Lo Stretto di Hormuz è diventato il punto in cui si misura la fase più delicata della crisi tra Stati Uniti e Iran, con Washington che, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum, ha scelto di rinviare gli attacchi e aprire uno spazio negoziale per contenere le conseguenze economiche del confronto.
Il rinvio di cinque giorni degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane segna un passaggio rilevante nella gestione della crisi, perché arriva dopo una fase di forte pressione militare ma viene accompagnato da dichiarazioni che indicano un cambio di priorità, con Donald Trump che parla di colloqui “molto positivi e produttivi” e sostiene che lo stretto sarà “aperto molto presto”, spostando così l’attenzione sulla necessità di stabilizzare i flussi energetici prima ancora di ottenere risultati sul piano militare.
Negoziati in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz
I contatti tra Washington e Teheran si concentrano su un obiettivo preciso e immediato, cioè ripristinare il traffico nello Stretto di Hormuz, che nelle ultime settimane ha subito rallentamenti sufficienti a incidere sui costi di trasporto e sulle assicurazioni marittime, rendendo evidente quanto rapidamente la crisi possa trasferirsi dal piano militare a quello economico.
Secondo fonti israeliane citate da Ynet, i colloqui coinvolgono l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con la mediazione di Qatar e Turchia, e prevedono uno scambio diretto che lega la riapertura dello stretto alla sospensione degli attacchi americani alle centrali elettriche iraniane, configurando una trattativa limitata a un obiettivo operativo e non a una soluzione complessiva del conflitto.
La decisione degli Stati Uniti di fermare i raid sulle infrastrutture energetiche risponde a un rischio concreto, perché colpire quel tipo di obiettivi avrebbe probabilmente portato a una risposta iraniana diretta contro il traffico marittimo o contro infrastrutture nella regione, con effetti immediati sulla sicurezza delle rotte e sui prezzi dell’energia. Washington mantiene comunque la pressione politica e militare, lasciando aperta la possibilità di riprendere gli attacchi se i colloqui non producono risultati, mentre sul piano dichiarativo continua a evocare anche scenari più ampi, come il cambio di regime, che però in questa fase restano sullo sfondo.
Teheran, da parte sua, non riconosce formalmente una trattativa diretta ma partecipa a contatti indiretti, mantenendo una linea pubblica improntata alla resistenza ed evitando segnali di concessione, mentre sul piano operativo utilizza la leva dello stretto per aumentare il costo del confronto e condizionare i tempi del negoziato. La trattativa resta quindi limitata e condizionata dai tempi, perché la sospensione degli attacchi ha una durata definita e perché il mancato ripristino del traffico nello stretto renderebbe rapidamente più difficile mantenere questa pausa.
Perché Hormuz è diventato il centro della crisi
Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi più critici per il commercio energetico globale, perché collega i principali paesi produttori del Golfo ai mercati internazionali e consente il transito di circa il 20% del petrolio mondiale secondo le stime dell’Energy Information Administration, il che significa che qualsiasi riduzione del traffico si traduce rapidamente in variazioni dei prezzi e nella crescita dei costi lungo tutta la filiera energetica. Negli ultimi giorni non si è verificata una chiusura totale, ma il traffico è diventato più incerto e costoso, perché il rischio di attacchi o incidenti ha spinto operatori e assicurazioni a rivedere le condizioni, rallentando i flussi e aumentando i costi di trasporto, con effetti immediati sui prezzi internazionali del greggio. Questo tipo di pressione è sufficiente a produrre effetti senza ricorrere a un blocco completo, ed è su questo meccanismo che si basa la strategia iraniana, che punta a sfruttare una vulnerabilità strutturale del sistema energetico globale piuttosto che cercare uno scontro diretto sul piano militare.
I primi effetti si vedono già in Europa, dove il rialzo del petrolio ha iniziato a riflettersi sui prezzi dei carburanti e ha riaperto il tema degli interventi pubblici, con alcuni governi che valutano misure per contenere l’impatto e il possibile ricorso alle riserve strategiche in caso di ulteriore deterioramento della situazione. La pressione sullo stretto non riguarda soltanto il petrolio, ma si estende anche ad altre filiere industriali legate all’energia e ai trasporti, con effetti che possono propagarsi rapidamente lungo le catene di approvvigionamento e incidere sui costi di produzione.
Per Stati Uniti ed Europa, l’impatto della crisi è per ora contenuto ma in crescita, e la sua evoluzione dipende in larga parte dalla capacità di mantenere aperte e sicure le rotte marittime, perché un ulteriore aumento del rischio nello stretto renderebbe più instabili i mercati e più difficili le decisioni politiche.
Cosa può succedere nei prossimi giorni
I cinque giorni annunciati da Washington definiscono un orizzonte temporale molto stretto entro cui verificare se i contatti in corso possono produrre un risultato concreto, cioè una riduzione del rischio nello Stretto di Hormuz e un ritorno a condizioni di traffico più stabili senza ricorrere a un intervento militare diretto.
Se i colloqui porteranno a un’intesa anche limitata, il primo effetto sarà una normalizzazione progressiva delle rotte, con una riduzione dei costi assicurativi e una maggiore prevedibilità nei flussi di petrolio, elementi che incidono direttamente sui prezzi e che rappresentano la principale variabile per le economie importatrici. Se invece il negoziato dovesse bloccarsi, gli Stati Uniti hanno già lasciato aperta la possibilità di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, mentre Teheran potrebbe rispondere aumentando la pressione sullo stretto con azioni mirate capaci di rendere il traffico più rischioso e costoso anche senza una chiusura formale. In questo scenario, il mercato reagirebbe rapidamente con un aumento dei prezzi dell’energia e un impatto diretto su Europa e altri paesi importatori, mentre sul piano militare il confronto rischierebbe di estendersi coinvolgendo in modo più diretto infrastrutture e rotte nella regione.
La fase attuale resta quindi una pausa legata all’esito dei contatti in corso, in cui il comportamento delle parti nello stretto pesa più delle dichiarazioni politiche e in cui ogni variazione operativa può produrre effetti immediati sul piano economico.
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