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“Vorrei conoscere lo stipendio medio”, i dipendenti potranno inviare questa mail a breve

“Vorrei conoscere lo stipendio medio”. Presto questa semplice frase potrà essere l’oggetto di una mail che ogni lavoratore avrà il diritto di inviare al proprio datore di lavoro per rompere definitivamente il tabù della busta paga. Entro il 7 giugno 2026, gli Stati membri dell’Unione europea dovranno infatti dare piena attuazione alla Direttiva (Ue) 2023/970, la normativa che impone alle aziende la trasparenza retributiva come strumento per garantire parità di trattamento tra uomini e donne. Una rivoluzione necessaria per far emergere le discriminazioni nascoste in Paesi dove il gap reale sui guadagni complessivi annui delle donne raggiunge ancora la cifra record del 39,9%.

Lo stato del Gender Pay Gap in Europa

A muovere la direttiva è la volontà di colmare il divario retributivo di genere nell’Ue. Secondo i dati più recenti di Eurostat, le donne guadagnano in media l’11,1% in meno all’ora rispetto agli uomini, era del 16,2% del 2011. La situazione varia drasticamente tra i ventisette Stati membri: I divari più alti si registrano in Estonia (18,8%), Cechia (18,5%), Ungheria, Germania e Austria che superano ampiamente la media Ue. I divari più bassi sono in Lussemburgo, Romania, Slovenia, Polonia e Belgio che registrano differenze inferiori al 5%. Tuttavia, un divario basso non sempre indica una maggiore uguaglianza; spesso riflette una bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, dove solo le donne con un alto potenziale di guadagno (più istruite) riescono a entrare.

Il divario italiano

A prima vista l’Italia sembra una delle più virtuose con il divario nella paga oraria pari al 3,8%. Tuttavia, questo dato è un’illusione statistica. Se guardiamo quanto portano a casa le donne complessivamente ogni mese rispetto agli uomini (il cosiddetto Gender Overall Earnings Gap), il divario in Italia schizza al 39,9%. I motivi principali sono tre:

  1. In Italia lavora solo il 51,1% delle donne, contro il 69,2% degli uomini;
  2. Il 15,3% del gap è dovuto al minor numero di ore lavorate dalle donne, spesso per necessità familiari (Part-time involontario);
  3. Il divario orario sembra basso solo perché in Italia riescono a lavorare stabilmente soprattutto le donne con alta istruzione, che guadagnano di più.

Perché le donne guadagnano meno? I fattori strutturali

Il divario non è solo frutto di discriminazioni dirette, ma di barriere sistemiche che la direttiva mira a far emergere. Come spiegato dalle istituzioni europee, circa il 24% del divario è dovuto alla sovrarappresentazione femminile in settori meno pagati come assistenza, sanità e istruzione e il 91% delle interruzioni di carriera per la cura dei figli è a carico delle donne. Inoltre, Il 66% dei lavoratori a tempo parziale nell’Ue sono donne, spesso per assistere familiari disabili o bambini. Infine, il famoso “soffitto di cristallo”, vede in Europa meno di un’azienda su dieci tra le più importanti avere un amministratore delegato che sia donna. Il divario maggiore si registra proprio nelle posizioni manageriali, dove le donne guadagnano il 23% in meno dei colleghi uomini.

Cosa cambierà per i lavoratori europei

La direttiva agisce su due fronti: la ricerca di un impiego e la gestione del rapporto di lavoro esistente. I candidati in ogni Stato membro avranno il diritto di conoscere la fascia retributiva iniziale prima del colloquio. Ai datori di lavoro sarà severamente vietato chiedere lo storico salariale del candidato, per evitare che le discriminazioni passate si riflettano sui nuovi contratti. Ogni lavoratore potrà richiedere per iscritto il proprio livello retributivo e i livelli medi ripartiti per sesso per la propria categoria di lavoro. Le aziende dovranno rispondere entro due mesi e informare ogni anno i dipendenti di questo diritto.

Obblighi per le imprese e la “soglia del 5%”

Le aziende con almeno 100 dipendenti saranno soggette a obblighi di rendicontazione periodica. Se il report aziendale rivela un divario retributivo medio superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi (come competenza o anzianità), l’azienda dovrà avviare una “valutazione congiunta delle retribuzioni” con i rappresentanti dei lavoratori per correggere la disparità entro sei mesi.

Sanzioni e protezione legale

Per garantire che la parità non resti solo sulla carta, l’Ue impone agli Stati membri di introdurre sanzioni efficaci e dissuasive. In caso di presunta discriminazione, opererà l’inversione dell’onere della prova: se il lavoratore presenta elementi che fanno presumere una disparità, spetterà all’azienda dimostrare di aver agito in modo non discriminatorio. Le vittime avranno diritto a un risarcimento integrale, comprensivo di arretrati, bonus e indennizzi per le opportunità perse.

Con questa manovra, l’Unione europea punta a rendere i sistemi retributivi trasparenti e basati su criteri neutri, trasformando la cultura del lavoro in tutto il continente. A partire dall’estate del 2026, la trasparenza non sarà più una scelta aziendale, ma un diritto di ogni cittadino dell’Unione.

Imprese

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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