Ventidue associazioni, nove mesi di confronto, nove proposte concrete. Nasce così “Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni”, una piattaforma che prova a mettere in fila alcuni dei principali ostacoli che oggi pesano sui percorsi di vita dei giovani in Italia: l’accesso alla scuola e all’università, la cittadinanza, il lavoro, la casa, la cura, gli spazi pubblici, il rapporto con la pubblica amministrazione e il peso del patrimonio familiare di partenza.
Il documento è stato lanciato il 5 maggio 2026 da una ampia rete di realtà associative, civiche e giovanili: ACLI, ActionAid, ADI, Arci, Cittadinanzattiva, Collettivo Tirtenlà, Comunet, CoNNGI, Dedalus, Diciassette aps, Fantapolitica, Fondazione Comunità di Messina, Forum Disuguaglianze e Diversità, Legambiente, Porco Rosso Arci, Presidio Patto Simeto, Questa è la mia terra, RENA, Scomodo, Tortuga, Visionary e YOUng Caritas.
La piattaforma non viene presentata come un programma politico chiuso, né come un appello da sottoscrivere. L’impostazione scelta è diversa: un insieme di proposte da portare nei territori, discutere con ragazze e ragazzi, verificare nella loro capacità di parlare anche a chi è più distante dalla partecipazione organizzata. Nei prossimi mesi, infatti, le associazioni promotrici organizzeranno incontri locali per confrontarsi con giovani, comunità, scuole, università, realtà civiche e gruppi informali.
Il punto di partenza è una domanda semplice solo in apparenza: quali condizioni servono perché le nuove generazioni possano scegliere davvero il proprio percorso di vita e, allo stesso tempo, incidere sulle trasformazioni del Paese?
Perché nasce “Ci siamo!”
Alla base della piattaforma c’è una diagnosi che tiene insieme due piani: quello individuale e quello collettivo. Gli ostacoli che riguardano i giovani non sono letti solo come problemi personali, legati alla difficoltà di trovare lavoro, pagare un affitto, proseguire gli studi o costruire una famiglia. Sono anche ostacoli che riducono la capacità di intere generazioni di partecipare, organizzarsi, portare idee nuove nei luoghi in cui si decide.
Nel documento viene richiamato, tra gli altri dati, l’aumento dell’assenteismo giovanile alle elezioni politiche. Nella fascia 18-30 anni, dove si vota per attribuire un mandato di rappresentanza, l’assenteismo sarebbe passato da una media di circa il 13% nel periodo 1994-2006 a circa il 40% nel 2022. Un dato che le associazioni leggono come segnale di una distanza crescente dalle forme tradizionali della rappresentanza e dalle organizzazioni che chiedono fiducia continuativa: partiti, corpi intermedi, strutture associative consolidate.
La piattaforma distingue questo fenomeno dalla partecipazione puntuale a referendum, mobilitazioni o campagne su temi specifici. Il problema, quindi, non sarebbe l’assenza di interesse o di consapevolezza. Al contrario, molte comunità giovanili, fisiche e digitali, si attivano su questioni come clima, lavoro, diritti, genere, scuola, pace, cittadinanza. Ma queste forme di mobilitazione faticano a produrre effetti di sistema e a tradursi in potere decisionale stabile.
Da qui nasce l’idea di lavorare su tre nodi principali.
- Il primo riguarda l’autonomia materiale. Per molte ragazze e molti ragazzi, le scelte di vita dipendono ancora in misura forte dal patrimonio familiare, dalla stabilità economica dei genitori, dalla possibilità di ricevere aiuto per studiare, cambiare città, accettare o rifiutare un lavoro, pagare un affitto, affrontare un periodo di transizione. A questo si aggiungono salari bassi, lavoro precario, carriere discontinue, costi abitativi elevati e carichi di cura spesso gestiti dentro la famiglia, con un peso maggiore sulle donne.
- Il secondo nodo riguarda la voce. Le associazioni parlano di una voce giovanile spesso non riconosciuta: giovani con background migratorio che vivono, studiano e lavorano in Italia senza piena cittadinanza; studenti e studentesse poco coinvolti nei processi educativi; giovani lavoratori che non trovano spazi di rappresentanza; persone sensibili alla crisi climatica ma con scarsa capacità di incidere sulle scelte pubbliche; nuove generazioni che guardano alla pubblica amministrazione più come a un ripiego che come a un luogo di cambiamento.
- Il terzo nodo riguarda il sistema formativo e relazionale. Scuola, università e spazi pubblici vengono descritti come luoghi decisivi, ma indeboliti. La scuola è chiamata a contrastare disuguaglianze educative sempre più profonde; l’università rischia di riprodurre le differenze sociali anziché ridurle; gli spazi di incontro gratuiti, accessibili e non commerciali sono sempre più rari. In questo quadro, anche la fragilità psicologica e la sensazione di una vita “che mangia il tempo” diventano parte della questione generazionale.
Le 9 proposte per dare potere e libertà alle nuove generazioni
La piattaforma prova a rispondere a questi nodi attraverso nove terreni di intervento.
1. Istruzione scolastica
La prima proposta riguarda il rafforzamento dei patti educativi di comunità, cioè accordi tra scuole, enti locali, associazioni, terzo settore e realtà attive nei territori. L’obiettivo è rendere più solido il legame tra scuola e comunità, evitando che l’istituzione scolastica venga lasciata sola davanti a problemi che hanno spesso cause sociali, economiche e culturali. Povertà educativa, abbandono, insuccesso formativo e divari tra territori non dipendono solo da ciò che accade in classe: per questo la piattaforma propone di mettere in rete competenze, spazi, servizi e soggetti diversi.
