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Sudan, 812 milioni di euro da Bruxelles per “la pace della popolazione”

In occasione della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino, l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno annunciato un impegno finanziario di oltre 812 milioni di euro per rispondere a quella che è stata definita la più grave emergenza umanitaria del mondo attuale. Mentre la guerra civile sudanese entra nel suo quarto anno, la mobilitazione globale mira a sostenere milioni di cittadini intrappolati in un ciclo devastante di violenza e privazioni.

Donne sudanesi si dirigono verso la stazione dei trasporti pubblici nella capitale Khartoum (Afp)
Donne sudanesi si dirigono verso la stazione dei trasporti pubblici nella capitale Khartoum (Afp)

Del totale promesso dal “Team Europe“, la Commissione europea contribuirà con 360,8 milioni di euro. Di questi, 215,5 milioni saranno destinati direttamente al supporto delle popolazioni bisognose all’interno del Sudan, mentre 145,3 milioni verranno impiegati per gestire la crisi dei rifugiati nei paesi limitrofi, tra cui Ciad, Sud Sudan, Etiopia ed Egitto. I fondi saranno utilizzati per affrontare l’insicurezza alimentare acuta attraverso assistenza in contanti, servizi sanitari e nutrizionali, acqua, igiene e supporto per l’istruzione e la protezione.

La Commissaria per l’uguaglianza e la gestione delle crisi Hadja Lahbib ha sottolineato l’urgenza dell’intervento, dichiarando che “il Sudan è il peggior disastro umanitario del nostro tempo” e ribadendo che non esiste una soluzione militare a questa guerra, ma solo un percorso politico verso un futuro civile e democratico: “Ogni giorno, le famiglie affrontano orrori inimmaginabili: fame, violenza e sfollamento – ha spiegato Lahbib -. L’impegno odierno invia un messaggio chiaro: l’Europa è al fianco del popolo sudanese per salvare vite umane ora e sostenere un futuro di ripresa e democrazia. Ringrazio tutti gli Stati membri per la loro forte solidarietà come Team Europe. Mentre la violenza continua a imperversare in Sudan, tutte le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario. Gli attacchi contro i civili devono cessare. I responsabili devono essere chiamati a risponderne. Non esiste una soluzione militare a questa guerra, solo una politica. Che questa sia l’ultima conferenza in cui si parli di tanta sofferenza. Il popolo sudanese merita la pace”, ha concluso.

La tragedia di una nazione nel caos

Il conflitto, esploso il 15 aprile 2023, è il risultato di una lotta di potere tra le Forze Armate Sudanesi (Saf), guidate dal Generale Abdel Fattah al-Burhan, e le forze paramilitari della Rapid Support Forces (Rsf), comandate da Mohamed Hamdan Hemedti Dagalo. Dopo tre anni di combattimenti incessanti, la situazione sul campo è catastrofica. Si stima che circa 14 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case, ovvero un quarto della popolazione totale. Oltre 4,4 milioni di persone hanno varcato i confini per cercare rifugio all’estero.

Più di 33 milioni di sudanesi necessitano di assistenza umanitaria urgente. La carestia è già stata confermata in diverse aree, con milioni di persone costrette a sopravvivere con un solo pasto al giorno o ricorrendo a foglie e mangime per animali. Gli ospedali sono diventati bersagli deliberati. Il Sudan ha rappresentato l’82% dei decessi globali derivanti da attacchi alla sanità nel 2025. Molte strutture sono in rovina, prive di farmaci essenziali e personale medico, decimato da raid e strike di droni.

Violenza in Sudan

La guerra si combatte non solo nelle strade, ma anche sui corpi dei civili e attraverso complesse influenze estere. La regione occidentale del Darfur è teatro delle peggiori atrocità. Le Rsf hanno consolidato il controllo catturando città chiave come El Fasher, dove in soli tre giorni sono state uccise almeno 6.000 persone. Organizzazioni internazionali hanno identificato in queste azioni i “tratti distintivi di un genocidio”.

Lo stupro e le aggressioni sessuali sono stati definiti una “caratteristica distintiva” del conflitto. Un’indagine ha rilevato che nell’87% degli incidenti verificati, i responsabili erano combattenti delle Rsf, colpendo anche bambine di 14 anni.

L’uso massiccio di droni ha intensificato la mortalità tra i civili nei mercati e durante cerimonie religiose. Attori regionali sono accusati di alimentare il conflitto: gli Emirati Arabi Uniti sono sospettati di fornire armi alle Rsf, mentre Iran e Turchia avrebbero fornito droni e supporto tecnico alle Saf.

All’inizio del 2026, l’esercito regolare ha lanciato offensive coordinate riuscendo a riconquistare aree significative di Khartoum, Omdurman e Bahri. Tuttavia, le Rsf mantengono una presa ferrea sul Darfur e continuano a tentare di aprire nuovi fronti in zone precedentemente stabili come lo stato del Nilo Azzurro.

Entrambe le fazioni, nonostante gli sforzi internazionali, rifiutano di cessare le ostilità, mentre il popolo sudanese continua a subire massacri, reclutamenti forzati e una sistematica distruzione del proprio patrimonio culturale, storico e umano.

Fatti

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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