime posizioni. La mortalità italiana si è progressivamente spostata verso malattie cronico-degenerative: cuore, tumori, diabete, demenze, patologie respiratorie dell’età avanzata.
Come cambia il podio della mortalità
Già cinquant’anni fa il quadro era cambiato in modo netto. Nel 1973 le malattie del sistema circolatorio erano ormai diventate la prima causa di morte, con 255.173 decessi. I tumori erano al secondo posto, con 107.396. Le malattie infettive, che nel 1923 erano state una delle prime cause, erano scese a 7.535 decessi. È il segno del passaggio al modello delle società longeve: si muore molto meno per cause infettive e molto di più per patologie croniche dell’età adulta e anziana.
Trent’anni fa, il modello era ormai simile a quello attuale: malattie circolatorie al primo posto, tumori al secondo, respiratorie più indietro. La mortalità italiana era già quella di un Paese longevo, in cui si muore soprattutto dopo una lunga esposizione a fattori di rischio, condizioni croniche e patologie dell’età avanzata. Per questo, nel confronto storico, il passaggio più netto non è tra 1993 e 2023, ma tra l’Italia del primo Novecento e quella del secondo dopoguerra: prima dominavano infezioni, respiratorie e apparato digerente; poi cuore e tumori diventano il centro della mortalità nazionale.
Il punto interessante è che, pur restando ai vertici, cuore e tumori oggi hanno tassi standardizzati in calo. Per le malattie del sistema circolatorio il tasso passa da 32,9 decessi per 10mila abitanti nel 2015 a 24,7 nel 2023, il valore più basso del periodo osservato. La riduzione riguarda in particolare le malattie ischemiche del cuore e quelle cerebrovascolari, come infarti e ictus.
Anche i tumori mostrano una traiettoria discendente: il tasso standardizzato scende da 25,6 nel 2015 a 22,9 nel 2023. La diminuzione riguarda le principali sedi tumorali, tra cui mammella nella donna, polmone e colon-retto. In valori assoluti i decessi restano molti, anche perché l’Italia è un Paese anziano; ma a parità di struttura per età il rischio di morte per queste cause si è ridotto.
È una distinzione importante. Se una popolazione invecchia, il numero assoluto dei decessi può rimanere elevato anche quando il rischio standardizzato cala. Per questo cuore e tumori restano il blocco principale della mortalità italiana, ma non raccontano solo un peggioramento: indicano anche gli effetti di prevenzione, diagnosi, terapie e migliore gestione clinica.
Anche il confronto con il 2013 aiuta a leggere il cambiamento. Dieci anni prima della nuova rilevazione, i decessi erano 599.696 e il 66,5% era dovuto a malattie del sistema circolatorio e tumori. Nel 2023 le stesse due grandi cause restano prime, ma il loro peso complessivo scende al 57% dei decessi. Non significa che siano diventate marginali: significa che il quadro è più articolato, anche per l’aumento del peso relativo di altre cause e per l’effetto della pandemia sugli anni successivi.
La nuova ‘normalità’
Il Covid ha interrotto temporaneamente questa lettura di lungo periodo. Tra il 2020 e il 2022 è entrato nella parte alta della classifica, fino a diventare la terza causa di morte. Nel 2023 il suo peso diminuisce nettamente: i decessi passano da 51.630 a 15.895, con un calo del 69%. Il tasso standardizzato scende da 6,4 a 1,9 decessi per 10mila abitanti.
La riduzione riguarda tutte le aree del Paese e tutte le fasce d’età, ma resta concentrata soprattutto tra gli anziani: oltre il 74% dei decessi per Covid nel 2023 riguarda persone con almeno 80 anni. Anche il divario territoriale si riduce. Dopo l’impatto iniziale molto forte al Nord nel 2020 e gli spostamenti successivi verso altre aree, nel 2023 i tassi si avvicinano: tra 1,7 decessi per 10mila nel Nord-ovest e 2,1 al Centro e nelle Isole.
La flessione del Covid non significa però che tutte le cause tornino semplicemente ai valori precedenti. Le malattie respiratorie aumentano per il secondo anno consecutivo: i decessi passano da 50.686 a 52.925, con un incremento del 4,4%. L’aumento è trainato soprattutto da polmonite e influenza, il cui tasso cresce del 15,3%. Il dato va letto con cautela. I livelli delle malattie respiratorie restano ancora inferiori a quelli pre-pandemici e rispetto alla media 2018-2019 l’aumento dei decessi è minimo, pari a 0,4%. Tuttavia, la risalita segnala il ritorno di cause che durante gli anni delle restrizioni erano state in parte contenute. Mascherine, distanziamento e minore circolazione sociale avevano ridotto anche altri patogeni respiratori; con la normalizzazione, polmoniti e influenza tornano a pesare, soprattutto tra gli anziani.