Il punto di partenza è la condizione della scuola pubblica. Il documento richiama anni di disinvestimento, aumento della burocrazia, precarietà di una parte del corpo docente e differenze crescenti tra scuole e territori. La pandemia ha reso ancora più visibili queste fratture, mostrando da un lato le difficoltà di molti studenti nell’accesso alla didattica a distanza, dall’altro il ruolo della scuola come luogo di socialità, crescita personale e costruzione di appartenenza. La proposta, quindi, non guarda alla scuola solo come spazio di istruzione, ma come uno dei primi luoghi in cui ragazze e ragazzi possono sviluppare competenze, senso critico e capacità di partecipazione.
I patti educativi di comunità vengono indicati come uno strumento già sperimentato in diversi contesti e da trasformare in una soluzione più diffusa e stabile. Possono servire a sostenere gli studenti più fragili, rafforzare il rapporto tra scuola e territorio, innovare la didattica, recuperare spazi, costruire attività educative fuori e dentro l’orario scolastico. La loro funzione, però, non è semplicemente aggiungere iniziative alla scuola: è costruire una responsabilità condivisa, in cui istituzioni, comunità scolastica e realtà sociali lavorano insieme con obiettivi verificabili.
L’aspetto più rilevante della proposta è il ruolo attribuito a studenti e studentesse. La piattaforma chiede che non siano considerati soltanto destinatari di attività decise dagli adulti, ma soggetti da coinvolgere nella costruzione dei percorsi educativi. Nelle scuole superiori questo potrebbe avvenire rafforzando le rappresentanze studentesche e usando strumenti come questionari, focus group e assemblee per far emergere bisogni, difficoltà e desideri. Nelle scuole inferiori, lo stesso ascolto potrebbe essere adattato all’età, anche attraverso attività più legate al gioco e alla relazione.
Dentro i patti educativi, ragazze e ragazzi potrebbero anche confrontarsi con problemi concreti dei territori in cui vivono: ambiente, integrazione, disuguaglianze, stereotipi di genere, qualità degli spazi pubblici, solidarietà. In questo modo la scuola diventerebbe anche un luogo in cui imparare a leggere la realtà e a misurarsi con la possibilità di cambiarla, almeno su scala locale. La conoscenza non resterebbe separata dall’esperienza, ma diventerebbe uno strumento per comprendere problemi reali, formulare proposte e dialogare con istituzioni e comunità.
Per evitare che i patti restino esperienze isolate, la piattaforma propone una cornice più strutturata. Il ministero potrebbe adottare linee guida nazionali per orientare la co-programmazione e la co-progettazione educativa tra scuole, Comuni e organizzazioni civiche. Allo stesso tempo, queste linee guida dovrebbero lasciare spazio alle specificità locali, perché i bisogni di una scuola in un’area interna, in una grande città o in un contesto periferico possono essere molto diversi. Centrale sarebbe anche il monitoraggio dei risultati, per capire se i patti riescono davvero a ridurre gli ostacoli e a rafforzare la partecipazione degli studenti.
La proposta si collega ad altri punti della piattaforma. I patti educativi potrebbero diventare uno degli spazi in cui costruire orientamento verso l’università e il lavoro, percorsi di educazione sessuo-affettiva, collaborazioni con le Case di Futuro e attività di accompagnamento all’eventuale eredità universale. Il senso complessivo è rendere la scuola più aperta, più connessa al territorio e più capace di ascoltare chi la vive ogni giorno.
2. Nuova cittadinanza
La seconda proposta riguarda i giovani con background migratorio che nascono, crescono, studiano o vivono stabilmente in Italia, ma non hanno accesso automatico alla cittadinanza. Il punto centrale è il riconoscimento giuridico di chi è già parte della comunità nazionale nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro e nei rapporti sociali. La piattaforma definisce la cittadinanza non come una concessione, ma come uno strumento di uguaglianza, dignità e partecipazione democratica.
Il documento parte da un problema normativo: l’attuale legge sulla cittadinanza è nata in un contesto storico in cui l’Italia era soprattutto un Paese di emigrazione. Per questo privilegia la trasmissione della cittadinanza per discendenza, anche verso chi nasce all’estero da genitori italiani. Oggi, però, il quadro demografico è cambiato. Nel 2023, secondo i dati richiamati dalla piattaforma, i nati da genitori di cui almeno uno straniero erano circa il 21,3% del totale, mentre il 13,5% aveva entrambi i genitori stranieri. Da qui la richiesta di aggiornare le regole a una società ormai diversa.
La proposta chiede una riforma organica della cittadinanza per chi nasce o cresce in Italia e per i figli e le figlie di genitori già naturalizzati italiani. Tra gli strumenti indicati ci sono lo ius soli, eventualmente temperato da requisiti legati alla residenza, e lo ius scholae, che riconosce il percorso scolastico in Italia come elemento decisivo di appartenenza. L’obiettivo è evitare disparità casuali tra chi nasce in Italia, chi arriva da piccolo, chi cresce nel sistema scolastico italiano e chi resta escluso per tempi, procedure o condizioni familiari.
Il mancato riconoscimento non viene letto solo come un problema burocratico. Per ragazze e ragazzi che vivono in Italia fin dall’infanzia, l’assenza di cittadinanza può incidere su esperienze concrete: viaggi scolastici, attività formative, partecipazione civica, accesso ad alcune opportunità. Ma pesa anche sul piano identitario. Chi si sente parte del Paese in cui cresce può vivere la mancanza di riconoscimento come una distanza tra la propria esperienza quotidiana e lo status giuridico assegnato dallo Stato.
La piattaforma sottolinea anche gli ostacoli procedurali e organizzativi. Le pratiche possono essere complesse, gli uffici amministrativi non sempre seguono criteri uniformi, la documentazione richiesta può risultare difficile da reperire e le famiglie spesso ricevono poche informazioni. Anche le scuole, pur essendo un presidio decisivo nella vita dei ragazzi, non sempre dispongono degli strumenti necessari per orientare studenti e genitori. A questo si aggiungono tempi di attesa lunghi o incerti, che rendono il percorso ancora più fragile.
