Il ghiaccio scricchiola. I rapporti tra Unione europea e Russia, congelati dall’invasione dell’Ucraina, potrebbero, con molta cautela, riprendere. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il presidente del Consiglio António Costa crede che ci sia “potenziale” per negoziare con Vladmir Putin, il quale, riporta ancora il quotidiano britannico, sarebbe pronto a parlare con Bruxelles, ma non farà mai la prima mossa.
Costa: c’è “potenziale” per un negoziato
“Sto parlando con i 27 leader nazionali per capire il modo migliore per organizzarci e per identificare cosa dobbiamo discutere efficacemente con la Russia quando sarà il momento giusto per farlo”, ha detto Costa. I negoziati che non hanno portato da nessuna parte, la guerra in stallo e l’esclusione del blocco dai colloqui, in mano a Washinton e Mosca, stanno man mano modificando le posizioni delle capitali: anche quelle non pro-Russia stanno cedendo alla Real Politik.
Al vertice dei leader europei a Cipro a fine aprile, Costa aveva sottolineato che l’Unione aveva il sostegno del presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Ci ha invitati a essere pronti a contribuire positivamente alla negoziazione”.
Mosca pronta ma deve iniziare Bruxelles
Quanto alla controparte, “Putin è pronto a negoziare con tutti“, ma Mosca non farà il primo passo, ha affermato oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov rispondendo a una domanda dei giornalisti su quanto riportato dal Financial Times. Secondo Peskov, dovrebbero essere Bruxelles e le capitali europee a riattivare i contatti interrotti dopo l’invasione del 2022, in quanto “la parte russa non è stata l’iniziatrice della completa interruzione delle nostre relazioni con l’Ue”.
“Saremo pronti a proseguire il dialogo nella misura in cui gli europei saranno disposti a farlo. Tuttavia, come Putin ha ripetutamente affermato, non avvieremo tali contatti dopo la posizione assunta dagli europei”, ha chiarito. Insomma, i russi sarebbero favorevoli ma non saranno loro a fare la prima mossa.
Posizioni sfumate
Il disgelo dunque non è immediato, ma negli ultimi mesi in Europa diverse voci hanno proposto un riavvicinamento col Cremlino. Non tutte per ragioni ‘filo-russe’. Rompere e non avere rapporti con la Federazione è coerente con i principi che l’Unione promuove, ma sulla lunga ha contribuito ad isolarla dai colloqui Usa/Russia e impedito un’azione diplomatica. Insomma, quasi nessuno punta a una normalizzazione piena dalle relazioni, ma a un modo per uscire dalla sanguinosa e distruttiva impasse del conflitto in Ucraina.
Le posizioni sono sfumate: Francia, Italia, Austria e in parte Belgio parlano di canali diplomatici con Mosca senza rompere con il sostegno a Kiev; Slovacchia, alcune componenti tedesche di Afd/Bsw e singoli come l’eurodeputato lussemburghese Fernand Kartheiser si collocano invece su una linea molto più indulgente verso il Cremlino o più critica verso la strategia di sanzioni e armi.
Proprio Kartheiser si è reso protagonista questi giorni di un’iniziativa raccontata da Politico: l’organizzazione di un viaggio per incontrare i deputati della Duma a margine del Forum economico di San Pietroburgo il 3 giugno. Secondo l’eurodeputato, sempre più politici chiedono di riaprire il dialogo con Mosca e per il grande passo è solo questione di tempo, ma il suo progetto è stato molto criticato. Tra gli altri, dal lituano Petras Auštrevičius, che l’ha definito un tentativo di coinvolgere gli eurodeputati in una cooperazione favorevole alla Russia. Intanto la deadline per aderire alla trasferta scadeva il 6 maggio, e Kartheiser non ha fatto sapere quante richieste abbia ricevuto.
