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Record di immigrati in Ue nel 2025, tra spinte demografiche e nuove rotte

Di fronte a un massimo storico di residenti nati all’estero, l’Unione europea si rivela sempre più spaccata tra grandi numeri assoluti e pressioni relative insostenibili per i piccoli Stati. L’Italia si conferma snodo cruciale per le richieste d’asilo, mentre la Spagna vive una crescita senza precedenti. È così che sta cambiando la fisionomia demografica dell’Unione europea. A fotografare questo scenario è l’ultimo rapporto del Centre for Research and Analysis on Migration (CReAM) della RfBerlin, secondo il quale il numero di immigrati residenti nell’Ue ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 64,2 milioni di persone.

Si tratta di un aumento di circa 2,1 milioni rispetto all’anno precedente, un dato che consolida un trend di crescita esponenziale se si pensa che nel 2010 i residenti nati all’estero erano “solo” 40 milioni. Questa espansione non è solo il frutto di dinamiche economiche, ma riflette le grandi crisi geopolitiche dell’ultimo decennio: dalla crisi dei rifugiati del 2015 fino allo spostamento di circa 4,35 milioni di persone in fuga dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Il peso dei “grandi”: la Germania guida, la Spagna accelera

La distribuzione interna ai Paesi membri mostra dinamiche divergenti. La Germania si conferma la destinazione principale in termini assoluti, ospitando quasi 18 milioni di persone nate all’estero, di cui ben il 72% è in età lavorativa. Tuttavia, è la Spagna a registrare la crescita più impetuosa tra le grandi economie: nel solo 2025 ha aggiunto circa 700.000 residenti stranieri (+8%), rappresentando da sola un terzo dell’intero incremento dell’Ue.

L’Italia: un profilo demografico orientato al lavoro

L’Italia occupa una posizione consolidata, con circa 6,9 milioni di immigrati residenti nel 2025. Pur avendo registrato una crescita più moderata rispetto alla Spagna (circa il 3%, in linea con la media Ue), il nostro Paese si distingue per una caratteristica fondamentale: l’85% dei migranti residenti è in età lavorativa (15-64 anni), una delle quote più alte dell’intera Unione, superata solo marginalmente dalla Spagna.

Oltre i numeri assoluti: la sfida dei piccoli Stati

Il rapporto, curato tra gli altri da Tommaso Frattini, docente di economia politica all’Università degli studi di Milano, sottolinea che guardare solo ai numeri assoluti può essere fuorviante. Se si analizza la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione totale, il quadro cambia drasticamente:

  • Lussemburgo: il 52% della popolazione è nata all’estero.
  • Malta: 32%.
  • Cipro: 28%.

In questa classifica, l’Italia (11,8%) e la Francia (14%) si collocano vicino o leggermente al di sotto della media Ue del 14,2%, mentre la Germania sale al 21,2%.

Asilo e rifugiati

Il capitolo protezione internazionale evidenzia come l’Europa non sia un unico blocco, ma un insieme di sistemi sovrapposti. Nel 2025, le domande di asilo nell’Ue sono state 669.365 (in calo del 26,6% rispetto al 2024), ma restano fortemente concentrate: Spagna, Italia, Francia e Germania ricevono quasi i tre quarti di tutte le domande.

L’Italia è la seconda destinazione per numero di prime richieste d’asilo (127.000), con un profilo di richiedenti molto specifico: la maggior parte proviene da Bangladesh (22%), Perù (12%), Egitto e Pakistan. Al contrario, la Spagna riceve flussi legati ai legami storici con l’America Latina (il 60% dei richiedenti è venezuelano), mentre la Germania è meta eletta per chi fugge da Afghanistan e Siria.

La gestione dei rifugiati

Infine, il rapporto evidenzia il divario tra “capacità assoluta” e “carico relativo”. La Germania ospita di gran lunga il maggior numero di rifugiati (2,7 milioni), seguita dalla Polonia (1 milione). Ma se guardiamo all’impatto sulla popolazione residente, è ancora una volta Cipro a sopportare il peso maggiore, con i rifugiati che rappresentano il 4,8% degli abitanti, seguito da Cechia (3,5%) e Germania (3,2%). L’Italia, nonostante l’esposizione mediatica dei flussi, ha una quota di rifugiati dello 0,5% rispetto alla popolazione, una delle più basse tra i grandi Paesi.

Il panorama migratorio europeo del 2026 appare come un sistema complesso dove la crescita a lungo termine si scontra con l’instabilità geopolitica immediata. Come evidenziato dagli autori del rapporto, le differenze strutturali tra i Paesi membri non sono solo statistiche: si traducono in pressioni amministrative e dinamiche politiche diverse che rendono la ricerca di una politica comune di “condivisione delle responsabilità” la sfida più difficile per il futuro di Bruxelles.

Fatti

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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