Sotto la pioggia incessante del Limburgo, i leader dell’Unione europea si sono riuniti nel castello di Alden-Biesen per quello che molti definiscono l’ultimo appello per l’economia del Continente. Tra le proteste degli agricoltori che assediavano l’area e i richiami di Mario Draghi, emerge un nuovo equilibrio politico: un asse Roma-Berlino che punta a scuotere le fondamenta di una burocrazia giudicata ormai soffocante.
Il Summit sulla competitività
Non è solo un vertice informale, ma una presa di coscienza collettiva sulla necessità di invertire un declino che dura da quasi vent’anni. Il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, ha aperto i lavori con una dichiarazione d’intenti che segna il cambio di passo dell’agenda comunitaria: “Come l’anno scorso è stato l’anno della difesa, questo sarà l’anno della competitività dell’Ue”. La posta in gioco è la rilevanza stessa dell’Europa in un ordine mondiale che l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito senza mezzi termini “morto”, avvertendo che il Continente rischia una “lenta agonia” o una “subordinazione” se non passerà da una confederazione a una vera federazione.
La scommessa del “motore” italo-tedesco
Protagonista della giornata è la nascita di un coordinamento strategico tra Italia e Germania. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno co-presieduto un pre-summit che ha riunito alcuni degli Stati membri, un’iniziativa volta a dare alla Commissione “chiare cose da fare” e a monitorare passo dopo passo l’attuazione dei dossier più critici.
Meloni ha rivendicato con forza questo nuovo ruolo guida: “C’è sicuramente un motore tedesco-italiano in questo momento”, ha dichiarato, precisando tuttavia che l’alleanza non è rivolta contro la Francia, ma punta a un “autocontrollo legislativo” per frenare una burocrazia che ha superato il proprio perimetro. Merz ha fatto eco a questa posizione, sollecitando l’adozione di misure “coraggiose” per sbloccare la crescita e chiedendo di “deregolamentare ogni settore”.

Il monito Draghi-Letta
Le ragioni di tale urgenza sono scolpite nei dati della Banca Mondiale: nel 2008 il Pil dell’Unione superava quello statunitense; oggi gli Stati Uniti corrono verso i 28,75 bilioni di dollari, mentre l’Europa è rimasta ferma a 19,5. Per colmare questo baratro, i leader hanno ascoltato le analisi di Mario Draghi e in pomeriggio sono previste quelle dell’ex premier italiano Enrico Letta.
Le posizioni sono ormai note: da un lato, Draghi spinge per un “federalismo pragmatico” che consenta a coalizioni di Paesi volenterosi di procedere anche senza l’unanimità. Letta, dal canto suo, insiste sulla creazione di un “28esimo regime”: un quadro normativo unico europeo che permetterebbe alle imprese di crescere senza doversi scontrare con 27 diverse legislazioni nazionali.

Lo scontro sui tabù: “Buy European” e il debito comune
Nonostante la diagnosi condivisa, con il premier belga Bart De Wever che ha descritto la crisi industriale come “drammatica” e “esistenziale”, le soluzioni continuano a dividere profondamente il blocco.
Protezionismo vs libero mercato
Il presidente francese Emmanuel Macron ha rotto gli indugi proponendo una clausola di “Buy European”, ovvero l’obbligo di favorire prodotti locali negli appalti pubblici per settori strategici come difesa e tecnologie pulite. Macron l’ha definita “una misura difensiva” essenziale di fronte a “concorrenti sleali che non rispettano più le regole”. Tuttavia, la proposta ha trovato il muro dei Paesi nordici e baltici. Il premier svedese Ulf Kristersson, in un’intervista al Financial Times, si è detto “molto scettico”: “Proteggere imprese che fondamentalmente non sono competitive” non è la ricetta per il successo.

Il nodo dei finanziamenti
Il presidente francese insiste anche che l’emissione di debito comune sia “l’unico modo” per competere con i massicci sussidi di Usa e Cina. Una posizione sostenuta anche dalla Spagna, che vede negli Eurobond, e cioè i titoli di debito emessi congiuntamente dai Paesi dell’Unione europea, garantiti da tutti gli Stati membri, per finanziare progetti comuni, uno strumento chiave. La Germania, tuttavia, resta ferma sul suo “no”, preoccupata dalle ripercussioni politiche interne e preferendo puntare sulla mobilitazione dei capitali privati; l’Italia mantiene un’apertura timida, con la premier che ha ammesso: “Personalmente sono favorevole, ma voi sapete che questo dibattito è uno dei più divisivi in Europa”, rivolgendosi ai giornalisti presenti in Belgio.

Energia e burocrazia: le barriere invisibili
Un altro fronte critico riguarda i costi energetici, che in Europa sono più del doppio rispetto a quelli americani e cinesi. Giorgia Meloni ha annunciato interventi nazionali imminenti, ma ha chiesto una “profonda revisione” del sistema Ets (il mercato delle quote di emissione di Co2), puntando il dito contro la “speculazione finanziaria” che grava sulle bollette delle imprese.
Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, pur lamentando la lentezza dei co-legislatori, ha ammesso l’assurdità di alcune norme frammentate, citando il caso dei camion che devono cambiare carico alla frontiera tra Belgio e Francia a causa di limiti di peso discordanti.
Verso il Consiglio di marzo
Il vertice di Alden-Biesen non produrrà conclusioni formali, ma traccia la rotta per il Consiglio europeo che si terrà a marzo, fissato come termine ultimo da Macron per prendere decisioni concrete. La sfida è trasformare il senso di urgenza in azioni coordinate: senza una vera integrazione del mercato dei capitali e una semplificazione radicale, l’avvertimento di Bart De Wever rischia di avverarsi: “La decarbonizzazione dell’Europa diventerà sinonimo della sua deindustrializzazione” e, in definitiva, della sua povertà.
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