La proposta ha anche una dimensione di genere e territoriale. Le donne possono incontrare ostacoli specifici nell’accesso alla cittadinanza, legati a reddito, lavoro, autonomia economica e dipendenza familiare. Per chi vive in periferie o contesti svantaggiati, invece, le barriere possono aumentare: minore accesso alle informazioni, servizi più deboli, maggiore esposizione a esclusione sociale e discriminazioni. Per questo la piattaforma collega la riforma della cittadinanza a politiche locali di supporto, informazione e inclusione.
Accanto alla riforma normativa, il documento propone un lavoro culturale. Non basta cambiare la legge se poi le pratiche amministrative restano confuse e il senso comune continua a leggere la cittadinanza come appartenenza chiusa. Per questo vengono indicate campagne locali, formazione per scuole e Comuni, informazione rivolta alle famiglie e standardizzazione delle procedure. L’idea è rendere la cittadinanza non solo più accessibile sulla carta, ma effettivamente esigibile.
In questa prospettiva, scuole e amministrazioni locali avrebbero un ruolo operativo. Le scuole potrebbero informare studenti e famiglie sulle procedure, individuare chi si avvicina all’età utile per presentare domanda e accompagnare i percorsi più fragili. I Comuni potrebbero uniformare le pratiche, formare il personale degli uffici anagrafe e costruire un collegamento stabile con gli istituti scolastici. La riforma, quindi, non si esaurirebbe nel Parlamento, ma richiederebbe un sistema amministrativo capace di applicarla in modo chiaro e omogeneo.
Il punto di fondo è che la cittadinanza viene considerata una condizione per partecipare pienamente alla vita sociale, educativa e lavorativa. Per questo la proposta si collega ad altri temi della piattaforma: scuola, lavoro, casa, spazi pubblici e inclusione. Riconoscere chi nasce o cresce in Italia significa, nella logica del documento, ridurre una barriera che limita opportunità, appartenenza e partecipazione fin dall’infanzia.
3. Patrimonio di partenza
La terza proposta riguarda il patrimonio di partenza, cioè le risorse economiche su cui ragazze e ragazzi possono contare quando arrivano alla maggiore età. La piattaforma parte da un dato di fondo: le opportunità di studio, lavoro, mobilità e autonomia non dipendono solo dal percorso scolastico, ma anche dalla ricchezza familiare disponibile. Avere un sostegno economico alle spalle può permettere di proseguire gli studi, cambiare città, rifiutare un lavoro sottopagato, avviare un progetto o affrontare con più libertà una fase di transizione. Non averlo restringe il campo delle scelte.
Per intervenire su questo divario, la proposta prevede una “eredità universale e incondizionata” da 15mila euro per ogni giovane nato o cresciuto in Italia, da ricevere al compimento dei 18 anni. La misura riguarderebbe circa 590 mila persone ogni anno e avrebbe un costo stimato tra 8 e 9 miliardi di euro annui. Il finanziamento arriverebbe da una riforma progressiva della tassazione su grandi eredità e donazioni, con l’obiettivo di spostare una parte della ricchezza accumulata tra generazioni verso chi entra nella vita adulta.
Il punto centrale è l’universalità della misura. La piattaforma non propone una dote limitata solo ai giovani con redditi più bassi, ma un trasferimento per tutti e tutte, senza condizioni sull’utilizzo. La scelta è motivata dall’idea di evitare meccanismi selettivi complessi e di riconoscere a ogni ragazza e ragazzo una base comune di libertà. L’incondizionalità serve anche a non imporre dall’alto una lista di usi considerati corretti: studiare, lavorare, viaggiare, formarsi, avviare un’attività o sostenere un progetto personale resterebbero decisioni della persona che riceve la dote.
La piattaforma affianca però alla dote un secondo elemento decisivo: servizi di accompagnamento e abilitazione. Ricevere 15 mila euro a 18 anni può ampliare le possibilità, ma può anche esporre a scelte poco informate, pressioni familiari, proposte opportunistiche o semplice disorientamento. Per questo viene previsto un percorso di preparazione che inizi già dal primo anno della scuola media e possa proseguire fino all’anno successivo alla maggiore età.
L’obiettivo di questi servizi non è dirigere le scelte dei giovani, ma rafforzare la loro capacità di decidere. La proposta parla di orientamento, educazione finanziaria, confronto sui progetti di vita, uso consapevole del digitale e dell’intelligenza artificiale, mappatura delle opportunità presenti nel territorio, dialogo con figure adulte competenti. Il percorso dovrebbe aiutare ragazze e ragazzi a collegare esperienze scolastiche, attività fuori dalla scuola, aspirazioni personali e possibilità concrete.
La piattaforma immagina anche figure dedicate all’accompagnamento, non semplici docenti aggiuntivi, ma professionisti con competenze in orientamento, inclusione, giustizia sociale e lettura delle opportunità territoriali. In uno scenario esteso, con una figura per ogni scuola secondaria, il costo stimato sarebbe di circa 630 milioni di euro annui; in uno scenario misto, con figure condivise tra scuole più piccole e presidi dedicati nei plessi più grandi, la stima scenderebbe tra 400 e 450 milioni.
Questi percorsi potrebbero utilizzare strumenti diversi: laboratori di orientamento, piattaforme digitali, archivi di opportunità formative e lavorative, momenti di confronto tra pari, reti di mentoring, scuole estive non obbligatorie, contenuti online dedicati. Il punto è costruire attorno alla dote un’infrastruttura educativa, perché l’eredità universale non sia solo un trasferimento economico, ma anche un’occasione per discutere in modo più strutturato le scelte di vita dopo i 18 anni.
