FIRENZE – L‘onda gialla dei trattori e il suono assordante dei campanacci hanno travolto stamani (25 febbraio) il cuore di Firenze. In migliaia, arrivati da ogni angolo della Toscana, si sono ritrovati sotto la sede del Consiglio regionale per lanciare un ultimatum alla politica: dodici priorità, un vero e proprio “manifesto” della sopravvivenza, da attuare entro i prossimi cento giorni.
Non è stata solo una protesta, ma una richiesta di aiuto corale di un settore stretto tra la morsa della burocrazia e le incognite del clima. Gli agricoltori, con un trattore parcheggiato simbolicamente sotto le finestre del potere regionale, hanno messo nero su bianco le loro istanze: semplificazione amministrativa immediata, stop ai controlli “fotocopia” che asfissiano le aziende, la creazione di un fondo regionale per le crisi e più risorse per le polizze agevolate contro le emergenze climatiche.
“La Toscana ha tutte le carte in regola per fare da apripista a un nuovo paradigma globale nella produzione di cibo”, ha scandito dal palco la presidente regionale Letizia Cesani. Un appello accorato affinché la Regione utilizzi ogni strumento normativo e finanziario per alleggerire il carico sulle imprese, permettendo loro di restare competitive senza spezzare il legame ancestrale tra terra e tavola.
Le criticità sollevate sono ferite aperte per le campagne toscane: si va dalla richiesta di una strategia urgente sugli invasi per contrastare la siccità, al contenimento delle malattie animali, fino all’annoso problema dei danni provocati da cinghiali e predatori, per i quali si chiedono indennizzi rapidi e certi. Nel mirino degli agricoltori anche il fotovoltaico a terra — “che ruba spazio alle colture” — e la carenza di manodopera, oltre alla richiesta di una valorizzazione reale del pescato locale e del “brand” cibo toscano.
Accanto a Cesani, si sono alternati i presidenti delle federazioni provinciali e tanti produttori che hanno portato la testimonianza di chi, ogni giorno, sfida l’incertezza per portare i prodotti sulle tavole.
La palla passa ora alla politica: i prossimi tre mesi diranno se il grido di via Cavour è stato ascoltato o se resterà soffocato dal rumore dei motori spenti.



