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Guerra in Iran, 234 miliardi di dollari di extraprofitti: chi guadagna dalla crisi energetica

Se il mondo è sull’orlo di una crisi globale innescata dalla più grande crisi energetica della storia, dovuta a sua volta al conflitto aperto in Iran dall’attacco congiunto Usa-Israele, qualcuno ci sta anche guadagnando. E non sono solo gli anonimi che scommettendo sulla guerra su siti ad hoc hanno portato a casa parecchi soldi. A fare extraprofitti, fino a 234 miliardi di dollari secondo un’analisi esclusiva pubblicata dal Guardian, sarebbero le grandi compagnie petrolifere. A spese dei consumatori. Ecco perché i Paesi europei hanno chiesto alla Commissione di tassare questi guadagni ‘in più’.

A marzo 30 milioni l’ora di extra profitti

Un articolo firmato dal giornalista ambientale Damian Carrington sul quotidiano britannico rivela che, secondo i dati di Rystad Energy (una delle principali società di intelligence del settore) elaborati da Global Witness, se il prezzo del petrolio si manterrà in media sui 100 dollari, i principali produttori oil&gas potrebbero guadagnare 234 miliardi di dollari in più entro la fine del 2026. Arabia Saudita, Russia e le 100 maggiori aziende del settore hanno già incassato oltre 30 milioni di dollari all’ora in extra profitti nel primo mese della guerra scatenata il 28 febbraio dall’operazione israelo-americana ‘Epic Fury’.

Il motivo è l’impennata dei prezzi, arrivati a marzo a un picco di 120 dollari al barile, che hanno portato alle compagnie petrolifere profitti straordinari stimati in 23 miliardi di dollari. E anche se i prezzi dovessero scendere, ci vorrà parecchio tempo prima di rivedere le cifre pre-crisi.

Chi ci guadagna di più

Carrington dettaglia chi potrebbe guadagnare di più. Su tutti, Aramco – compagnia saudita a maggioranza statale – con un ‘profitto di guerra’ stimato in 25,5 miliardi di dollari nel 2026 se il prezzo del petrolio rimanesse in media sui 100 dollari.

A seguire tre società russe – Gazprom, Rosneft e Lukoil – che potrebbero realizzare extra profitti per 23,9 miliardi di dollari entro l’anno. Non va dimenticato poi che Mosca a marzo ha ottenuto 840 milioni di dollari al giorno dall’export di petrolio (dati del Centro per la ricerca sull’energia e l’aria pulita), ricevendo un ossigeno insperato per proseguire la sua ‘Operazione speciale’ in Ucraina.

A ExxonMobil potrebbero arrivare 11 miliardi di dollari di profitti di guerra e a Shell 6,8 miliardi di dollari, sempre nell’ipotesi di un costo al barile sui 100 dollari. Chevron, infine, potrebbe incassare extra profitti per 9,2 miliardi di dollari.

Il conto lo pagano cittadini e imprese

Perché il conto sarà pagato dai consumatori è presto detto: i cittadini si trovano e si troveranno per forza di cose a dover sborsare di più per fare benzina e in generale per pagare le proprie bollette energetiche. Lo stesso vale per le aziende. Occorre considerare infatti che la domanda di petrolio è anelastica, soprattutto nel breve periodo. Questo significa che, anche se il prezzo sale parecchio, i consumi non cambiano molto subito, perché molti usi del petrolio sono difficili da sostituire rapidamente, soprattutto trasporti, logistica, aviazione, petrolchimica. Senza contare che in molti casi il carburante è un costo necessario, non facilmente evitabile.

Nel lungo periodo la domanda diventa più elastica, perché entrano in gioco adattamenti come auto più efficienti, passaggio a elettrico o altre fonti, cambi logistici e produttivi, riduzione strutturale dei consumi energetici. Ma si tratta di cose che richiedono per l’appunto tempo, e che ovviamente non eliminano la necessità di energia.

Anche la riduzione delle tasse sui carburanti, che molti Paesi tra cui l’Italia hanno deciso per limitare l’impatto su famiglie e imprese, alla fine si rivela una partita di giro: la sospensione delle accise deve essere finanziata col denaro pubblico e quindi sempre dai contribuenti, che vedranno diminuire le risorse a disposizione per servizi o opere pubbliche. Insomma, la coperta è quella: per sostenere l’alleggerimento del prezzo alla pompa, occorre tagliare qualcos’altro.

Per avere un’idea delle cifre in ballo, secondo un recente studio dell’Istituto Jacques Delors le misure introdotte da 22 Paesi del blocco europeo per ridurre il peso delle bollette sono già costate 9 miliardi di euro.

