(Adnkronos) – Risiko bancario senza fine. Monte dei Paschi di Siena potrebbe giocare un ruolo da protagonista nella creazione di un terzo polo nazionale. Le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times indicano che il ritorno di Luigi Lovaglio alla guida dell’istituto senese potrebbe riaprire il dossier di una possibile integrazione con Banco Bpm. Al centro della strategia una mossa rilevante: la valorizzazione della quota del 13% detenuta in Generali, per un valore di circa 7,4 miliardi di euro, ereditata da Mediobanca. Secondo fonti vicine al dossier citate dal quotidiano britannico, l’ipotesi allo studio sarebbe quella di collocare la partecipazione presso investitori italiani di lungo periodo, con un duplice obiettivo: garantire la stabilità di un asset ritenuto strategico dal governo e liberare risorse per sostenere un’eventuale offerta su Banco Bpm.
Il capitale raccolto consentirebbe a Mps di riconoscere un premio agli azionisti dell’istituto milanese, aumentando così le probabilità di successo dell’operazione. Ma il dossier Generali resta particolarmente sensibile. Il gruppo assicurativo è uno dei principali investitori istituzionali nel debito pubblico italiano ed è considerato un pilastro della stabilità finanziaria nazionale. Non a caso, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha già mostrato attenzione sul tema, puntando a mantenere il controllo dell’asset in mani domestiche.
Tra i possibili acquirenti della quota vengono citati Intesa Sanpaolo e Unicredit, ma entrambe le opzioni presentano criticità: da un lato i possibili ostacoli antitrust e lo scarso interesse verso partecipazioni di minoranza, dall’altro l’impegno su operazioni internazionali, come il dossier Commerzbank. Un’alternativa sarebbe la distribuzione della quota agli azionisti Mps sotto forma di dividendo straordinario, evitando così una cessione diretta. Finora Mps ha smentito qualsiasi ipotesi di vendita, sottolineando di essere “interamente focalizzata sul processo di integrazione e fusione con Mediobanca”. Secondo fonti di mercato citate dall’AdnKronos, sarebbero già avvenuti prime forme di contatti, sebbene embrionali e ancora in fase esplorativa.
Osserva all’AdnKronos Pietro Calì, Executive Partner di Copernico Sim, che “oggi Banco Bpm capitalizza intorno ai 18-19 miliardi di euro, mentre Mps si colloca sui 27-28 miliardi. Sommando si arriverebbe a una capitalizzazione complessiva di circa 45-48 miliardi: a cui aggiungere Mediobanca, circa 15-16 mld, e nascerebbe così un terzo polo bancario nettamente definito, circa 63 mld di capitalizzazione”. Un soggetto che, pur comunque rilevante, resterebbe distante dai big del settore: “Intesa e Unicredit viaggiano entrambe intorno ai 100 miliardi, quindi il terzo polo rimarrebbe più piccolo”.
Per gli analisti di Equita l’operazione “avrebbe senso industriale, troverebbe l’appoggio del Mef, ma per essere completata dovrebbe ragionevolmente avere l’approvazione di Crédit Agricole”, primo azionista di Banco Bpm con il 22,8%. Ostacolo non da sottovalutare. E non è l’unico. Stando a quanto apprende AdnKronos da fonti finanziarie, la strada intrapresa dal Monte di procedere a colpi di maggioranza – con il presidente, le due vicepresidenze e l’intero comitato nomine votato solo dalla lista Plt Holding ed espressione della medesima lista – rischia di creare un’eccessiva frammentazione all’interno del board, aggiungendo un ulteriore elemento di complessità a operazioni – a partire anche da quella della fusione con Mediobanca – che richiedono estrema coesione negli obiettivi e nell’esecuzione. Il ragionamento, spiegano le fonti, è: possibile aggiungere altra carne al fuoco, alla luce del Cda fiume di ieri, soprattutto se si intende arrivare alle assemblee sulla fusione prima dell’estate?
Non è un caso che ieri, sempre all’AdnKronos, l’analista economico ed ex Bankitalia, Angelo De Mattia, abbia parlato di “occasione persa” a proposito della mancata apertura alla minoranza: “Ritengo fondamentale la dialettica nel Cda ma non deve trasformarsi in uno scontro permanente. Questi non sono organismi in cui c’è un certamen: 8 consiglieri contro 7, se diventa un certamen, è pure pericoloso per il funzionamento dell’organo”. Parole che invitano i vertici di Mps, cioè Lovaglio e Bisoni, a una necessaria concordia: altrimenti – spiegano fonti ben informate all’agenzia di stampa – ogni Cda rischia di diventare un Vietnam, e questo la terza banca italiana non può permetterselo. (di Andrea Persili)
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