Riceviamo e pubblichiamo da Margus Tsahkna, ministro degli Esteri dell’Estonia
La guerra di aggressione della Russia ha prodotto centinaia di migliaia di combattenti induriti e brutalizzati dalla violenza, plasmati da un sistema che premia l’illegalità e l’impunità. Se non affrontato, questo fenomeno potrebbe consentire ad alcuni di questi individui di muoversi liberamente in Europa grazie alle regole di Schengen, ponendo rischi che nessun governo responsabile può ignorare.
Non si tratta di una preoccupazione teorica. Oggi diversi Stati membri dell’Ue, tra cui l’Italia, rilasciano un numero elevato di visti Schengen a cittadini russi. Ciò significa che, in assenza di adeguate garanzie, combattenti esperti potrebbero un giorno viaggiare in Europa come normali turisti. L’Europa deve chiudere questa rotta che da Bucha porta a Berlino, Parigi o Roma.
La portata della sfida è significativa. Dall’inizio dell’invasione su larga scala, la Russia ha mobilitato e dispiegato ben oltre un milione di persone. Tra questi vi sono ex detenuti liberati direttamente dalle colonie penali, individui reclutati con la coercizione e combattenti radicalizzati ideologicamente che definiscono apertamente l’Europa come un nemico. Molti hanno un’esperienza approfondita nell’uso delle armi, nella violenza e nelle pratiche di controllo coercitivo.
L’Europa ha già affrontato problemi simili in passato. Il ritorno dei foreign fighters da Siria e Iraq ha creato sfide di sicurezza a lungo termine in tutto il continente. I veterani delle guerre balcaniche sono poi comparsi, in alcuni casi, in reti criminali organizzate e in ambienti estremisti. La storia dimostra che l’esperienza di combattimento maturata in conflitti brutali non scompare al passaggio di frontiera.
A rendere la situazione attuale ancora più pericolosa è il fatto che la Russia non ha né l’intenzione né la capacità di reintegrare questi combattenti una volta terminata la guerra. Non esistono piani credibili per una smobilitazione su larga scala, né per la riabilitazione o il supporto psicologico. Molti di questi individui torneranno in una società segnata dal declino economico, dall’instabilità sociale e da prospettive limitate.
Allo stesso tempo, la Russia sta attualmente pagando somme significative a chi partecipa al conflitto. Ciò significa che molti ex combattenti avranno sia la motivazione sia i mezzi finanziari per cercare un futuro altrove. L’Europa rischia di diventare una destinazione attraente per individui plasmati dalla violenza, privi di percorsi di reintegrazione nel proprio Paese.
Il pericolo è ulteriormente amplificato dall’uso sistematico, da parte della Russia, della guerra ibrida. Mosca sfrutta già disinformazione, operazioni cyber, reti criminali, coercizione energetica e la manipolazione dei flussi migratori per indebolire le società europee. Gli ex combattenti rappresentano un’estensione naturale di questo strumentario. Costituiscono un bacino pronto per il reclutamento da parte dei servizi di intelligence russi e possono essere utilizzati per sabotaggio, intimidazione, destabilizzazione e attività criminali sul suolo europeo.
Per questo motivo la questione deve essere affrontata a livello europeo. Serve un approccio unitario e giuridicamente vincolante: un divieto a livello Schengen di rilascio di visti e permessi di soggiorno a individui che hanno partecipato alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Ciò richiede condivisione delle informazioni, una blacklist comune e un’applicazione coerente da parte di tutti gli Stati membri.
Una misura di questo tipo non costituirebbe una punizione collettiva. Garantirebbe invece una responsabilità individuale. Partecipare a una guerra di aggressione non è un atto neutrale. Un chiaro divieto a livello Schengen avrebbe anche un effetto deterrente, inducendo potenziali combattenti a riflettere prima di imbracciare le armi, sapendo che ciò comporterebbe la chiusura delle porte dell’Europa.
L’Estonia ha già agito. Abbiamo imposto divieti di ingresso nello spazio Schengen a oltre mille combattenti russi che hanno preso parte alla guerra contro l’Ucraina. Non si tratta di una misura simbolica. È una politica di sicurezza preventiva, fondata sul diritto e su valutazioni di intelligence. Ma nessun Paese può affrontare questa sfida da solo.
Il ruolo dell’Italia è particolarmente importante. In quanto grande porta di accesso a Schengen e Paese profondamente impegnato nella sicurezza europea e nello Stato di diritto, l’Italia può contribuire a guidare una risposta ferma, proporzionata e giuridicamente solida. Garantire che non vengano rilasciati visti a individui che rappresentano un rischio per la sicurezza protegge non solo l’Italia, ma l’intera area Schengen.
Non si tratta di chiudere l’Europa alla società russa. Si tratta di tracciare una linea chiara tra civili e combattenti, tra apertura e vulnerabilità. L’Europa deve restare aperta al dialogo, alla cultura e ai viaggi legittimi, ma chiusa a coloro che hanno partecipato alla guerra più violenta sul nostro continente dalla Seconda guerra mondiale.
L’aggressione deve avere conseguenze. Non si può partecipare alla distruzione di un Paese vicino e poi aspettarsi di godere delle libertà, della sicurezza e della prosperità europee.
La scelta che abbiamo davanti è semplice. O l’Europa agisce ora, insieme, per prevenire un rischio di sicurezza prevedibile, oppure dovrà spiegare in seguito perché non lo ha fatto.
L’Europa non può diventare un rifugio sicuro per chi ha portato la guerra in Ucraina. L’integrità di Schengen, e la sicurezza dei nostri cittadini, dipendono dalla nostra determinazione oggi.
—
Politics
content.lab@adnkronos.com (Redazione)