Più netto è l’andamento delle malattie infettive. Nel 2023 causano 17.719 decessi, in aumento del 4,8% rispetto al 2022 e del 24% rispetto alla media 2018-2019. Istat segnala che la crescita prosegue dal 2020. È una voce meno visibile del Covid, ma rilevante perché può riflettere fragilità cliniche, infezioni in età avanzata, complicanze ospedaliere, resistenze antimicrobiche e difficoltà nella presa in carico dei pazienti più vulnerabili.
Età e territorio fanno la differenza
Il confronto con il passato mostra una trasformazione generale, ma la graduatoria delle cause cambia molto a seconda dell’età. Sotto i 50 anni i tumori rappresentano circa il 30% dei decessi e sono la prima causa di morte. Seguono le cause esterne, al 22%, che includono incidenti, suicidi ed eventi traumatici. Gli incidenti di trasporto, da soli, valgono l’8,3% della mortalità sotto i 50 anni.
Longevità, perché Millennials e Gen X rischiano di vivere meno dei loro genitori
Tra i 50 e i 64 anni i tumori diventano ancora più centrali, con un tasso di 18 decessi per 10mila abitanti, quasi la metà della mortalità complessiva della fascia. Tra 65 e 79 anni restano la causa principale, ma aumentano il peso delle malattie circolatorie, respiratorie e del diabete. Sopra gli 80 anni il quadro cambia ancora: le malattie del sistema circolatorio superano i tumori e spiegano il 36% dei decessi; diventano più rilevanti anche demenze, Alzheimer e patologie respiratorie.
Le demenze, inclusa la malattia di Alzheimer, causano 34.595 decessi, pari al 5% del totale. Pesano più tra le donne, dove rappresentano il 7% dei decessi, contro il 3% tra gli uomini. Il dato è legato anche alla maggiore longevità femminile. Istat segnala una riduzione del tasso nel 2023, ma anche una forte variabilità nel tempo, senza un trend univoco. È una causa difficile da leggere perché spesso convive con altre condizioni e può non essere sempre individuata come causa iniziale del decesso.
Anche il territorio modifica il quadro. L’Italia ha una mortalità complessiva tra le più basse dell’Unione europea, ma all’interno del Paese le differenze restano ampie. Nel 2023 Sud e Isole registrano tassi superiori a 90 decessi per 10mila abitanti, più alti del Centro-Nord. Il Nord-est ha il valore più basso, 76,5. Rispetto al 2022 la mortalità diminuisce ovunque, ma al Sud la riduzione si ferma al 6%, contro cali superiori al 9% nelle altre aree.
Le differenze riguardano anche le singole cause. Sud e Isole presentano tassi più elevati per diabete, malattie circolatorie e, in misura minore, respiratorie. Per i tumori i livelli più alti si registrano nel Nord-ovest, ma anche il Sud resta sopra la media nazionale. Per demenze e Alzheimer, invece, i tassi più contenuti si osservano nel Sud e quelli più elevati nel Nord-ovest e nelle Isole.
Nel confronto europeo, l’Italia è sotto la media Ue per molte cause: malattie circolatorie, tumori, cause esterne, respiratorie e demenze. L’eccezione più evidente è il diabete: il tasso standardizzato italiano è 2,8 decessi per 10mila abitanti, contro una media europea di 2,4. Anche il peso sul totale è più alto: circa il 3% della mortalità italiana, contro il 2% europeo. È un dato che richiama fattori di prevenzione, stili di vita, alimentazione, sedentarietà, continuità delle cure e medicina territoriale.
Il confronto con cento, cinquanta, trenta e dieci anni fa aiuta a leggere il report Istat oltre la classifica dell’ultimo anno. L’Italia è passata da una mortalità più precoce, dominata da infezioni, respiratorie e apparato digerente, a una mortalità più tarda, concentrata su cuore, tumori e malattie della grande età. Il Covid ha rappresentato una frattura, ma nel 2023 il suo arretramento riporta in primo piano le tendenze di lungo periodo.
Oggi si muore molto più tardi rispetto a un secolo fa e, a parità di età, molte grandi cause fanno meno morti rispetto al passato recente. Ma il quadro non è lineare: respiratorie e infettive crescono, il diabete resta più pesante che nella media europea, le differenze territoriali incidono e la grande vecchiaia porta con sé cause sempre più intrecciate. La mortalità italiana è migliorata, ma è diventata anche più complessa.
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