(Adnkronos) – L’emozione è ancora viva nella voce di Nicolò Govoni, all’indomani della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 allo stadio San Siro. Un momento intenso, vissuto davanti a miliardi di persone, che il fondatore di Still I Rise fatica ancora a metabolizzare. “Mi sa che ancora non ho completamente metabolizzato – racconta all’AdnKronos – perché è stato un momento così incredibile ma anche breve e veloce. Attendi ore in camerino e poi hai dieci minuti di questa grandissima emozione che ti lascia quasi stordito”. Govoni, classe 1993, è una delle figure italiane più significative nel campo dei diritti umani e dell’educazione globale. Per questo è stato scelto come uno dei portabandiera italiani alla cerimonia inaugurale. Un ruolo fortemente simbolico, che per lui ha un significato profondo.
“Da un punto di vista personale è un grande onore, un grande privilegio – spiega – soprattutto farlo accanto a persone di così grande calibro. Mi sono trovato accanto a sette portabandiera che sono leggende dello sport e dei diritti umani. Non posso che essere onorato”. Per Govoni portare il tema dei diritti umani su un palco globale comporta una bella responsabilità: “Tutto ciò che ha a che fare con i diritti umani non può essere solo simbolico – sottolinea – deve esserci un apporto misurabile, tangibile. Portare la bandiera è bellissimo, ma poi cosa ti lascia al mondo? Cosa dà al mondo?”.
L’esposizione mediatica delle Olimpiadi, secondo Govoni, deve diventare un amplificatore reale delle cause sociali: “Essere davanti a due miliardi di persone per qualche minuto può portare a far salire le cause per cui ci battiamo davanti al mondo. Puoi amplificare delle voci, dare risalto a situazioni importanti. Ma deve essere misurabile”. Anche sul tema della tregua olimpica osserva: “Non è una pace vera, è una pausa. Le Olimpiadi sono un esempio di comunione ma non dovrebbero essere circoscritte ai giorni di gara. Dovrebbero introdurre qualcosa di duraturo”. Il suo augurio è che la cerimonia non resti confinata alla retorica: “Spero che questo momento abbia ripercussioni che vadano oltre titoli di giornale, post, social e lustro”.
Al centro del percorso di Govoni c’è l’impegno con Still I Rise, l’organizzazione umanitaria internazionale fondata nel 2018, che sviluppa scuole di emergenza e scuole internazionali per bambini e adolescenti profughi o in condizioni di vulnerabilità in paesi come, Kenya, Siria, Yemen e Colombia. Un’esperienza che ha portato simbolicamente con sé anche sul palco olimpico. “Spero che il mio essere lì sia stata una dimostrazione di ciò che si può fare quando si crede profondamente in un sogno – dice – e quando ci si spende al massimo per tanto tempo”. Il messaggio è rivolto soprattutto ai più giovani: “Mi auguro che un ragazzo che mi guardi possa dire: se lo fa lui, lo posso fare anch’io. Anche una scelta di vita che non è patinata può portare all’eccellenza”.
Govoni ricorda come, all’inizio, il lavoro nell’istruzione per bambini profughi non fosse considerato ‘attraente’: “Non era visto come qualcosa di ambito. Ora è diverso, perché se riesci a creare qualcosa di articolato, diventa materia di studio. Non dipende dalla materia ma dal tempo e dall’attenzione che ci dedichi”. Durante la cerimonia si è parlato molto di pace, dai messaggi istituzionali alla poesia di Rodari letta sul palco da Ghali. A tal proposito Govoni riflette: “Le Olimpiadi sono una manifestazione internazionale di paesi che si rappresentano e gareggiano. È importantissimo che ogni popolo possa esprimere la propria identità”. E aggiunge: “La pace può esistere solo quando un popolo ha il diritto di autodeterminarsi nella propria terra, con la propria cultura, la propria religione. La pace non è l’assenza della guerra. L’assenza della guerra è solo una pausa”.
Durante i Giochi, i popoli si mostrano attraverso bandiere, tradizioni, lingue, abiti. Un momento di orgoglio identitario che secondo Govoni è essenziale: “Sono Paesi che godono dell’essere chi sono. La pace non si costruisce senza libertà dei popoli”. Non mancano riferimenti alle tensioni internazionali: “Lo vediamo in Iran, in Siria, in Palestina, in Venezuela. Finché ci saranno poteri più forti che si arrogano il diritto di ingerire nella sovranità altrui, questi popoli non accetteranno mai una pace imposta. Non puoi accettare una pace che è un compromesso quando ti senti oppresso. La pace si guadagna attraverso la ripartizione equa delle risorse e il rispetto”. Il senso ultimo delle Olimpiadi, per lui, va ben oltre lo sport: “Abbiamo visto quanto è importante per i popoli rappresentarsi. È vero durante i Giochi ma soprattutto fuori. Dobbiamo ricordarci che la pace si costruisce quando ogni popolo può autodeterminarsi”.
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