Dieci anni dopo la Brexit, a Londra si discute di come tornare indietro. Se ne parla così tanto che il termine “Brentry“, dalla fusione di “Britain” ed “entry” è entrato prepotentemente nel lessico politico britannico. L’ipotesi non è ancora ufficiale né rientra nel programma del governo Starmer (che tra l’altro è sul baratro), ma è un orizzonte concreto.
Il Labour spaccato a metà
Il partito di governo è quello più a disagio sul tema. Il Labour è nato europeista, ha vissuto la Brexit come una sconfitta, e ora governa un Paese che nella metà dei sondaggi dice di voler tornare nell’Ue. Ma non può muoversi come vorrebbe, perché la sua base elettorale è spaccata in due.
Da un lato c’è la “Red Wall“, le città operaie del nord dell’Inghilterra dove nel 2016 la Brexit passò con percentuali ben superiori alla media nazionale. A Makerfield, sobborgo povero di Manchester dove si terrà un’elezione suppletiva il mese prossimo, votò per uscire il 65% dell’elettorato, tredici punti in più rispetto al 52% nazionale.
Dall’altro c’è l’elettorato urbano e giovane, presente soprattutto a Londra e nelle grandi città universitarie, che guarda all’Europa come a un’appartenenza perduta e dirotta i voti verso i Verdi o i Liberaldemocratici ogni volta che il premier tergiversa sull’ipotesi della Brentry.
Da quando si è insediato a Downing Street, Keir Starmer ha scelto la linea del “reset”: più cooperazione con Bruxelles, collaborazione scientifica, rilancio dell’Erasmus, un coordinamento sempre più stretto su difesa e sicurezza. Ma ha fissato anche delle linee rosse: niente mercato unico, niente unione doganale, e soprattutto niente Ue. Questa posizione finora gli ha permesso di non rompere con nessuna delle due anime del partito, ma ora che l’esecutivo in crisi il malcontento cresce, il premier Starmer potrebbe essere costretto a fare una scelta chiara.
Le voci che spingono verso l’Europa: “Brexit? Un errore catastrofico”
A rompere il silenzio per primo, in modo esplicito, è stato il sindaco di Londra Sadiq Khan, che in un’intervista lo scorso mese ha proposto che il Regno Unito rientri nel mercato comune entro la fine dell’attuale legislatura e inserisca il ritorno pieno nella Ue nel programma elettorale per il 2029. Una posizione netta, pensata per chi vuole guadare il Tamigi e non limitarsi a osservarlo da lontano.
Wes Streeting, ex ministro della Sanità e candidato a guidare il Labour dopo Starmer, è andato oltre: “La Brexit è stata un errore catastrofico. Un giorno dovremo rientrare nella Ue“, ha dichiarato la settimana scorsa. Parole che nel dibattito laburista hanno avuto l’effetto di una bomba a mano, non tanto per il contenuto (molti la pensano così) quanto per il momento in cui arriva: Streeting le ha dette mentre il suo principale rivale nelle primarie del partito, Andy Burnham, aveva bisogno di conquistare il seggio di Makerfield, dove quella stessa posizione avrebbe potuto costargli l’eliminazione.
Burnham, che è tra i principali candidati alla successione di Starmer qualora riuscisse a ottenere un seggio in parlamento Uk, ha frenato subito: “Il rientro nell’Ue è solo un progetto a lungo termine, non fa parte della mia agenda attuale”, ha detto sabato scorso. Nel partito c’è chi sostiene che Streeting abbia voluto sabotare deliberatamente la sua corsa: secondo le regole non scritte dei Labour, infatti, solo chi è deputato può candidarsi alla guida del partito.
Il paradosso di Starmer
Uno studio del politologo John Curtice, citato dal Financial Times, rivela che il 27% di chi nel 2024 votò laburista è passato negli ultimi due anni ai Verdi o ai Liberaldemocratici, contro solo il 10% che è migrato verso Reform Uk di Nigel Farage. Il dato contesta la logica della cautela adottata da Keir Starmer: con una posizione tiepida sull’Europa, il Labour perde più voti sul fronte europeista che su quello sovranista.
La geometria elettorale del Paese, tuttavia, non consente facili scorciatoie. La stessa elezione suppletiva a Makerfield che potrebbe fare o disfare la carriera di Burnham è la dimostrazione plastica delle condizioni in cui versa la politica inglese.
Il costo della Brexit in numeri
Il dibattito sulla Brentry non dipende solo dalle ambizioni politiche dei membri laburisti. C’è una base economica che lo alimenta e che rende sempre più difficile ignorarla. Economisti e analisti concordano nel quantificare il costo della Brexit in una perdita di Pil tra il 6% e l’8%. L’indebolimento del sistema produttivo britannico, l’aumento delle barriere commerciali con il principale partner commerciale del Paese e i costi burocratici introdotti dal divorzio hanno lasciato un segno misurabile su crescita, scambi e investimenti.
I dati sembrano confermati dal sentiment del popolo britannico: un sondaggio YouGov di aprile indica che il 63% dei britannici vuole oggi una relazione più stretta con l’Ue, mentre il 55% è favorevole a un ritorno. Solo il 31% ritiene che uscire dall’Ue sia stata la scelta giusta. d’altronde già all’epoca del voto del 2016 la maggioranza pro-Brexit fu molto risicata: 52% favorevole contro il 48%. Oltre al fattore economico, c’è un fattore anagrafico: la Brexit vinse soprattutto grazie ai voti degli anziani, alcuni dei quali sono passati a miglior vita. Rimane però uno zoccolo duro di euroscetticismo, che Nigel Farage e i conservatori continuano ad alimentare puntando sull’immigrazione come capro espiatorio del disagio delle classi più esposte.
La procedura per tornare nell’Ue
Sul piano procedurale, la questione è meno semplice di quanto appaia. Un ritorno di Londra nell’Ue richiederebbe lunghi negoziati: quello per il divorzio durò cinque anni, quello per il rientro potrebbe durare anche di più anche perché ci sono almeno mezza dozzina di Paesi in coda per l’adesione. Il Regno Unito, inoltre, dovrebbe probabilmente rinunciare alla sterlina e adottare l’euro.
C’è però un precedente rilevante sul piano giuridico. Nel 1973, l’Uk entrò nella Comunità economica europea con un voto del Parlamento di Westminster, su iniziativa del governo conservatore di Edward Heath. Il referendum arrivò solo due anni dopo, nel 1975, e confermò quella scelta con il 67% dei voti. Il quesito del 2016 riguardava solo la permanenza o meno nell’Ue: in teoria, nulla impedirebbe al governo di portare in Parlamento, dove il Labour ha una larga maggioranza, una proposta di adesione all’unione doganale o al mercato comune, senza passare prima per un referendum.
L’opinione dominante resta tuttavia che una questione così divisiva richiederebbe comunque un passaggio popolare, almeno per il rientro pieno.
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