AREZZO – I finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza di Arezzo, nel contesto di indagini dirette dalla locale procura – hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni, emesso dal Gip del tribunale di Arezzo, per oltre 15,7 milioni di euro pari al profitto che scaturisce da un’articolata frode fiscale, attuata nella commercializzazione di argento puro per lavorazioni industriali.
Le attività, che hanno visto impegnati circa 80 finanzieri, anche in perquisizioni, nelle province di Arezzo, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Caserta, Matera, Latina, L’Aquila, Pescara, Catania e Messina, scaturiscono da indagini nei confronti di 15 persone fisiche – indagate, a vario titolo, per i reati di associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione, riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione – e 9 società segnalate per le conseguenti responsabilità amministrative da reato.
Sono stati sottoposti a sequestro, per l’intero importo pari al profitto illecito, disponibilità finanziarie, beni immobili e diverse autovetture, unitamente a 2,2 chili di oro in lamine, 150 chili di argento puro, opere d’arte, contanti e orologi di pregio rinvenuti durante le perquisizioni.
Lo schema di frode, attuato dall’associazione a delinquere, aveva quale perno e principale beneficiaria una società bolognese operante nel settore delle lavorazioni industriali di metalli la quale, come ricostruito, sfruttando un meccanismo fraudolento di evasione dell’Iva, riusciva ad approvvigionarsi di una grande quantità di argento puro, da utilizzare nelle sue lavorazioni, ad un prezzo sensibilmente inferiore rispetto al fixing di riferimento.
In sintesi, l’associazione a delinquere e, per essa, la società beneficiaria finale della frode, si avvaleva di quattro canali di approvvigionamento, riconducibili ad operatori professionali con sede nelle province di Roma e Matera, i quali, pur agendo in maniera autonoma, adottavano in linea di massima il medesimo sistema illecito per evadere l’Iva
L’argento puro in grani, oggetto dell’illecito commercio, veniva da questi ultimi in gran parte regolarmente acquistato ai banchi metalli aretini, non coinvolti nelle indagini. Il materiale veniva poi di fatto, consegnato ali direttamente all’azienda bolognese, senza utilizzare società di trasporto specializzate, con auto private e spesso in parcheggi o piazzole di sosta, fatturandolo, falsamente, come verghe argentifere soggette ad Iva, che veniva riscossa dai cedenti ma non versata allo Stato. Così operando, l’azienda felsinea otteneva la materia prima a prezzi significativamente vantaggiosi rispetto al fixing di riferimento, non doveva sostenere i costi di affinazione e non veniva incisa dal punto di vista finanziario dall’imposta pagata agli operatori professionali, poiché la portava in compensazione nella liquidazione Iva di gruppo con la controllante; cartolarmente, attraverso un vorticoso giro di false fatturazioni, trasferito a società ‘filtro’ di fatto gestite dai titolari degli operatori professionali coinvolti, mantenute in condizioni di neutralità fiscale e destinate a creare uno schermo tra loro e le società ‘cartiere’. Queste ultime, anch’esse di fatto gestite daii titolari delle altre, erano totalmente prive di struttura, intestate a prestanome e create al solo fine di convogliare l’ingente debito tributario, generato dallee transazioni fittizie, senza versare mai l’Iva allo Stato.
La frode ha generato proventi illeciti, pari all’Iva evasa, quantificati in oltre 12 milioni di euro, in buona parte reinvestiti per l’acquisto di ulteriore argento e in parte usato per remunerare l’illecita filiera e i prestanome. Le indagini hanno inoltre consentito di ricostruire l’operatività del sistema fraudolento e di individuare in soli 5 mesi cessioni illecite di argento puro per oltre 13mila chili., con il sequestro su strada lo scorso aprile, ad Arezzo, di circa 400 chili di argento e mezzo chilo d’oro in lamine; documentare come una parte dell’argento, acquisito da uno degli operatori professionali coinvolti, fosse di oscura provenienza, in quanto non tracciabile e da ritenersi provento di delitti contro il patrimonio o fiscali. Si tratta, complessivamente, di circa 530 chili (dal valore di 475mila euro) acquistati da un fornitore napoletano, denunciato per ricettazione, e di circa 860 chili provenienti da un’azienda aretina, il cui amministratore di fatto è stato denunciato per riciclaggio. A quest’ultimo, nell’ambito dell’esecuzione dei decreti emessi dall’autorità giudiziaria, sono stati sequestrati quasi 2,2 chili di oro in lamine, per un valore di oltre 290mila euro.
L’operazione appena conclusa testimonia l’impegno della procura di Arezzo e della Guardia di finanza nel contrastare le più articolate forme di evasione fiscale e di distorsione della concorrenza nel delicato ambito dei metalli preziosi, a tutela degli imprenditori che operano, sul mercato nazionale, nel rispetto della legge e degli obblighi tributari.