La proposta si lega direttamente ad altri capitoli della piattaforma. I patti educativi di comunità potrebbero diventare uno dei luoghi in cui costruire l’accompagnamento. Le Case di Futuro potrebbero offrire spazi e attività di orientamento. Le misure su casa, università e lavoro servirebbero a rendere più praticabili le opzioni che la dote può aprire. Il senso complessivo è ridurre il peso del patrimonio familiare sulle scelte individuali e dare a ogni giovane una base minima da cui partire.
4. Università
La quarta proposta riguarda l’università. Il documento parte da una constatazione: il sistema universitario italiano non riesce ancora a rimuovere le disuguaglianze sociali, e in molti casi le riproduce. L’origine familiare continua a pesare sulle possibilità di iscriversi, restare nel percorso, laurearsi e accedere alla ricerca. Secondo i dati richiamati dalla piattaforma, nel 2024 solo il 30,6% delle persone tra 25 e 33 anni aveva un titolo universitario, contro una media europea del 43,1%. La probabilità di laurearsi arriva al 60% per chi ha almeno un genitore laureato, scende al 30% per chi ha genitori diplomati e al 18% per chi proviene da famiglie con al massimo la licenza media.
La proposta individua diversi ostacoli: costi di accesso, diritto allo studio incompleto, numero chiuso, orientamento frammentato, difficoltà abitative nelle città universitarie, servizi insufficienti per la salute mentale, precarietà nella ricerca. A questi fattori si aggiunge il peso delle reti familiari e sociali, che condizionano sia le scelte formative sia le opportunità successive. L’università, nella lettura della piattaforma, dovrebbe invece funzionare come un luogo capace di allargare le possibilità, non di confermare le differenze di partenza.
Per questo il documento propone innanzitutto un sistema pubblico di orientamento più solido, da costruire già prima dell’università. L’orientamento non dovrebbe limitarsi a informare sui corsi disponibili o sugli sbocchi occupazionali, ma aiutare ragazze e ragazzi a immaginare percorsi di studio e di vita più consapevoli, anche quando provengono da contesti sociali o territoriali svantaggiati. La proposta punta su azioni precoci, continuative e coordinate tra scuola, università e servizi territoriali.
Sul piano dell’accesso, la piattaforma propone il superamento del numero chiuso, accompagnato però da investimenti adeguati per evitare un abbassamento della qualità. L’idea è che l’apertura dei corsi debba andare insieme a più docenti, più spazi, migliore programmazione della didattica e processi di accesso capaci di considerare anche le condizioni di vulnerabilità o discriminazione che incidono sui risultati scolastici e sui test.
Un altro punto centrale è il diritto allo studio. La piattaforma chiede l’abolizione della contribuzione studentesca, definita impropriamente “tassa universitaria”, con compensazione attraverso un aumento del finanziamento statale. Propone inoltre di aumentare le borse di studio, superare le disparità regionali e garantire che tutte le persone idonee possano effettivamente ricevere il sostegno previsto. Casa e salute mentale vengono considerate servizi essenziali per la permanenza nel percorso universitario, non elementi accessori: senza alloggi sostenibili e supporto psicologico, l’accesso formale all’università rischia di restare insufficiente.
La proposta interviene anche sulla qualità della formazione. L’università dovrebbe sostenere non solo competenze professionali, ma anche spirito critico, interdisciplinarità, capacità di leggere le trasformazioni sociali, ambientali e tecnologiche. Il documento chiede percorsi formativi più aperti al dialogo tra discipline e più attenti a inclusione, giustizia sociale e ambientale. In questa visione, la conoscenza è un bene comune e l’università uno spazio di confronto, non solo un canale di preparazione al mercato del lavoro.
Ampio spazio viene dedicato alla ricerca. Dottorati, post-doc e prime fasi della carriera accademica sono descritti come percorsi segnati da precarietà e scarse tutele, che finiscono per selezionare chi può permettersi anni di instabilità economica. La piattaforma chiede che la ricerca venga riconosciuta come lavoro fin dalle sue prime fasi, con retribuzioni adeguate, tutele, percorsi più chiari e valutazioni meno schiacciate su indicatori quantitativi e pressione alla pubblicazione.
La piattaforma interviene poi sul governo degli atenei. Studentesse, studenti, ricercatrici e ricercatori precari dovrebbero avere più spazio negli organi decisionali e nelle sedi in cui si discutono formazione, ricerca, risorse e organizzazione. La proposta chiede più trasparenza, consultazione, co-decisione e un riequilibrio dei poteri rispetto agli organi monocratici, come rettori e direttori.
Infine, la piattaforma dedica un passaggio anche al ruolo delle università private con finalità di profitto, in particolare di alcuni percorsi telematici. Secondo il documento, la difficoltà di accesso al sistema pubblico può spingere una parte degli studenti verso offerte formative private, spesso più flessibili ma non sempre accompagnate dalle stesse garanzie di qualità, partecipazione e vita universitaria. Per questo viene proposta una valutazione più rigorosa dei corsi, soprattutto telematici, fino alla possibilità di revocare l’accreditamento nei casi in cui non siano rispettati standard adeguati. Allo stesso tempo, la piattaforma non respinge la formazione a distanza in sé: propone anzi di sviluppare corsi telematici pubblici di qualità, pensati per chi lavora, ha carichi di cura o non può frequentare stabilmente in presenza.
Per realizzare queste misure, la piattaforma chiede di aumentare il finanziamento pubblico ordinario di università e ricerca almeno all’1,4% del Pil. Le risorse servirebbero a rendere strutturali gli interventi: più personale, più spazi, più borse di studio, più studentati, più servizi e migliori infrastrutture. L’obiettivo è evitare che l’accesso all’università resti solo teorico: aprire i percorsi senza investire su qualità e sostegno agli studenti rischierebbe di spostare il problema, non di risolverlo.
