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Cos’è la clausola di mutua assistenza e perché l’Ue vuole renderla operativa: a maggio tre esercitazioni

Un piano d’azione per definire il funzionamento operativo della clausola di mutua assistenza tra fli Stati dell’Unione europea, quell’art. 42.7 del Trattato dell’Ue rimasto pressoché ignorato finora (fortunatamente) ma arrivato sulla ribalta in questi mesi per le mire espansionistiche del presidente Usa Donald Trump ai danni della Groenlandia, per il suo annunciato disimpegno nella Nato, e per l’attacco con droni a una base militare britannica a Cipro seguito all’avvio dell’operazione Usa-Israele contro l’Iran il 28 febbraio. L’input è venuto proprio da Nicosia, che detiene la presidenza di turno del Consiglio europeo, e il ‘manuale’ è stato chiesto oggi dai leader europei riuniti sull’isola mediterranea per una riunione informale.

Cipro non fa parte della Nato, che prevederebbe l’assistenza militare reciproca in caso di attacco di uno dei membri, il famoso art. 5, e rendere concreta la clausola di mutua assistenza europea potrebbe essere un modo per affrontare sfide inedite. Occorre “dare sostanza all’articolo 42.7, perché non sappiamo cosa succederà se uno Stato membro lo attiverà”, ha detto all’Associated Press il presidente cipriota, Nikos Christodoulidīs, che ha chiesto al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa di inserire il tema all’ordine del giorno dell’incontro di ieri e oggi.

Nessuno sa come dovrebbe funzionare in pratica l’art. 42.7

Nessuno, infatti, sa come dovrebbe funzionare in pratica l’art. 42.7, proprio perché, come dicevamo, non è praticamente mai servito. Una sola volta è stato invocato: dalla Francia dopo gli attentati dell’Isis del 13 novembre 2015, e si è visto che non solo non era chiaro cosa si dovesse fare e chi dovesse prendere le decisioni, ma neanche si decise nulla in tal senso. Anzi, la stessa Francia ha tenuto fuori le istituzioni europee, e tutto si risolse con aiuti bilaterali e volontari e dichiarazioni di solidarietà.

Una cosa però è chiara: l’art. 42.7 non sostituisce l’art. 5, come afferma esplicitamente. Intanto è più una clausola di assistenza reciproca che di difesa: “Qualora uno stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”. E poi perché i centri di comando e controllo fanno capo all’Alleanza, e non a Bruxelles. Una ragione in più, affermano alcuni analisti, per procedere verso lo sviluppo del cosiddetto ‘pilastro europeo’ della Nato. In ogni caso, lo stesso art. 42.7 conferma che il patto atlantico “resta, per gli Stati che ne sono membri, fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa”.

Va considerato anche che l’Ue dispone di un Comitato militare e di una Capacità di dispiegamento rapido di 5mila uomini col compito di stabilizzazione e assistenza umanitaria in caso di calamità e altre situazioni. Insomma, non è certo una forza militare, cosa che non è un segreto per nessuno, e non a caso negli ultimi due anni il blocco sta procedendo a un vero e proprio riarmo, che però richiederà tempo, oltre a dover fare i conti con diversi problemi.

Serve un manuale operativo

Per Christodoulidīs comunque la previsione dell’art. 42.7 è obbligatoria, e da qui occorre partire per renderla concreta se mai dovesse servire. Il premier cipriota d’altronde considera le navi e gli aerei inviati da Francia, Italia, Grecia, Spagna e Paesi Bassi dopo l’attacco alle basi sul proprio territorio, come la prima applicazione “de facto” della clausola di mutua assistenza.

“Abbiamo concordato ieri sera che la Commissione preparerà un piano d’azione su come rispondere nel caso in cui uno Stato membro attivi l’articolo 42.7. Ci sono diverse domande a cui dobbiamo dare una risposta”, ha affermato. “Supponiamo che la Francia attivi l’articolo 42.7. Quali paesi saranno i primi a reagire? Quali sono le esigenze del paese che attiva l’articolo 42.7?”

Manca un quadro chiaro di ciò di cui ha bisogno lo Stato che attiva la procedura, di ciò che gli altri Stati membri hanno a disposizione e di cosa possono mettere a disposizione. Mancano anche le procedure nazionali: molti Paesi prevedono iter legislativi o parlamentari specifici prima di poter inviare aiuti, cosa che potrebbe rendere inutile l’assistenza, banalmente per ragioni di tempo. E manca anche l’aspetto operativo, chi parla con chi, chi decide. Le istituzioni dell’Ue, inclusa la Commissione non hanno un ruolo formale nel processo, a meno che lo Stato che chiede l’aiuto non decida di assegnarglielo. Da qui la richiesta di un vero e proprio ‘manuale operativo’, per non farsi trovare impreparati.

Von der Leyen ha affermato: la mutua assistenza è un obbligo

La questione è stata discussa ieri durante la cena dei leader ad Ayia Napa. Il primo ministro polacco Donald Tusk è sembrato favorevole, così come la Grecia. Il primo ministro di Atene, Kyriakos Mitsotakisil, è “molto importante che la questione sia entrata a pieno titolo nell’agenda del Consiglio europeo”, e il suo Paese “sfrutterà certamente la sua presidenza europea nella seconda metà del 2027 per dare ulteriore impulso a questo dibattito”.

Von der Leyen ha affermato: “Il Trattato è molto chiaro su cosa debba succedere”, spiegando che le capitali sono obbligate a prestarsi aiuto reciproco. Ma “Il Trattato non è chiaro su cosa accada, quando e chi faccia cosa”.

Allontanarsi dalla Naro non è visto di buon occhio da tutti. Il ​​presidente lituano Gitanas Nauseda ha dichiarato ai giornalisti: “Per me è assolutamente fondamentale che l’articolo 5 sia la chiave della nostra difesa e sicurezza collettiva e che tale rimanga”.

E’ pur vero che l’Ue dispone di strumenti complementari alla Nato, dal bazooka anti-coercizione alle sanzioni, dall’assistenza finanziaria agli aiuti umanitari, che potrebbero entrare in gioco sotto il cappello dell’art. 42.7.

Le esercitazioni di maggio

Intanto, come ha fatto sapere l’Alta rappresentante Kaja Kallas già nei giorni scorsi, a maggio si svolgeranno delle esercitazioni sull’articolo 42.7, condotte prima con gli ambasciatori dei ventisette stati membri e poi a livello di ministri degli Esteri o della Difesa. Sono previsti tre scenari: un attacco ibrido, senza coinvolgimento delle istituzioni dell’Ue; una richiesta da più capitali in caso di attacco convenzionale, con le istituzioni dell’Ue che dovrebbero coordinare; un’attivazione contemporanea dell’art. 42.7 dell’Ue e dell’art. 5 della Nato. Manca uno scenario impensabile fino a poco tempo fa ma che gli ultimi tempi hanno reso più concreto: un attacco da parte degli Stati Uniti contro il territorio di uno Stato membro dell’Ue, cosa che distruggerebbe l’Alleanza atlantica.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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