La capitale ungherese si appresta a diventare l’epicentro di un terremoto diplomatico e politico che potrebbe ridisegnare i rapporti tra Budapest e la comunità internazionale. L’occasione è la quinta edizione del CPAC Hungary, il prestigioso forum conservatore che si terrà presso la Mtk Sports Hall, il prestigioso centro sportivo inaugurato lo scorso anno a Budapest. Tra gli ospiti più attesi figurerebbe il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la cui possibile presenza fisica ha già scatenato una durissima reazione da parte delle organizzazioni per i diritti umani e delle istituzioni internazionali in passato.
L’ombra della Corte Penale Internazionale su Netanyahu
Il nodo centrale della questione riguarda il mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale (Cpi) il 21 novembre 2024 contro Netanyahu per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Nonostante il governo di Viktor Orbán abbia già avviato le procedure di ritiro dallo Statuto di Roma per l’uscita dalla Corte, l’Ungheria ne resta legalmente un membro fino al 2 giugno 2026.
Di conseguenza, Budapest avrebbe l’obbligo giuridico di arrestare il premier israeliano non appena varcherebbe il confine nazionale. Human Rights Watch ha esortato le autorità ungheresi a non reiterare quanto accaduto nell’aprile 2025, quando Netanyahu visitò il Paese senza essere fermato, un episodio che portò la Cpi a dichiarare l’inadempienza dell’Ungheria. Alice Autin, ricercatrice di Hrw, ha sottolineato come ignorare questo obbligo rappresenti un tradimento verso le vittime e un ulteriore affronto allo Stato di diritto. Tuttavia, la partecipazione di Netanyahu potrebbe limitarsi a un intervento online: il violento conflitto armato in corso tra Israele e Iran ha infatti spinto i vertici israeliani e lo stesso presidente statunitense Donald Trump a cancellare ogni viaggio all’estero per ragioni di sicurezza.
L’evento a Budapest vedrà la partecipazione di figure di spicco della destra globale. Tra i nomi confermati e annunciati figurano il primo ministro ceco Andrej Babiš, l’ex primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, l’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, il deputato statunitense Russ Fulcher e il commentatore politico Dave Rubin.
Il duello per il futuro: Orbán contro Magyar
Questa tensione diplomatica si inserisce in un clima di estrema incertezza interna in vista delle elezioni nazionali del 12 aprile 2026. Per la prima volta dopo sedici anni di potere incontrastato, Viktor Orbán si trova a dover affrontare una sfida elettorale reale contro lo sfidante Peter Magyar.
Magyar, leader dell’opposizione, ha costruito la sua ascesa promettendo di porre fine all’ostruzionismo sistematico verso l’Unione europea e di adottare una linea più collaborativa con Bruxelles. Al contrario, Orbán ha impostato la sua campagna elettorale sulla retorica della “difesa degli interessi nazionali” e sulla protezione della sovranità ungherese contro le interferenze esterne. Il premier è stato accusato di minare l’indipendenza giudiziaria e la libertà di stampa attraverso l’uso di poteri speciali e decreti d’emergenza, una deriva che ha spinto il Parlamento europeo ad attivare la procedura dell’Articolo 7 per valutare la violazione dei valori fondamentali dell’Ue.
Il contesto: il veto su Kiev e la questione energetica
Sullo sfondo di queste tensioni, l’Ungheria continua a fare muro anche nelle dinamiche comunitarie. Insieme alla Slovacchia di Robert Fico, Budapest ha recentemente bloccato un prestito vitale da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, giustificando la mossa con presunti rischi per la propria sicurezza energetica.
Orbán sostiene che Kiev stia deliberatamente ostacolando il flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Drushba, nonostante il premier croato Plenkovic abbia ribattuto che l’Ungheria ha accesso a fonti alternative via mare attraverso la Croazia. Per molti osservatori, questa resistenza non è che un tassello della strategia elettorale di Orbán, volta a garantire al Paese l’accesso a idrocarburi russi con uno sconto del 30% rispetto ai prezzi di mercato. In un momento in cui l’Ucraina rischia il collasso finanziario già ad aprile, il comportamento di Budapest viene descritto dai vertici Ue come “inaccettabile” e potenzialmente irrazionale, dettato esclusivamente dalle necessità del consenso interno.
Il voto del 12 aprile non deciderà dunque solo chi guiderà l’Ungheria, ma determinerà se il Paese continuerà a essere un elemento di rottura all’interno dell’Unione o se inizierà un nuovo corso di integrazione e rispetto della legalità internazionale.
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