5. Spazi pubblici
La quinta proposta riguarda gli spazi pubblici di incontro. La piattaforma parte da un bisogno trasversale, che riguarda giovani delle periferie, delle aree interne, dei piccoli centri, delle zone industriali e delle città: avere luoghi accessibili dove incontrarsi, studiare, lavorare, discutere, ricevere supporto e costruire iniziative comuni. Non spazi commerciali o a pagamento, ma luoghi in cui poter stare, confrontarsi e contribuire alla loro organizzazione.
Da qui nasce la proposta delle “Case di Futuro”. L’idea è creare o rafforzare spazi fisici in cui ragazze e ragazzi, lavoratrici e lavoratori, persone con cittadinanza italiana o con appartenenza di vita al Paese possano trovare strumenti pratici e occasioni di confronto. Connessioni, sale, stampanti e postazioni di lavoro, ma anche sportelli e attività su temi come lavoro precario, diritti di cittadinanza, espressione culturale, crisi climatica, partecipazione e formazione critica.
Il punto non è offrire semplicemente servizi ai giovani. La piattaforma insiste sul fatto che ragazze e ragazzi non devono essere considerati utenti o beneficiari, ma soggetti coinvolti nella progettazione e nella gestione degli spazi. Le Case di Futuro dovrebbero quindi funzionare come luoghi di protagonismo, non come contenitori decisi dall’alto. La differenza è importante: non “portare i giovani” in uno spazio già definito, ma dare loro potere reale sull’uso, sulle attività e sulle priorità.
La proposta nasce anche da una critica alla progressiva riduzione degli spazi pubblici. Secondo il documento, negli ultimi decenni molti luoghi di incontro sono stati privatizzati, commercializzati o trasformati in spazi di passaggio e consumo. Per molti giovani, soprattutto dopo la scuola, mancano luoghi “neutri” dove confrontarsi senza dover pagare, consumare o dipendere dalla disponibilità di spazi familiari. Questo isolamento pesa sulle scelte individuali, ma anche sulla capacità collettiva di organizzarsi.
Le Case di Futuro potrebbero nascere in due modi. Il primo è la creazione di nuove infrastrutture territoriali multifunzionali, a metà tra cittadinanza, lavoro e servizi. Potrebbero essere attivate in luoghi dove esiste già una forte concentrazione di persone: aree produttive, poli logistici, grandi mercati, centri commerciali, strutture oggi usate quasi solo in modo funzionale o commerciale. In questi contesti, l’obiettivo sarebbe introdurre spazi dedicati alle persone, al confronto, alla tutela dei diritti e alla costruzione di relazioni.
Il secondo modello punta invece sul patrimonio già esistente: circoli, associazioni di base, sedi territoriali, cooperative di comunità, spazi civici, strutture nate dal mondo sindacale, cattolico, politico o associativo. Molti di questi luoghi sono diffusi nei quartieri, nei comuni minori, nelle periferie e nelle aree interne, ma non sempre riescono più a esprimere tutto il loro potenziale. La proposta è rifunzionalizzarli, dando alle nuove generazioni una quota reale di decisione sulla gestione, sulle attività e sulla missione.
In entrambi i casi, la dimensione intergenerazionale è centrale. Le Case di Futuro non sono immaginate come spazi separati per soli giovani, ma come luoghi in cui generazioni diverse possano incontrarsi. Il ruolo dei giovani, però, non deve essere decorativo: la piattaforma chiede che abbiano responsabilità effettive, anche nella governance. Solo così questi spazi possono diventare strumenti di partecipazione e non semplici operazioni di ricambio generazionale di facciata.
Sul piano pratico, le Case di Futuro potrebbero ospitare coworking popolari, sportelli per lavoratori precari, attività di orientamento, percorsi di autoformazione, iniziative culturali, laboratori, servizi di supporto alla cittadinanza, momenti di confronto su problemi territoriali. Nelle aree interne e nei piccoli centri potrebbero diventare presidi contro l’isolamento; nei quartieri urbani, punti di aggregazione e progettazione locale; nei luoghi ad alta densità di lavoro, spazi di supporto per figure spesso frammentate e difficili da raggiungere.
La proposta collega questi spazi anche alla rigenerazione urbana, ma con una cautela: non si tratta di creare contenitori nuovi senza una funzione reale, né di usare la rigenerazione per valorizzare immobili a beneficio di interessi privati. L’obiettivo dichiarato è una rigenerazione non speculativa, legata ai bisogni delle comunità e alla possibilità di recuperare spazi abbandonati o sottoutilizzati senza nuovo consumo di suolo.
Le Case di Futuro si collegano a diversi altri punti della piattaforma. Possono ospitare attività dei patti educativi, percorsi di orientamento legati all’eredità universale, iniziative su cittadinanza e diritti, momenti di raccordo tra scuola, università e lavoro. Il senso complessivo è restituire ai giovani luoghi fisici in cui costruire legami, competenze e capacità collettiva. In una fase in cui molte relazioni passano dal digitale e molti spazi reali sono regolati dal consumo, la proposta rimette al centro la funzione sociale dello spazio pubblico.
6. Lavoro
La sesta proposta riguarda il lavoro e parte da una constatazione: per molte persone giovani l’accesso a un’occupazione stabile, dignitosa e coerente con le proprie competenze è diventato più difficile rispetto alle generazioni precedenti. Il problema non riguarda solo la mancanza di lavoro, ma anche la sua qualità: salari bassi, stage e tirocini poco o per nulla retribuiti, contratti brevi, part time involontario, collaborazioni che nascondono rapporti subordinati, carriere discontinue.
Secondo la piattaforma, questa condizione riduce la possibilità di costruire autonomia dalla famiglia di origine. Un reddito incerto o insufficiente rende più difficile lasciare casa, programmare il futuro, trasferirsi per studio o lavoro, sostenere un affitto, scegliere un impiego coerente con le proprie aspirazioni. Il lavoro, quindi, non viene letto solo come questione occupazionale, ma come condizione materiale per entrare nella vita adulta.
