L’Italia si conferma tra i Paesi più longevi d’Europa con un’aspettativa di vita di 85 anni, ma deve fare i conti con un tasso di fertilità ai minimi storici (1,14 figli per donna). Questa sfida demografica richiede una revisione profonda del Sistema sanitario nazionale (Ssn), nato nel 1978 con la Legge 833, ma pensato per una popolazione giovane figlia del Boom economico, Oggi, quello stesso Ssn è chiamato a gestire una cronicità di massa, una popolazione che invecchia, l’intelligenza artificiale come nuova alleata della medicina e un futuro ancora da immaginare. Ecco cos’è emerso dal panel “Il punto di vista delle istituzioni”, nell’ambito del convegno “Adnkronos Q&A – Salute, prevenzione e risorse: le sfide”, in corso a Roma.
Il peso della demografia sul sistema sanitario
Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha evidenziato come l’attuale architettura del nostro sistema, basata proprio sulla Legge 833 del 1978, sia stata concepita per una popolazione diversa da quella attuale: “La nostra sfida oggi è quella di attualizzare il Sistema sanitario pubblico a uno scenario che non è più quello di una popolazione giovane, figlia del boom economico. Oggi lo scenario è radicalmente mutato: l’aspettativa di vita ha raggiunto gli 85 anni, mentre il tasso di fertilità è crollato a 1,14 figli per donna. Questa trasformazione demografica ha riflessi diretti sulla spesa sanitaria: l’80% del fondo nazionale è oggi assorbito dalle malattie croniche non trasmissibili”.
Come sottolineato da Rocco Bellantone, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, la coesistenza di più patologie negli ultraottantenni – che arrivano a assumere tra i 10 e i 15 farmaci al giorno, secondo le ultime rilevazioni Aifa – mette sotto forte stress la sostenibilità dell’intero sistema. Cosa fare?

Dalla cura alla prevenzione: il ruolo delle istituzioni
Per rispondere a una popolazione che invecchia, le istituzioni concordano sulla necessità di promuovere un invecchiamento attivo. Tuttavia, i dati attuali mostrano uno squilibrio: il 95% del fondo sanitario è destinato alla cura e solo il 5% alla prevenzione.
Alberto Siracusano, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, ha parlato di un vero e proprio “cambiamento antropologico”. La prevenzione, secondo Siracusano, non deve riguardare solo l’età anziana ma deve iniziare precocemente, fin dalla gravidanza, per garantire salute mentale e fisica alle generazioni future.
La riforma della medicina territoriale
Una delle risposte istituzionali più urgenti al cambiamento demografico è il superamento della visione “ospedalocentrica” a favore di una sanità territoriale. Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, ha ribadito la necessità di spostare l’equilibrio dell’assistenza verso il locale per gestire meglio le cronicità ed evitare l’intasamento degli ospedali.
In questa direzione si muove l’azione del Ministero della Salute. Il ministro Orazio Schillaci ha annunciato diverse linee d’intervento:
- Case di Comunità: strutture chiave previste dal Pnrr che devono essere dotate di personale adeguato per offrire assistenza di prossimità.
- Riforma della medicina territoriale: un processo da attuare in collaborazione con le Regioni per valorizzare il ruolo dei medici di famiglia.
- Piano Sanitario Nazionale: uno strumento che manca da 15 anni e che verrà chiuso entro l’estate per definire chiaramente “chi fa che cosa” in un contesto moderno.

Tecnologia e innovazione per la longevità
Le istituzioni, infine, puntano con decisione sulla tecnologia per colmare i divari territoriali e garantire equità di accesso alle cure. La telemedicina, il teleconsulto e l’intelligenza artificiale sono visti come strumenti essenziali per monitorare i pazienti fragili e anziani, specialmente in zone disagiate, garantendo che la longevità non diventi un fattore di disuguaglianza sociale. Infine, Marina Sereni, responsabile Salute e Sanità del Partito Democratico, ha ribadito la necessità di un investimento massiccio sulle professioni e sulle risorse umane pubbliche per evitare una competizione impropria con il settore privato. “Abbiamo bisogno di una piccola grande rivoluzione sulla medicina territoriale e dobbiamo far diventare quella nuova architettura, insieme ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta, alle farmacie dei servizi, il fulcro di una nuova idea della salute – ha spiegato la Sereni –. Altrimenti quello che non si risolve sul territorio va a finire negli ospedali e nei pronto soccorso facendoci spendere di più. Poi dobbiamo fare un grande investimento sull’innovazione”. E, invece, “anche sulla digitalizzazione forse i soldi del Pnrr potevano dare esiti migliori. Infine l’intelligenza artificiale, che non deve servire per fare diagnosi, ma per aiutare i professionisti ad affrontare con meno burocrazia e più velocità dei problemi anche nuovi che i bisogni di salute ci propongono”.
In conclusione, la sfida della demografia chiama le istituzioni a un compito complesso: non basta più solo “curare”, occorre “prendersi cura” attraverso nuovi modelli organizzativi, investimenti nelle professioni sanitarie e una decisa spinta verso la prevenzione. Solo così la longevità degli italiani potrà trasformarsi da costo sociale a risorsa per il Paese.
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