PRATO – Il vuoto di potere lasciato dai precedenti sequestri alla Dogaia è durato poco. Una nuova, agguerrita centrale dello spaccio ha preso vita nella quarta sezione del reparto media sicurezza, trasformandola in un vero e proprio hub logistico per la cocaina e l’hashish.
Al vertice di questa nuova piramide criminale, secondo le indagini della procura di Prato, c’è un romano di 25 anni, un leader capace di gestire un business ‘tecnologico’ e violento, pronto a colmare lo spazio scoperto dopo i blitz di giugno e novembre 2025.
Il sistema di approvvigionamento è degno di un film di spionaggio: il giovane boss utilizza microtelefoni connessi a internet per coordinare fornitori esterni che impiegano droni. Questi velivoli sorvolano le mura del carcere, sganciando pacchi contenenti fino a 50 grammi di cocaina e 300 di hashish per volta in aree accessibili ai detenuti. Ma la fantasia criminale non si ferma al cielo: lo stupefacente entra anche attraverso pacchi postali ‘truccati’, con la droga avvolta in stagnola e cucita nelle cinture dei pantaloni, o tramite ovuli ingeriti da chi rientra dai colloqui. Per la gestione del mercato interno, il leader si avvale di una rete di “galoppini” napoletani e tunisini, mentre i pagamenti, paradossalmente, avvengono tramite strumenti elettronici tracciabili solo all’esterno.
A rompere questo muro di omertà sono stati due detenuti, un brasiliano di 20 anni e un marocchino di 33, che, schiacciati dai debiti di droga e terrorizzati dall’idea di essere assassinati per non aver pagato le ‘rate’, hanno deciso di collaborare con la Polizia Penitenziaria. Le loro rivelazioni hanno scatenato, dalle prime luci di questa mattina (11 febbraio), una massiccia operazione di perquisizione e sequestro condotta dal Nucleo investigativo regionale (Nir) insieme a carabinieri e squadra mobile.
La procura, nel dare notizia dell’operazione, ha lanciato un grido d’allarme sulle condizioni strutturali della Dogaia, chiedendo interventi urgenti: reti anti-lancio su ogni finestra, sistemi di difesa anti-drone, schermatura totale del segnale telefonico e internet, oltre a esami radiologici obbligatori per i detenuti che rientrano dai permessi per individuare i ‘corrieri ovulatori”‘ Senza questi presidi tecnici, avvertono gli inquirenti, ogni operazione repressiva rischia di essere solo una tregua temporanea in un sistema che rigenera i propri boss con inquietante rapidità.



