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Gli Emirati Arabi escono dall’Opec: cosa significa per il mercato energetico europeo?

Gli Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno annunciato la loro uscita dall’Opec, l’organizzazione che riunisce i principali produttori di petrolio al mondo, fondata nel 1960.

La decisione, che diventerà operativa venerdì 1°maggio, potrebbe avere un impatto enorme sull’economia globale perché ridisegna i rapporti di forza nel principale cartello petrolifero del mondo. Il ministro dell’Energia emiratino Suhail Mohamed al-Mazrouei ha comunicato la notizia a Reuters, spiegando che la scelta è maturata dopo una “attenta valutazione delle strategie energetiche del Paese”.

L’annuncio arriva mentre la guerra con l’Iran ha già paralizzato per due mesi le esportazioni energetiche del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz, con il greggio sopra i 110 dollari al barile. Lo stesso Mazrouei ha precisato che, proprio a causa di quei vincoli sullo Stretto, l’uscita “non avrebbe avuto un forte impatto immediato sul mercato”. L’editorialista di Bloomberg Javier Blas definisce quella di questi giorni la “più grave crisi esistenziale” che l’Opec abbia mai affrontato. Abu Dhabi uscirà anche dall’Opec+.

Opec e Opec+: cosa sono

Nonostante i due nomi vengano spesso usati in modo intercambiabile, Opec e Opec+ non sono la stessa cosa,

L’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) esiste dal 1960 e riunisce tredici Stati, quasi tutti del Golfo e dell’Africa subsahariana, con Arabia Saudita, Iraq e Kuwait tra i fondatori.
L’Opec+, invece, è un’alleanza più recente: nasce nel 2016, quando il crollo dei prezzi innescato dall’espansione del petrolio da scisto americano (petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante processi chimici) rese chiaro che i tredici Paesi del cartello originario non avevano più la forza di controllare il mercato da soli.
Per recuperare potere contrattuale, Opec aprì a dieci produttori esterni, primo tra tutti la Russia, dando vita a un gruppo che oggi copre una quota stimata intorno al 55% dell’offerta petrolifera mondiale. L’Opec+ non è un’organizzazione formale con statuto e sede fissa: funziona come una dichiarazione di cooperazione, con riunioni periodiche in cui i membri negoziano quote di produzione. La struttura è quindi meno vincolante di quella dell’Opec, ma il peso combinato è molto più grande.

La guerra in Iran ha accelerato una decisione presa da anni

Prima del conflitto con l’Iran, gli Emirati erano il terzo produttore del gruppo con circa il 12% dell’offerta complessiva, secondo i dati Bloomberg. La loro uscita di scena riduce il peso del cartello e apre il rischio di una guerra dei prezzi non appena la guerra in Iran sarà finita e i flussi attraverso Hormuz saranno ripresi.

Gli Emirati sottolineano che il proprio greggio è tra i più competitivi al mondo grazie alla bassa concentrazione di carbonio, che si inserisce perfettamente con una visione strategica green nel lungo periodo. Abu Dhabi punta a valorizzare questo posizionamento di mercato per sfruttare la specificità emiratina rispetto agli altri produttori del Golfo.

Secondo alcuni analisti, la decisione era discussa da anni a causa della crescente divergenza tra gli interessi emiratini e quelli del resto di Opec+, inclusa la Russia.

Per capire meglio i contorni della questione, bisogna considerare che l’economia degli Eau è legata più alla crescita globale che al solo prezzo del barile, anche per il peso del suo fondo sovrano. Per gli Emirati, uscire dal cartello significa liberarsi dai tetti produttivi imposti dal gruppo e può migliorare i rapporti con partner importatori come la Cina.

Più che essere la causa, la guerra in Iran sembra aver “soltanto” accelerato l’uscita di scena degli Emirati dall’Organizzazione. Questo perché il conflitto ha cambiato il quadro strategico della regione e ha reso più attraente, per Abu Dhabi, massimizzare i ricavi energetici e aumentare l’autonomia dal cartello petrolifero. Restare dentro l’Opec, con i suoi tetti di produzione, stava diventando più un limite che un’opportunità strategica per gli Eau, che hanno quindi deciso di mettersi in proprio.

Il colpo all’Arabia Saudita

Si tratta di un colpo basso per l’Opec e per il suo leader di fatto, l’Arabia Saudita. Riad, infatti, ha costruito la propria influenza globale sfruttando il proprio ruolo di termometro del mercato petrolifero, ovvero il Paese che alza e abbassa la produzione per mantenere i prezzi del greggio entro una fascia accettabile, tiene insieme i membri del cartello con la disciplina delle quote e parla a nome di una intera regione. L’uscita emiratina dall’Organizzazione può incidere pesantemente su questo ruolo perché quella coesione durata oltre sessant’anni non è più scontata.

Il rischio di una guerra dei prezzi

La scelta di Abu Dhabi vede più al lungo che al breve periodo: finché lo Stretto di Hormuz è chiuso, il greggio emiratino fatica comunque a raggiungere i mercati internazionali, ma le cose potrebbero cambiare radicalmente quando la guerra sarà finita.

Allora, gli Emirati saranno liberi da qualsiasi tetto di produzione e dall’obbligo di contribuire all’Opec con il loro “pregiato” petrolio. Potranno aumentare la produzione senza dover rispettare i tetti concordati in sede Opec+ con il rischio di generare una guerra dei prezzi tra i produttori del Golfo. Se la chiusura di Hormuz ha paralizzato i flussi per due mesi; la riapertura potrebbe scatenare una corsa all’offerta in un mercato già instabile.

Le possibili ricadute sull’Europa

Per l’Ue, la questione si articola su due livelli. Il primo è il prezzo: con il greggio già sopra i 110 dollari al barile, ogni ulteriore instabilità nell’offerta del Golfo si trasmette rapidamente ai costi energetici del continente, con effetti sull’inflazione e sulla competitività industriale.

Il secondo livello è strutturale, e riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti. Se l’Opec perde la coesione e la capacità di stabilizzare il mercato il quadro energetico europeo diventa più volatile, indipendentemente da quanto greggio arriva direttamente dagli Emirati. L’Atlantic Council sottolinea che la guerra con l’Iran ha già modificato il calcolo strategico di Abu Dhabi, e che lo stesso confitto ha reso più urgente, per i produttori del Golfo, massimizzare l’autonomia e i ricavi.

L’uscita emiratina significa che il baricentro dell’offerta globale si muove da una gestione centralizzata (quella dell’Opec) verso una competizione aperta tra produttori. Per Bruxelles, che lavora a una politica energetica comune e guarda con crescente attenzione alla dipendenza dalle forniture esterne, questo scenario significa anche prepararsi a un nuovo gioco di alleanze per salvaguardare la propria economia in un contesto sempre più incerto. D’altra parte, una maggiore concorrenza tra i Paesi produttori potrebbe anche determinare prezzi più bassi sul lungo periodo, sebbene le varianti da considerare siano tante e tutte in rapida evoluzione.

Imprese

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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