Rialzo dei prezzi del petrolio e del gas, migliaia di voli cancellati, commercio a rischio. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, corridoio energetico fondamentale, e quella dello spazio aereo nel Medio Oriente, l’attacco avviato il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele in Iran ha subito presentato l’ampiezza delle sue conseguenze, che toccano da vicino anche l’Europa, a partire dal rischio di impennata dell’inflazione.
Lo Stretto di Hormuz: perché la sua chiusura cambia tutto
Lo Stretto di Hormuz è una sottile via marina che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e, da lì, all’Oceano Indiano. La sua posizione strategica lo rende un ‘chokepoint’, un ‘collo di bottiglia’ critico per l’economia energetica globale. Basti pensare che attraverso questa rotta passa circa un quinto del petrolio consumato nel mondo – circa 20-22 milioni di barili al giorno – e quote significative di gas naturale liquefatto (LNG), soprattutto verso Asia e in minor grado Europa.
Dopo i raid Usa-Israele su obiettivi iraniani, che hanno portato alla morte del leader supremo Ali Khamenei e di parte delle figure chiave del regime, le forze della Repubblica Islamica hanno emesso avvisi radio alle navi affermando che il passaggio non sarebbe più consentito, causando una riduzione drastica del traffico marittimo. Si tratta di un atto senza precedenti. Secondo i dati più recenti, il traffico di petroliere nel braccio di mare è crollato di circa il 70%, con molte navi ferme o deviate.
Interruzioni, anche temporanee, di questo passaggio comportano giocoforza un aumento dei premi assicurativi (a causa del rischio di guerra), dei costi di trasporto e logistica, e dei benchmark del greggio.
Mercati energetici volatili
Nelle prime ore di tensione il Brent è salito fino al +13% (oltre 82 dollari al barile) per attestarsi al 5,82%, alimentando timori di shock più duraturi e possibili quotazioni oltre i 100 dollari al barile se la crisi persiste. Anche il greggio Us West Texas Intermediate (Wti) ha registrato guadagni a doppia cifra. Dopo l’impennata, i prezzi hanno restituito parte dei guadagni iniziali ma sono rimasti in aumento di circa il 9%.
Secondo alcuni analisti, il Brent potrebbe attestarsi tra 100 e 115 dollari al barile, ma il rischio di una chiusura prolungata potrebbe spingere il greggio a 150 dollari o oltre.
E le tensioni sono anche sul gas: il blocco del transito generale di LNG ha già portato a sospensioni di produzione in alcuni paesi del Golfo e grandi oscillazioni nei prezzi.
L’interruzione nei flussi energetici non riguarda solo l’Iran: paesi importatori come Cina, Europa e Giappone vedono aumentare l’incertezza dei propri approvvigionamenti, mettendo sotto stress sia i mercati finanziari sia le strategie di politica energetica nazionali. Un discorso che vale soprattutto per l’Asia, che riceve oltre l’80% del greggio che transita per lo Stretto (Pechino prende da qui il 95% del proprio fabbisogno) ma che non risparmia il Vecchio Continente né gli stessi Stati Uniti.
Pressioni inflazionistiche
I costi più alti dell’energia si traducono in maggiori pressioni inflazionistiche, con i primi effetti sui listini dei carburanti e conseguenze che a breve potrebbero estendersi anche a bollette e prezzi dei prodotti trasportati. L’allarme infatti si estende ai prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti, dato che attraverso Hormuz transitano numerose materie prime, con una conseguente crisi della logistica e un aumento dei costi a livello globale che rischia di essere trasferito sui consumatori attraverso i prezzi al dettaglio dei prodotti trasportati.
Intanto ieri l’OPEC+ ha concordato un aumento della produzione di petrolio di 206mila barili al giorno per aprile: un aumento giudicato modesto da alcuni osservatori.
Estesa chiusura dello spazio aereo e blocco dei voli
Mentre la crisi energetica si manifesta via mare, un altro fronte si è aperto nei cieli: ampie aree dell’area mediorientale hanno chiuso lo spazio aereo o imposto restrizioni operative alle compagnie, con impatti ben oltre i confini regionali. Più di una dozzina di Paesi – tra cui Iran, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain e Emirati Arabi Uniti – hanno sospeso i voli civili e chiuso o parzialmente limitato l’accesso ai propri cieli, spesso in risposta a missili e droni lanciati dalla Siria o dall’Iran. L’aeroporto di Dubai, ad esempio, è stato colpito.
Il risultato è stato migliaia di turisti bloccati nella regione a causa di cancellazioni e deviazioni massicce, con hub fondamentali come Dubai, Abu Dhabi e Doha rimasti inattivi. I prezzi dei voli costretti a compiere rotte alternative sono schizzati alle stelle, anche triplicando. Allo stesso modo, il traffico cargo aereo ha subito contrazioni e ritardi legati alle chiusure dei cieli, che si caratterizza come una delle più grandi e gravi interruzioni dell’aviazione globale degli ultimi anni.