Il documento distingue tre dimensioni del problema. La prima è quella retributiva: molti giovani lavorano con compensi bassi, soprattutto se inseriti in percorsi di ingresso, forme atipiche o contratti deboli. La seconda riguarda la sicurezza sociale: carriere discontinue e buchi contributivi rendono più fragile anche la prospettiva pensionistica. La terza riguarda la qualità del lavoro: competenze non valorizzate, mansioni non coerenti con il percorso formativo, pochi controlli sul rispetto dei contratti e scarsa attenzione all’equilibrio tra lavoro e vita.
Le penalizzazioni, però, non colpiscono tutti allo stesso modo. La piattaforma sottolinea il peso delle disuguaglianze di genere, territoriali e sociali. Le giovani donne sono più esposte a part time involontario, carriere discontinue e interruzioni legate al lavoro di cura. Chi vive nel Mezzogiorno o proviene da famiglie più fragili incontra ostacoli maggiori. Anche i giovani con background migratorio possono trovarsi in condizioni più vulnerabili, soprattutto nei segmenti meno tutelati del mercato del lavoro.
La proposta si muove su due livelli. Il primo è generale: servono politiche industriali orientate alla creazione di “buoni lavori” e un welfare che riconosca i giovani come titolari di diritti propri, non solo come componenti della famiglia di origine. Il secondo livello è più immediato e si concentra su tre strumenti: salario minimo dignitoso, verità nei contratti e pensione di garanzia.
Il salario minimo viene indicato come una misura per contrastare il lavoro povero e lo sfruttamento. Nella piattaforma non è pensato come sostituto della contrattazione collettiva, ma come soglia di dignità collegata al costo reale della vita e aggiornabile nel tempo. L’obiettivo è evitare che l’ingresso nel mondo del lavoro coincida con compensi troppo bassi, tirocini gratuiti o “lavoretti” senza tutele.
Il secondo strumento è la “verità nei contratti”. La proposta riguarda tutti quei casi in cui la forma contrattuale non corrisponde al lavoro effettivamente svolto: partite Iva che mascherano lavoro dipendente, part time associati a disponibilità molto più ampie, tirocini ripetuti e sottopagati, contratti atipici usati per aggirare le tutele. Per intervenire, la piattaforma chiede regole più stringenti e un rafforzamento dei controlli, anche attraverso più personale ispettivo.
Il terzo strumento è una pensione di garanzia. Nel sistema contributivo, chi lavora in modo discontinuo rischia di accumulare contributi insufficienti e di arrivare alla vecchiaia con una pensione molto bassa. La proposta prevede quindi un importo minimo garantito, collegato agli anni di contribuzione e all’età di ritiro, includendo anche periodi oggi più difficili da proteggere, come disoccupazione non indennizzata, formazione o cura.
Il senso complessivo della proposta è ridurre l’instabilità che accompagna molti percorsi giovanili. Le misure indicate non esauriscono il tema del lavoro, che richiede politiche economiche e industriali più ampie, ma intervengono su alcuni nodi concreti: redditi troppo bassi, contratti poco trasparenti e rischio previdenziale. L’obiettivo è permettere ai giovani di programmare la propria vita con maggiore sicurezza e di non dover accettare qualsiasi condizione pur di entrare o restare nel mercato del lavoro.
7. Lavorare nella PA
La settima proposta riguarda il lavoro nella pubblica amministrazione. La piattaforma parte da un problema di percezione e di funzionamento: per molti giovani, entrare nella PA non è una scelta legata all’impatto sociale o alla possibilità di contribuire al cambiamento, ma un’opzione vista come stabile e poco rischiosa, spesso considerata un ripiego. Secondo il documento, questa immagine indebolisce sia le aspirazioni dei giovani sia la capacità dello Stato di attrarre competenze nuove.
La proposta punta quindi a trasformare il lavoro pubblico in una possibilità desiderabile, sostenibile e coerente con i progetti di vita delle nuove generazioni. Non si tratta solo di aumentare il numero di giovani assunti, ma di cambiare le condizioni che oggi rendono la PA poco attrattiva: concorsi lunghi e nozionistici, procedure poco chiare, profili professionali non sempre ben definiti, percorsi di carriera rigidi, scarsa valorizzazione delle competenze acquisite fuori dall’amministrazione.
Il primo intervento riguarda l’accesso. I concorsi dovrebbero essere semplificati e orientati al lavoro reale che le persone saranno chiamate a svolgere. La piattaforma propone bandi più chiari, con indicazione trasparente dei profili richiesti, delle competenze necessarie e delle mansioni previste. Le selezioni dovrebbero valutare non solo conoscenze teoriche, ma anche capacità di analisi, progettazione, collaborazione, problem solving e apprendimento, anche attraverso prove pratiche e casi concreti.
Il secondo punto riguarda l’organizzazione interna. Secondo la piattaforma, molte amministrazioni sono ancora troppo concentrate sul controllo formale degli adempimenti e poco sulla responsabilità, sugli obiettivi e sull’impatto dei servizi. Per rendere il lavoro pubblico più attrattivo, la PA dovrebbe offrire maggiore autonomia, percorsi di crescita, formazione continua, mobilità temporanea verso università o centri di ricerca, possibilità di sperimentare soluzioni e partecipare ai processi decisionali.
La trasformazione digitale e l’uso dell’intelligenza artificiale vengono indicati come strumenti possibili, ma non sostitutivi del giudizio umano. Il documento propone piattaforme più efficienti e interoperabili per gestire i concorsi, rendere le candidature più semplici e garantire tracciabilità delle selezioni. L’Ai potrebbe supportare l’analisi dei profili e la costruzione delle prove, purché resti regolata, trasparente e subordinata alla responsabilità dei valutatori.
