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Danneggiamenti ed estorsioni all’imprenditrice cinese, 4 arresti dalla Squadra Mobile

Un anno e mezzo di vessazioni, dalle minacce agli incendi alla richiesta di denaro, per mantenere l'utilizzo di un capannone

SESTO FIORENTINO – Un’escalation di violenza degna di un film poliziesco, ma tragicamente reale, quella che per un anno e mezzo ha stretto in una morsa di terrore un’imprenditrice cinese di Sesto Fiorentino. Nella serata di ieri (3 marzo) gli uomini della Squadra Mobile e del Ros dei carabinieri hanno messo la parola fine a un incubo fatto di raid armati, incendi e richieste di denaro folli, arrestando quattro connazionali della vittima con l’accusa, pesantissima, di tentata estorsione e incendio aggravati dal metodo mafioso.

L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Firenze, ha svelato un sistema di intimidazione sistematica volto a ottenere il controllo di un prezioso asset immobiliare. Al vertice della piramide, secondo gli inquirenti, c’è il 39enne Y.T., indicato come il mandante di una spietata strategia punitiva. Tutto ha inizio nell’agosto 2024, quando un commando di cinque persone armate di machete e picconi fece irruzione nella sede di una azienda devastando i locali. Il motivo? La pretesa di Y.T. di continuare a utilizzare un capannone che la società della vittima stava per acquistare regolarmente.

Non ottenendo la resa dell’imprenditrice, il gruppo ha alzato il tiro. Nel maggio 2025, un autocarro aziendale è stato dato alle fiamme; un mese dopo, l’auto privata della titolare, parcheggiata davanti a casa, è stata bersagliata con pietre e imbrattata di vernice rossa. Un dettaglio, quest’ultimo, che si è rivelato fatale per gli aguzzini: durante le perquisizioni, la polizia ha rinvenuto abiti sporchi della stessa vernice rossa, incastrando Z.H. (30 anni) e Y.X. (26 anni), i materiali esecutori dei danneggiamenti.

Il culmine della vicenda è stato raggiunto lo scorso 23 gennaio, con l’ultima, disperata richiesta estorsiva: 2,8 milioni di uuro per “evitare l’incendio del negozio”. Una pretesa formulata da H.J. (40 anni), che ha concesso alla donna solo pochi giorni per decidere. Ma questa volta la rete degli investigatori, che già monitoravano i movimenti del clan tra tabulati telefonici e telecamere di sorveglianza, si è chiusa.

Il Gip del Ttibunale di Firenze ha riconosciuto pienamente l’aggravante mafiosa, sottolineando come la condotta degli indagati abbia generato un clima di omertà e soggezione talmente profondo all’interno della comunità cinese da impedire persino l’assunzione di testimonianze. Mentre Y.T. e i due esecutori materiali sono stati trasferiti in carcere, H.J. è finito ai domiciliari.

Per Sesto Fiorentino è la fine di una vicenda durata 18 mesi, un segnale forte contro le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto produttivo locale.

© Riproduzione riservata

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