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Hantavirus, l’allarme dell’Università di Pisa: contenuti web in aumento del 500% e forte rischio infodemia

Il report dell'Ateneo toscano parla chiaro: l'esplosione vertiginosa di ricerche sui social network sta creando un terreno fertile per allarmismi e misinformazione

PISA –  Il dibattito digitale sull’Hantavirus ha registrato un’impennata verticale, portando con sé il pericolo concreto di una nuova emergenza legata all’eccesso e alla distorsione delle informazioni. A lanciare l’avvertimento è l’Università di Pisa, che ha radiografato lo stato della comunicazione sul web nella settimana compresa tra il 6 e il 12 maggio 2026.

L’indagine è contenuta nel RISP (Report infodemico per la sanità pubblica), un documento elaborato dal Pisa Public Health Research Lab, struttura accademica guidata dalla professoressa Caterina Rizzo. Lo studio è stato materialmente condotto dai ricercatori Francesco Gesualdo, Veronica Bartolucci e Diana Romersi, sotto il coordinamento di Cesare Buquicchio, figura al vertice della direzione scientifica del progetto CreSP (Comunicazione del rischio in emergenza per la Sanità Pubblica).

I dati emersi dal monitoraggio tratteggiano un quadro in rapida e preoccupante evoluzione: “La produzione di contenuti online legata all’Hantavirus è aumentata del 500% negli ultimi sette giorni monitorati. Sebbene in questa fase non si riscontrino ancora filoni strutturati di misinformazione o campagne di disinformazione organizzate nel nostro Paese, il sistema rileva i primi inequivocabili segnali di una deriva infodemica”.

Gli esperti dell’Ateneo toscano hanno individuato tre direttrici principali lungo le quali si sta sviluppando questa dinamica, evidenziando il ruolo giocato dall’ansia pregressa della popolazione, dalla stampa e dai creatori di contenuti digitali: “Un riflesso condizionato alimentato dalla memoria del Covid-19 che genera una forte polarizzazione sui social media e sfiducia immediata verso esperti e istituzioni. Accanto a questo si osserva, nel periodo analizzato, una crescente pressione dei media generalisti, i quali, alla ricerca di engagement, tendono a sovradimensionare la reale portata epidemiologica dei contagi attuali. Inoltre, si nota il trend dei profili creator di lifestyle e generalisti che usano Hantavirus in chiave ironica o attraverso i “meme” decontestualizzando l’informazione sanitaria per generare visibilità personale”.

Di fronte alle pressanti ricerche degli utenti, che cercano in rete dettagli specifici su sintomatologia, categorie lavorative a rischio e mappe relative alla diffusione del virus, emerge però una grave carenza di risposte da parte delle autorità preposte. A titolo di esempio, l’analisi sottolinea come l’attività sui canali del Ministero della Salute si sia limitata, in quei sette giorni, a un’unica pubblicazione contenente un mero rimando alle domande frequenti sul portale istituzionale.

Il team di ricerca conclude il report ribadendo l’urgenza di occupare gli spazi mediatici prima che vengano definitivamente saturati da notizie false o fuorvianti: “In questo scenario, l’attività di social listening non è solo un esercizio di monitoraggio, ma uno strumento per identificare le azioni prioritarie di comunicazione del rischio e contrasto alla disinformazione da mettere in atto. È prioritario identificare e colmare tempestivamente i vuoti informativi che emergono dalla discrepanza tra l’elevato volume di ricerche da parte dei cittadini (sintomi, mappe di diffusione, rischi occupazionali) e la limitata disponibilità di contenuti informativi ufficiali e basati sulle prove scientifiche. A fronte di una sovrabbondante produzione di contenuti online, la comunicazione social del Ministero della Salute nel periodo osservato si limita ad un solo post su Hantavirus che rimanda alla sezione FAQ sul sito. La storia delle recenti emergenze sanitarie insegna che ogni spazio lasciato vuoto dalla comunicazione istituzionale viene rapidamente colonizzato da narrative distorte. Agire sui segnali precoci qui delineati è fondamentale per prevenire la cristallizzazione di nuove distorsioni narrative nel dibattito pubblico”.

© Riproduzione riservata

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