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Talebani a Bruxelles? Così l’Ue tratta con Kabul, tra rimpatri e crisi dei diritti umani

L’invito è partito ufficialmente da Bruxelles, destinazione Kabul. In una mossa che sta già sollevando non poche perplessità diplomatica e umanitarie, la Commissione europea ha espresso l’intenzione di incontrare funzionari dei talebani proprio nel cuore delle istituzioni comunitarie. Non si tratta di un riconoscimento ufficiale del regime che ha ripreso il potere nel 2021, ma di un tentativo, estremamente pragmatico e controverso, di affrontare una delle questioni più calde dell’agenda politica europea: la migrazione e la sicurezza.

Un tavolo tecnico per i rimpatri

Secondo quanto confermato dal portavoce della Commissione, Markus Lammert, l’esecutivo europeo e il Ministero della Giustizia svedese hanno inviato una lettera alle “autorità di fatto” dell’Afghanistan per sondare la loro disponibilità a un incontro a livello tecnico a Bruxelles. L’obiettivo primario è discutere le modalità per deportare i migranti afghani che sono stati giudicati come una “minaccia alla sicurezza”.

L’Unione europea si trova in una posizione delicatissima. Da un lato, la pressione dei governi nazionali per rendere più efficaci le politiche di rimpatrio è altissima; dall’altro, l’assenza di relazioni diplomatiche formali con il governo talebano ha reso finora quasi impossibili i ritorni forzati verso il Paese. Tuttavia, gruppi per i diritti umani come l’European Council on Refugees and Exiles hanno già lanciato l’allarme: dialogare con i talebani sui rimpatri rischia di rendere l’Ue complice di violazioni dei diritti umani e del principio di non respingimento, esponendo le persone a pericoli di persecuzione e abusi.

Un Paese nel baratro: la crisi afghana

Per capire la portata di questa decisione, bisogna guardare a cosa sia diventato l’Afghanistan dopo l’agosto del 2021. Il Paese sta affrontando una delle più grandi crisi umanitarie al mondo. I numeri sono drammatici:

  • Oltre 22,9 milioni di persone (più della metà della popolazione) hanno bisogno di assistenza umanitaria.
  • 10 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta.
  • 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni sono gravemente malnutriti.

Il declino economico, seguito alla presa del potere da parte dei talebani, ha portato a una deprivazione diffusa, aggravata da disastri naturali ricorrenti e da decenni di conflitti.

L’apartheid di genere e il muro dei diritti

Il nodo più critico nei rapporti tra Bruxelles e Kabul rimane la situazione dei diritti umani, definita “spaventosa” dalle istituzioni europee. Dal 2021, i talebani hanno emesso oltre 70 editti che limitano sistematicamente la vita di donne e ragazze.

L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare dopo la sesta classe. Le donne sono state escluse dal sistema legale, dalle università e dal lavoro nelle Ong. Nell’agosto 2024, è stato persino vietato che la voce delle donne venisse udita in pubblico. Per l’Unione europea, queste restrizioni non sono solo violazioni degli standard internazionali, ma rappresentano il principale ostacolo a qualsiasi normalizzazione dei rapporti.

La diplomazia di “principio”

Nonostante la mancanza di riconoscimento ufficiale, l’Ue non ha mai abbandonato il popolo afghano. Dal 1994, Bruxelles ha stanziato circa 2 miliardi di euro in aiuti umanitari, di cui 320 milioni solo nel biennio 2024-2025. La strategia europea si basa su un “approccio di principio“: gli aiuti vengono consegnati solo se le donne possono essere sia beneficiarie che parte attiva della distribuzione.

Recentemente, nell’aprile 2026, l’inviato speciale dell’Ue Gilles Bertrand ha visitato Kabul per discutere non solo di diritti umani, ma anche di sicurezza regionale. L’Europa è preoccupata per la presenza di gruppi terroristici come l’Iskp (Stato Islamico della Provincia di Khorasan) che operano sul territorio afghano e che potrebbero lanciare attacchi oltre confine.

Un bivio morale per l’Europa

L’invito dei talebani a Bruxelles segna una nuova fase, più pragmatica, della diplomazia europea. Sebbene la Commissione ribadisca che questi colloqui tecnici non implicano un riconoscimento politico, il segnale è forte. L’Ue sta cercando di bilanciare la necessità di gestire i flussi migratori e garantire la sicurezza interna con l’imperativo morale di non legittimare un regime che calpesta i diritti più fondamentali.

Il successo di questa missione dipenderà dalla capacità di Bruxelles di ottenere cooperazione sui rimpatri senza cedere di un millimetro sulla difesa delle donne e delle minoranze afghane. Una sfida che appare, oggi più che mai, come un equilibrismo ad alta quota sopra un Paese distrutto.

Fatti

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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