Va peraltro ricordato che il lussemburghese si era recato a Mosca già un anno fa, cosa che aveva provocato la sua cacciata dal gruppo dei Conservatori e Riformisti (Ecr). Un portavoce del Parlamento europeo ha dichiarato che gli eurodeputati “che intrattengono rapporti con entità diplomatiche o governative russe agiscono esclusivamente a titolo personale”.
Perché riprendere il dialogo con Mosca?
La linea del dialogo con Mosca nasce da quattro spinte diverse. La prima è l’esclusione dai negoziati: se Usa e Russia trattano direttamente, l’Ue rischia di subire un accordo su una guerra che riguarda la sua stessa sicurezza.
È la motivazione di Costa; del presidente francese Emmanuel Macron – che a febbraio ha inviato a Mosca il suo consigliere diplomatico, Emmanuel Bonne, per incontrare il suo omologo putiniano Yuri Ushakov -; della premier italiana Giorgia Meloni – che a gennaio ha detto che “è arrivato il momento” per l’Europa di parlare anche con la Russia e ha proposto un inviato Ue unico per trattare direttamente con Putin, così da evitare “troppe voci”-; del cancelliere austriaco Christian Stocker, che a febbraio ha avvisato che, se l’Europa non sta attenta, i negoziati potrebbero bypassarla e dunque “dobbiamo parlare con Putin”.
La seconda è il fattore energetico. A marzo, il primo ministro Bart De Wever ha affermato che l’Europa deve raggiungere un accordo con la Russia per chiudere la guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso a energia a basso costo. Dopo le critiche, ha chiarito che la ‘normalizzazione’ sarebbe possibile solo in caso di pace accettabile e sostenibile, ribadendo il sostegno del Belgio all’Ucraina e alle sanzioni.
La terza spinta riguarda la fatica strategica del sostegno a Kiev: una parte dell’Ue teme che armi e sanzioni non bastino a piegare Putin, soprattutto se il sostegno americano scarseggia, mentre tra i cittadini il sostegno non è più forte come quattro anni fa. Ultimo punto: la pressione delle destre radicali e dei partiti populisti, come è il caso di Alternative für Deutschland e dell’area ex orbániana, che criticano l’invio di armi all’Ucraina, le sanzioni, l’abbandono del gas russo. In questo caso, il dialogo è spesso presentato non solo come strumento diplomatico, ma come sterzata dell’intera linea occidentale verso la Federazione.
Qualcuno vuole ‘normalizzare’ i rapporti con la Russia
Su una posizione più ‘normalizzante’ delle relazioni con Mosca si spinge lo slovacco Robert Fico, il leader più chiaramente filo-russo nell’Unione dopo l’uscita di scena del bad guy ungherese Viktor Orbán. Fico è l’unico capo di governo europeo atteso a Mosca per il Victory Day, e in passato ha già rotto il fronte europeo incontrando Putin (cosa che ha fatto anche Orbán). D’altronde la Slovacchia, come l’Ungheria, resta dipendente dalle forniture russe: entrambe godono di un’esenzione da Bruxelles per continua ad acquistare gas dalla Federazione, nonostante gli sforzi del blocco per ridurre la dipendenza dal Cremlino.
C’è poi l’incognita Bulgaria: quest’oggi il Parlamento ha approvato come nuovo primo ministro Rumen Radev, considerato su posizioni euroscettiche e filorusse, e il timore è che possa diluire il sostegno del suo Paese a Kiev e spingere per la ripresa delle importazioni di petrolio e gas da Mosca, pur senza rompere l’orientamento euro-atlantico del Paese.
La linea ufficiale dominante dell’Ue rimane comunque anti-russa, tra sanzioni, decoupling energetico e aiuti a Kiev. Inoltre, non c’è consenso tra le capitali su chi debba essere nominato a rappresentare il blocco, quando farlo e cosa dire a Putin. Nel frattempo, l’ultimo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Ucraina e Russia è stato il 18 febbraio, mentre martedì, secondo Zelensky, il segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov, si è recato negli Stati Uniti per incontrare gli inviati speciali di Trump e “rivitalizzare il processo diplomatico”.
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