La richiesta: una tassa sulla ‘manna dal cielo’

Ecco perché Germania, Spagna, Italia, Portogallo e Austria, in una lettera del 4 aprile, hanno chiesto esplicitamente alla la Commissione una “equa ripartizione degli oneri“, perché “chi trae profitto dalle conseguenze della guerra deve fare la sua parte per alleviare il peso che grava sulla collettività”. “Ciò consentirebbe di finanziare misure di sostegno temporanee, soprattutto per i consumatori, e di frenare l’inflazione crescente, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici”, continuano.

L’organo guidato dalla presidente Ursula von der Leyen sta dunque valutando di introdurre una tassa sugli extraprofitti del settore petrolifero e del gas: una ‘windfall tax‘, letteralmente ‘tassa sulla manna dal cielo’ perché i profitti in questione non derivano da scelte aziendali particolarmente aziendali ma da una situazione contingente favorevole.

C’è un precedente: nel 2022, dopo la crisi energetica causata dall’invasione russa dell’Ucraina, il Consiglio approvò un regolamento che prevedeva due cose: un ‘contributo di solidarietà‘ sugli utili delle aziende di petrolio, gas e raffinazione, eccedenti di oltre il 20% la media degli anni precedenti, con un’aliquota minima del 33%, e un tetto ai ricavi dei produttori di energia elettrica da fonti come rinnovabili e nucleare, che di riflesso beneficiavano – e beneficiano – anch’esse dell’aumento dei prezzi del gas e del greggio.

Va detto però che, sebbene il gettito atteso fosse stimato in circa 100 miliardi di euro, quello reale fu poi di circa 28 miliardi di euro, a causa di una serie di fattori. Tra questi, le diverse modalità con cui le capitali applicarono il regolamento, alcune difficoltà tecniche nel calcolo degli extraprofitti, e le tante cause legali che seguirono la decisione. In Italia, entrarono comunque 8 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023.

I cinque Paesi firmatari della lettera del 4 aprile chiedono anche che la tassa sugli extraprofitti venga estesa agli utili esteri derivanti dal commercio di combustibili fossili.

Von der Leyen: “Prezzo altissimo per la nostra dipendenza dai combustibili fossili”

Lunedì scorso von der Leyen ha avvisato che a marzo il blocco ha dovuto sopportare un aumento di 22 miliardi di euro nei costi energetici, e ha invitato le capitali a coordinarsi sui prezzi dell’energia. “Stiamo anche valutando il coordinamento del riempimento dei depositi di gas degli Stati membri per evitare che molti Stati membri si rivolgano al mercato contemporaneamente”, ha aggiunto.

Stiamo pagando un prezzo altissimo per la nostra dipendenza globale dai combustibili fossili, e la triste realtà per il nostro continente è che l’energia da combustibili fossili rimarrà l’opzione più costosa negli anni a venire”, ha sottolineato la tedesca.

Compagnie petrolifere contrarie

Naturalmente, le compagnie oil&gas sono contrarie. FuelsEurope, un’associazione di categoria che rappresenta le multinazionali del settore, afferma che “i margini di raffinazione sono altamente ciclici e che ripetute tassazioni straordinarie, a seguito del contributo di solidarietà del 2022, creerebbero imprevedibilità normativa, scoraggerebbero gli investimenti a lungo termine, accelererebbero la chiusura delle raffinerie e aumenterebbero la dipendenza dalle importazioni”.

In sostanza, secondo le big del petrolio e del gas una nuova tassa europea sugli extraprofitti inciderebbe sugli investimenti, indebolirebbe la sicurezza energetica e rallenterebbe la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

Svincolarsi dalla dipendenza fossile

E proprio questa transizione, ripetono esperti e analisti, è sempre più necessaria per rendersi indipendenti dai combustibili fossili. “La luce del sole non dipende da stretti navigabili, angusti e vulnerabili“, ha sottolineato a marzo il responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Simon Stiell, evidenziando che “la dipendenza (da petrolio e gas, ndr) sta minando la sicurezza e la sovranità nazionale, sostituendole con la sottomissione e l’aumento dei costi”.

Svincolarsi da una tale dipendenza pluridecennale avrebbe dunque un doppio effetto: sull’ambiente e sulla propria sicurezza energetica, con riflessi diretti anche sul potere d’acquisto dei cittadini. Lo si vede nei Paesi che hanno puntato maggiormente sulle rinnovabili e che stanno ammortizzando meglio lo shock energetico. Ad esempio, in Finlandia il 53% dei consumi energetici è già coperto da fonti rinnovabili, in Danimarca il 47%, in Spagna il 25,4%, in Portogallo il 36,3%: percentuali figlie di scelte politiche precise.

L’Italia registra invece un 19,4%, sotto la media Ue del 25,4%. Il Bel Paese, che comunque nel 2024 ha prodotto circa il 41% dell’elettricità da fonti rinnovabili, è ancora troppo dipendente dai combustibili fossili, e risulta essere uno dei Paesi europei più impattati.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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