Il consenso non si misura più solo nei sondaggi elettorali. Da tempo scorre su un binario parallelo, più trasversale e meno ideologico, che riguarda la sicurezza, l’ordine pubblico, il perimetro entro cui lo Stato esercita la propria autorità. È qui che il nuovo pacchetto di misure messo a punto dal Viminale intercetta una domanda che attraversa schieramenti e appartenenze, producendo livelli di approvazione che superano quelli di qualsiasi forza politica oggi al governo.
Il dato, rilevato dal monitoraggio mensile dell’Osservatorio sui temi sociali di Noto Sondaggi su un campione di 2.000 italiani, è di quelli che ridisegnano le mappe del consenso: le singole misure del decreto sicurezza raccolgono un gradimento compreso tra il 60 e il 70%. Una soglia che si alza ulteriormente quando entrano in gioco i minori e che resiste anche quando le domande riguardano interventi controversi come sgomberi, espulsioni e arresti preventivi. La distanza rispetto al consenso complessivo dell’esecutivo, stimato tra il 46 e il 48%, apre una faglia politica che non può essere letta come un semplice effetto traino dell’azione di governo.
A chiarirlo è lo stesso direttore dell’istituto, Antonio Noto: “Considerando che il governo, in termini di consenso, oscilla sul 46-48%, se arriviamo al 60% vuol dire che anche una parte di elettori che in realtà non voterebbero partiti del governo appoggiano queste ipotesi di norme previste nel decreto sicurezza”. Un consenso che, sottolinea, nasce prima della mediazione politica e che fotografa una percezione ancora “non influenzata dall’opinione politica”.
Un pacchetto che supera gli schieramenti
Le nuove norme sulla sicurezza si muovono su un terreno che, secondo i dati, disinnesca la tradizionale polarizzazione tra destra e sinistra. L’approvazione diffusa non riguarda un singolo provvedimento, ma l’impianto complessivo del decreto, che viene percepito come risposta diretta a problemi concreti. È un consenso che cresce quando l’oggetto dell’intervento tocca ambiti sensibili: “Per quanto concerne la parte di norme che riguardano i minori tra i 12 e i 14 anni abbiamo un livello di consenso che supera il 70%”, spiega ancora Noto.
Il dato assume un peso specifico maggiore se letto in controluce rispetto alla composizione del campione e alla disaggregazione per età, genere e area di residenza. La risposta non è confinata a un segmento sociale definito, né si concentra esclusivamente nei bacini elettorali del centrodestra. L’elemento rilevante è la percezione di una soglia di rischio che giustifica un rafforzamento degli strumenti di prevenzione e intervento, anche quando questi incidono su categorie tradizionalmente protette.
In questo quadro si inserisce anche la lettura che gli intervistati danno delle finalità del decreto. Non emerge, nelle risposte, l’idea di una torsione punitiva o simbolica, ma quella di un adeguamento dell’ordinamento a contesti considerati mutati. La sicurezza viene interpretata come funzione primaria dello Stato, non come bandiera identitaria. È su questo terreno che il consenso si allarga, intercettando anche elettori che dichiarano di non riconoscersi nelle forze di maggioranza.
La conferma arriva dall’analisi delle risposte incrociate con l’orientamento politico. Una quota rilevante di elettori dell’opposizione esprime giudizi favorevoli su singole misure, rompendo la tradizionale simmetria tra appartenenza partitica e valutazione delle politiche di sicurezza. È un segnale che indica come il tema venga sottratto alla dialettica ordinaria e ricondotto a una dimensione funzionale, in cui la priorità assegnata all’ordine pubblico prevale sulle categorie ideologiche.
Quando lo sgombero diventa questione di legalità
Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino rappresenta uno dei casi più significativi per comprendere la dinamica del consenso rilevata dal sondaggio. Alla domanda sul significato dell’intervento, il 63% degli intervistati lo inquadra come un problema di ordine pubblico, mentre il 60% lo collega direttamente alla legalità e al rispetto delle istituzioni. Una lettura che colloca l’azione dello Stato su un piano di legittimità, prima ancora che di opportunità politica.
“La stragrande maggioranza dell’elettorato del centrodestra la pensa così e questo era abbastanza scontato”, osserva Noto, “mentre meno scontato è che circa un terzo dell’elettorato dell’opposizione ha questa stessa opinione, cioè è fortemente a favore dello Stato e quindi a favore dello sgombero”. Il dato diventa ancora più rilevante se si considera che il consenso non si traduce in una richiesta generalizzata di repressione dei centri sociali.
Alla domanda se tutti i centri sociali debbano essere sgomberati, il 46% risponde affermativamente solo in presenza di reati gravi. “È un po’ come se fosse passato il concetto che il centro sociale di Torino sia stato sgomberato perché c’erano reati gravi”, spiega Noto, “quindi c’era una giustificazione e non è stato sgomberato in quanto centro sociale”. La distinzione tra luogo di aggregazione e fattore di rischio per l’ordine pubblico appare centrale nella valutazione degli intervistati.
Il giudizio sull’operato delle forze dell’ordine segue la stessa linea. Il 65% degli italiani condivide l’azione della polizia; un terzo di questi si colloca nell’area dell’opposizione. Al tempo stesso, il 51% dichiara di essere d’accordo con l’intervento pur ritenendo che la gestione del problema avrebbe dovuto coinvolgere il Comune. Un dato che restituisce un’opinione pubblica meno monolitica di quanto spesso venga rappresentata, capace di distinguere tra livelli istituzionali e responsabilità amministrative senza mettere in discussione la legittimità dell’intervento statale.
Quando la prevenzione incontra il consenso
Il tema della sicurezza nazionale amplifica ulteriormente il consenso verso le misure adottate dal Viminale. L’espulsione dell’imam di Torino Shanin viene interpretata dal 60% degli intervistati come un provvedimento legato direttamente alla tutela del Paese. Il 64% esprime un giudizio positivo sull’operazione, con punte che arrivano al 90% nell’elettorato di centrodestra e con una quota significativa (circa un terzo) di favorevoli anche tra gli elettori del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle.
Secondo Noto, in questo caso “passa anche il concetto che quando c’è in gioco la sicurezza nazionale si può procedere anche preventivamente e non solamente dopo aver appurato la reale colpevolezza”. È un passaggio che segna uno scarto culturale rilevante: la legittimazione dell’azione preventiva, tradizionalmente più controversa, viene accettata come strumento necessario in presenza di minacce percepite come sistemiche.
Una dinamica analoga emerge rispetto all’inchiesta che ha coinvolto Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia. Anche in questo caso circa il 60% degli italiani approva l’arresto, pur trattandosi di un ambito delicato e potenzialmente divisivo. Il consenso non si fonda su una valutazione di merito giudiziario, ma sulla funzione di garanzia attribuita all’intervento delle autorità.
Il quadro viene sintetizzato, sul piano politico, dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che su X ha scritto: “Sette italiani su 10 sono favorevoli alle nuove norme in materia di sicurezza che questo Governo sta per varare. Il dato, che emerge dall’ultimo sondaggio dell’Istituto Noto, va oltre i colori di partito e testimonia come la strada intrapresa, capace di offrire risposte concrete ai cittadini, sia ancora una volta quella giusta”. Una lettura che intercetta i numeri ma che, al tempo stesso, restituisce la centralità di un tema capace di ridefinire le coordinate del consenso, spostandolo dal terreno elettorale a quello della funzione statale.
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