(Adnkronos) –
Sylvester Stallone, per molti ‘Sly’, compie oggi 6 luglio 80 anni. E la verità è che lui non è mai stato soltanto un attore: è un modo di essere, sempre in azione. Correre, resistere, rialzarsi, combattere. Da mezzo secolo il suo cinema non celebra gli eroi, ma la fatica di diventarlo. E le sue scene più celebri non sono semplici immagini, ma un’eredità che continua a guidare generazioni intere. La sua carriera è un atlante di muscoli, ferite, risalite e icone che hanno attraversato cinque decenni di cinema pop, trasformando due personaggi – Rocky e Rambo – in archetipi universali. Perché non raccontano solo due storie, ma due modi opposti e complementari di stare al mondo: Rocky è l’uomo comune che diventa eroe, Rambo è l’eroe ferito che non riesce più a tornare uomo. Il primo incarna la fatica, la disciplina, la possibilità del riscatto; il secondo porta addosso la guerra, la solitudine, la sopravvivenza come unico linguaggio possibile. Entrambi funzionano come figure universali perché riducono l’eroismo alla sua essenza: da una parte la costruzione, dall’altra la frattura. E in questo doppio movimento – rialzarsi e resistere, combattere e sopravvivere – il pubblico riconosce qualcosa che va oltre il cinema: un modello emotivo, quasi primordiale, che continua a parlare a tutti.
E ripercorrendo la sua lunga carriera, alcune scene, più di altre, hanno scolpito il mito. La prima è la più semplice e la più potente: Rocky, nel primo film del 1976, che corre per le strade di Philadelphia e sale i gradini del Museum of Art sulle note di ‘Gonna Fly Now’ di Bill Conti. Non è ancora un campione, non ha vinto nulla, ma in quel momento conquista il diritto di provarci. È la scena che ha insegnato al mondo che il riscatto può essere un gesto quotidiano. Una saga quella di Rocky piena di scene cult. Come quella nel sesto capitolo, dal titolo ‘Rocky Balboa’(2006), in cui il personaggio di Stallone si rivolge al figlio: “Nessuno può colpire duro come fa la vita. Perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente”. È Stallone che si toglie la corazza e parla direttamente al pubblico, trasformando un film in un manifesto motivazionale globale. E poi c’è un’immagine ruvida e autentica nel primo capitolo: Rocky che si allena colpendo a mani nude delle carcasse di carne all’interno della cella frigorifera del mattatoio dove lavora il suo amico Paulie: un allenamento quasi brutale che sa di povertà, di fame e di America operaia. Infine, sempre del primo capitolo, il momento più emotivo: il grido “Adriana”, dopo l’incontro con Apollo Creed. Rocky non cerca la gloria, cerca la sua amata (interpretata da Talia Shire). Nella versione italiana quell’urlo – e l’intero film – vibra con la voce inconfondibile di Gigi Proietti. Poi, negli episodi successivi (dal capitolo 2 al 5), il testimone è passato a Ferruccio Amendola, che lo ha reso indelebile nella memoria collettiva.
Se Rocky è la favola del riscatto, Rambo è la ferita che non si rimargina. Nel finale di primo capitolo del 1982, il monologo finale sul Vietnam è uno dei momenti più intensi della carriera di Stallone: il veterano che crolla tra le braccia del colonnello Trautman, incapace di contenere il dolore, la rabbia, l’abbandono. Una scena che ha ribaltato l’immagine dell’action hero, mostrando la fragilità dietro il mito. “Io là pilotavo gli elicotteri, guidavo un carro armato, rispondevo di attrezzature per milioni, qua non riesco neanche a trovare lavoro come parcheggiatore. Ma perché? Perché? Dove sono finiti i miei amici? Dove sono finiti tutti quei ragazzi? […] Certe volte mi sveglio e non so neanche dove mi trovo. Non parlo con nessuno, a volte per giorni, per settimane, ma, come è possibile? Non posso dimenticarlo. Che cosa devo fare?”. Rambo trasformò il reduce del Vietnam in un archetipo: non solo vittima, ma eroe tragico che costrinse l’America a guardare il trauma che voleva rimuovere. Il primo film divenne la voce di una generazione manipolata e abbandonata, finendo per incarnare la guerra stessa: un uomo spezzato che tenta di recuperare un’umanità perduta. All’estremo opposto, la guerriglia nella giungla. In ‘Rambo 2 – La vendetta’ (1985) il reduce John Rambo si cosparge il corpo di fango scuro per mimetizzarsi nella giungla e lancia un attacco a sorpresa contro i mercenari e le truppe nemiche.
E fuori dalle sue due saghe più celebri, Stallone ha continuato a scolpire momenti rimasti nella memoria. Nella sequenza iniziale di ‘Cobra’ (1986) il tenente Marion Cobretti (Stallone) affronta un criminale che ha preso in ostaggio i clienti di un supermercato minacciando di far esplodere una bomba. Dopo aver disarmato e colpito l’uomo, Cobretti lo guarda e pronuncia la sua battuta più celebre: “Tu sei la malattia e io sono la cura”. Infine, in ‘Daylight – Trappola nel tunnel’ (1996) torna l’eroe ‘della porta accanto’: Kit Latura che improvvisa una carica esplosiva per salvare i superstiti intrappolati in un tunnel sottomarino che collega Manhattan al New Jersey dopo un’esplosione. Un film di puro artigianato action, dove Stallone interpreta l’uomo comune che sceglie di rischiare tutto. Ottant’anni dopo la sua nascita, Stallone resta un simbolo di resilienza, vulnerabilità e mito pop e il suo cinema continua a ricordare che l’eroe non è chi vince: è chi non smette di provarci. (di Lucrezia Leombruni)
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