Il terzo intervento riguarda le condizioni materiali. In molti casi il lavoro pubblico non è davvero sostenibile per chi non può contare su risorse familiari, soprattutto nelle città dove il costo della vita è alto. Retribuzioni non competitive, difficoltà abitative, servizi insufficienti e rigidità organizzative possono scoraggiare l’ingresso o la permanenza nella PA. Per questo la piattaforma collega l’attrattività del lavoro pubblico anche a politiche abitative, conciliazione vita-lavoro, flessibilità e riduzione delle disuguaglianze territoriali.
La proposta insiste anche sulla necessità di raccontare meglio il ruolo della pubblica amministrazione. La PA viene presentata come un possibile spazio di impegno per il bene comune, di costruzione di politiche pubbliche, di risposta a bisogni sociali, ambientali e democratici. Per attrarre giovani motivati, non basta offrire stabilità: serve rendere visibile il senso del lavoro pubblico e il contributo che può dare alla trasformazione del Paese.
Il risultato atteso è una PA più capace di valorizzare competenze, responsabilità e partecipazione. Per i giovani significherebbe poter scegliere il lavoro pubblico non come soluzione residuale, ma come percorso professionale con impatto e possibilità di crescita. Per le istituzioni significherebbe rafforzare la propria capacità di leggere i bisogni emergenti e progettare servizi più efficaci, inclusivi e vicini ai territori.
8. Cura
L’ottava proposta è dedicata alla cura. Il documento parte dal superamento del modello familistico, in cui la cura di bambini, anziani, persone non autosufficienti e bisogni quotidiani ricade soprattutto sulle famiglie e, in particolare, sulle donne.
La piattaforma propone di superare un modello di welfare ancora molto familistico, in cui la cura viene trattata come una responsabilità privata. Il documento richiama alcuni dati: oltre 390 mila caregiver hanno tra 15 e 24 anni, circa il 7% di questa fascia d’età; inoltre, il 63% delle dimissioni tra le donne arriva alla nascita di un figlio. Numeri usati per mostrare come la cura non sia un tema separato dal lavoro, dall’autonomia e dalla possibilità di costruire un percorso personale.
La proposta introduce l’idea di un welfare “circostante”: servizi presenti nei luoghi in cui si vive, capaci di adattarsi ai diversi modi di abitare, lavorare e organizzare la propria vita. Non solo trasferimenti economici o misure occasionali, ma strutture disponibili, diffuse e costruite sui bisogni dei territori. L’obiettivo è rendere la cura una responsabilità pubblica e collettiva, non un compito lasciato alla capacità organizzativa delle singole famiglie.
Il primo terreno di intervento riguarda asili, scuole dell’infanzia e spazi educativi. La piattaforma propone di aumentare i posti disponibili, semplificare le procedure di accesso e ampliare gli orari, includendo fasce oggi spesso scoperte, come fine settimana, periodi estivi o orari non standard. L’idea è che i servizi debbano rispondere anche a chi lavora in agricoltura, nella logistica, nella cura, nella ristorazione o in altri settori con orari lontani dal modello tradizionale.
Un secondo punto riguarda l’uso degli spazi pubblici già esistenti. La proposta chiede di trasformare o integrare la funzione di scuole, edifici pubblici e luoghi di formazione, dotandoli di servizi di cura e attività educative più flessibili. Non si tratta soltanto di costruire nuove strutture, ma anche di usare meglio quelle presenti, adattandole alle esigenze delle comunità locali.
Il metodo indicato è quello dell’ascolto e della co-progettazione. I servizi non dovrebbero essere decisi dall’alto in modo uniforme, ma costruiti a partire dai bisogni dei territori, attraverso il confronto tra istituzioni pubbliche, associazioni, cooperazione, cittadinanza attiva e comunità locali. In alcuni contesti può servire un asilo con orari anticipati; in altri un presidio educativo estivo; in altri ancora un servizio vicino alle scuole o ai luoghi di lavoro.
La proposta si collega anche alla salute mentale e ai tempi di vita. Il carico di cura non è solo organizzativo, ma anche emotivo e psicologico. Per le nuove generazioni, che spesso vivono già condizioni di precarietà lavorativa, mobilità, affitti alti e pressione continua sulla performance, la mancanza di servizi può diventare un ulteriore limite alla libertà di scelta. Per questo il documento propone di superare l’idea di “conciliazione” come semplice adattamento individuale tra lavoro e famiglia, spostando il tema su un piano pubblico.
In questa prospettiva, rendere più accessibili e flessibili i servizi di cura significa ampliare la libertà concreta delle persone: scegliere se e quanto lavorare, se formarsi, dove vivere, come distribuire il proprio tempo, se costruire una famiglia senza dipendere solo da reti informali o aiuti familiari. La cura diventa quindi una condizione materiale dell’autonomia, non un tema laterale.
La proposta si intreccia con altri punti della piattaforma: lavoro dignitoso, patti educativi, Case di Futuro, casa e università. Servizi più forti e più vicini alla vita reale possono infatti ridurre le disuguaglianze di genere, sostenere la partecipazione, facilitare l’accesso allo studio e rendere meno fragile l’ingresso nel mondo del lavoro.
9. Casa
La nona proposta riguarda la casa, indicata come una delle condizioni principali dell’autonomia giovanile. La piattaforma parte da un dato: in Italia una quota molto alta di giovani tra 18 e 34 anni vive ancora con i genitori. Secondo i numeri richiamati nel documento, si tratta del 72% dei giovani uomini e del 66% delle giovani donne, contro medie europee più basse, rispettivamente del 54% e del 44,6%. Il tema non viene ricondotto solo a scelte familiari o culturali, ma a condizioni materiali: lavoro instabile, redditi bassi, affitti elevati e scarsità di alloggi accessibili.