Costi in su anche per l’aviazione
L’impatto diretto si ripercuote su diverse dimensioni del settore aereo, in primis con un aumento dei costi operativi a causa delle lunghe deviazioni di rotta che aumentano consumo di carburante e le spese di equipaggio, mentre salgono premi assicurativi per rischi di guerra. Anche i ricavi sono sotto pressione: con cancellazioni e minor capacità disponibile, compagnie aeree e aeroporti perdono introiti diretti su biglietti, handling, servizi e contratti commerciali.
Se la crisi si prolunga, molte compagnie potrebbero trasferire parte dei costi più alti ai passeggeri, comprimendo però la domanda.
Le ripercussioni non si limitano al Medio Oriente: anche mercati lontani, come quello indiano e asiatico, hanno visto cancellazioni a catena di voli internazionali a causa delle deviazioni e dei blocchi dei cieli.
Salgono i ‘beni rifugio’
Il conflitto “ha scosso la fiducia degli investitori in tutto il mondo” e “provocato un massiccio disimpegno dagli investimenti rischiosi, facendo salire il valore dei beni rifugio come l’oro e il dollaro”, commenta Patrick Munnelly, analista di Tickmill. Mentre Bitcoin e altre attività digitali sono scese dopo gli attacchi: Bitcoin fino al 3,8% a 63.038 dollari, Ether del 4,5% a 1.835 dollari.
D’altronde, l’impennata dei prezzi degli idrocarburi tende a rafforzare il dollaro, valuta favorita poiché è quella in cui il petrolio è denominato. La valuta a stelle e strisce beneficia anche dello status degli Stati Uniti come primo produttore mondiale di petrolio, mentre “l’euro e lo yen sono legati a Paesi importatori che pagano più cara la loro energia”, sottolinea Stephen Innes di Spi Am. Così, “quando la bolletta energetica aumenta”, la loro “valuta ne subisce le conseguenze”, osserva l’analista.
L’aumento dei prezzi dell’energia rischia perciò di compromettere il rallentamento dell’inflazione, sia negli Usa che nell’Ue.
L’Ue rafforza Aspides
In aggiunta alla chiusura dello Stretto, i gruppi Houthi nello Yemen hanno minacciato di lanciare nuovi attacchi contro le navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. L’Ue perciò prevede di rafforzare la propria missione navale Aspides nel Mar Rosso con navi aggiuntive. La missione, a guida italiana, punta a proteggere la libertà di navigazione nel Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale dagli attacchi degli Houthi.
“Nessun problema immediato per la sicurezza energetica dell’Ue”
“Non c’è alcun problema immediato per la sicurezza energetica” dell’Unione in conseguenza della crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha affermato la portavoce della Commissione per l’Energia Anna-Kaisa Itkonen.
“Abbiamo chiesto agli Stati membri di condividere le loro valutazioni entro la fine di oggi. Riuniremo un gruppo di coordinamento per il petrolio nelle prossime 48 ore” per valutare la situazione”, ha spiegato a Bruxelles. La portavoce capo Paula Pinho ha sottolineato che “siamo quasi alla fine del periodo” in cui si riscaldano gli edifici, mentre i depositi di gas sono riempiti intorno al 30%. “Per ora non vediamo elementi di preoccupazione” per le scorte di metano, ha dichiarato Itkonen ammettendo che la situazione “nel lungo termine” impatterà sui prezzi e avvisando che sulla questione “ci sarà un dibattito dedicato” nel collegio dei commissari in settimana.
Secondo dati Eurostat, il blocco importa la maggior parte del suo petrolio da Stati Uniti, Norvegia, Kazakistan e Libia, dunque senza passare per lo Stretto di Hormuz. Mentre per quanto riguarda il gas naturale liquefatto, questo arriva al 60% dagli Stati Uniti, seguiti da Algeria e Russia. Il Qatar, secondo esportatore mondiale di GNL, ne ha fornito solo circa il 6% nel terzo trimestre del 2025.
Fattore chiave: la durata della crisi
Come in ogni crisi innescata da tensioni geopolitiche, il fattore chiave sarà proprio la durata. Se il conflitto si prolunga, le reazioni degli investitori potrebbero essere particolarmente prudenti, di fronte al loro principale nemico, l’incertezza. Sarà determinante la percezione che prevarrà: potrebbe innescarsi una reazione di panico, con una mole di vendite tale da far crollare i listini, o potrebbero generarsi spinte speculative a danni di singoli settori o debiti sovrani. Ma per il comparto energia, è sicuro che se la chiusura dovesse continuare, si rischia una nuova crisi energetica su larga scala.
Tuttavia, sottolineano gli osservatori, una chiusura completa dello Stretto di Hormuz sarebbe un’impresa difficile anche per l’Iran, poiché richiederebbe una presenza militare continua e nello stesso tempo ridurrebbe la sua capacità di effettuare altre operazioni.
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