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La questione abitativa incide anche sul diritto allo studio. La piattaforma ricorda che, su circa 900 mila studenti fuori sede in Italia, poco più di 46 mila riescono a trovare posto in strutture pubbliche, circa il 5% del totale. Questo significa che una parte ampia della popolazione studentesca dipende dal mercato privato degli affitti, spesso molto oneroso nelle città universitarie. La disponibilità di studentati pubblici, inoltre, è distribuita in modo diseguale sul territorio, con una maggiore concentrazione in alcune regioni e una copertura più debole nelle sedi universitarie minori, decentrate o nelle aree interne.
La proposta evidenzia anche le differenze interne alla popolazione giovanile. Le donne possono essere più penalizzate nell’accesso al mutuo per redditi più bassi, maggiore instabilità lavorativa o carichi di cura, soprattutto nel caso delle madri single. Sul mercato degli affitti, invece, possono pesare altri fattori: giovane età, precarietà lavorativa, assenza di garanti familiari, mancanza di una storia creditizia riconosciuta. Per chi ha background migratorio si aggiungono discriminazioni dirette, difficoltà documentali e maggiore esposizione a contesti abitativi marginali.
Le cause indicate sono diverse: politiche pubbliche per l’abitare considerate insufficienti, crescita degli affitti brevi, riduzione dell’offerta in locazione, presenza di grandi investitori immobiliari, debolezza dell’edilizia sociale e ricorso a partenariati pubblico-privati giudicati poco efficaci sul piano sociale. Anche sugli studentati, la piattaforma segnala un problema di impostazione: gli interventi realizzati negli anni non sarebbero stati sufficienti a rispondere alla domanda e il Pnrr, secondo il documento, avrebbe favorito in larga parte soluzioni private, con vincoli sociali limitati.
La proposta si concentra su due strumenti. Il primo è un Fondo nazionale di garanzia per giovani inquilini. L’obiettivo è superare uno degli ostacoli più ricorrenti nell’accesso all’affitto: la scarsa affidabilità percepita dai proprietari verso giovani con redditi discontinui, contratti precari o senza garanzie familiari. Il Fondo potrebbe sostituire o integrare il deposito cauzionale, garantire i proprietari in caso di morosità o danni e permettere piani di rientro sostenibili per gli inquilini. In alternativa, un soggetto pubblico potrebbe affittare direttamente l’immobile e subaffittarlo a canone calmierato ai giovani.
Il secondo strumento è un programma strutturale di rafforzamento degli studentati pubblici. La piattaforma propone di superare la logica dei bandi occasionali e costruire una programmazione di medio-lungo periodo, con una regia pubblica forte e il coinvolgimento di enti per il diritto allo studio, università, istituzioni locali, associazioni studentesche, sindacati e realtà civiche. L’obiettivo è aumentare i posti letto accessibili, usando criteri economici più che di merito e raggiungendo anche studenti che non rientrano nel diritto allo studio tradizionale ma non riescono comunque a sostenere i costi del mercato privato.
Gli studentati immaginati dalla proposta non dovrebbero essere strutture isolate, ma spazi inseriti nei territori, capaci di contribuire alla vita universitaria e alla comunità locale. Il documento chiede di privilegiare il recupero di edifici esistenti, senza nuovo consumo di suolo, e di rispettare criteri ambientali ed energetici coerenti con la transizione ecologica. La funzione pubblica dovrebbe essere garantita da gestione pubblica o pubblico-privata con soggetti no profit, vincoli di lunga durata e una chiara finalità sociale.
Il senso complessivo della proposta è riportare la casa dentro le politiche per l’autonomia giovanile. Un affitto accessibile o un posto in studentato non sono solo un sostegno economico: possono determinare la possibilità di studiare in un’altra città, accettare un lavoro, lasciare la famiglia di origine, evitare convivenze forzate o rifiutare contratti irregolari. Per questo il tema dell’abitare si collega direttamente a università, lavoro, cura e mobilità territoriale.
Una piattaforma da verificare nei territori
Le nove proposte compongono un quadro ampio, ma con un filo comune: spostare l’attenzione dai giovani come categoria da sostenere ai giovani come soggetti da coinvolgere nei luoghi in cui si decide. Scuola, università, lavoro, casa, cittadinanza, cura, spazi pubblici e pubblica amministrazione vengono letti come ambiti separati solo in apparenza. Nella vita concreta, infatti, si tengono insieme: un affitto troppo alto può limitare il diritto allo studio, un lavoro povero può impedire l’autonomia, la mancanza di servizi di cura può condizionare le scelte professionali, l’assenza di cittadinanza può ridurre opportunità e partecipazione.
La piattaforma non pretende di chiudere il discorso, ma di aprire un confronto. Nei prossimi mesi le associazioni promotrici porteranno le proposte nei territori per discuterle con ragazze e ragazzi, anche con chi oggi è più lontano dalla partecipazione organizzata. Sarà questo passaggio a misurare la capacità del documento di parlare a esperienze diverse: studenti, giovani lavoratori, persone con background migratorio, chi vive nelle aree interne, nelle periferie, nei contesti più fragili o nei luoghi in cui i servizi sono più deboli.
Il punto politico e sociale della piattaforma è proprio qui: rimuovere gli ostacoli che comprimono le scelte individuali, ma anche creare condizioni perché le nuove generazioni possano contribuire alla trasformazione del Paese. Non solo maggiore accesso a diritti e servizi, dunque, ma più possibilità di incidere: nella scuola, nell’università, nei luoghi di lavoro, nella pubblica amministrazione, negli spazi pubblici e nelle comunità locali.
“Ci siamo!” si presenta quindi come un documento di partenza, non come un risultato finale. Le proposte dovranno essere discusse, adattate, corrette e messe alla prova. Ma indicano una direzione precisa: trattare la questione giovanile non come un capitolo separato delle politiche pubbliche, ma come una parte centrale della qualità democratica, sociale ed economica del Paese.
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Giovani
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