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Medio Oriente, una pagina e 14 punti per la pace: tra diplomazia e “delfini kamikaze”

È il giorno del giudizio per la stabilità globale. Oggi, giovedì 7 maggio 2026, la Repubblica Islamica dell’Iran è attesa alla prova dei fatti: la consegna ai mediatori internazionali della risposta ufficiale al piano di pace statunitense. I segnali che filtrano dai tavoli negoziali sono improntati a un cauto ottimismo. Il presidente Usa Donald Trump ha descritto i recenti contatti come “molto positivi” e anche il Pakistan, attore chiave nella mediazione, si aspetta un accordo “presto piuttosto che tardi”. Entrambe le parti, secondo fonti regionali, starebbero compiendo progressi significativi verso un’intesa preliminare. Ma tra delfini kamikaze e il nodo del nucleare, il rischio è di una carestia globale.

Dentro i 14 punti: il compromesso sull’uranio

Il cuore della trattativa è un memorandum di una sola pagina, composto da 14 punti, elaborato dagli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. Il piano non è solo una tregua, ma una vera e propria tabella di marcia in due fasi: la fine immediata delle ostilità seguita da 30 giorni di negoziati serrati che potrebbero svolgersi in sedi neutre come Islamabad o Ginevra.

Il punto più critico resta la moratoria sull’arricchimento dell’uranio. Sebbene l’Iran avesse inizialmente proposto 5 anni e gli Stati Uniti ne chiedessero 20, i negoziatori stanno convergendo su un compromesso tra i 12 e i 15 anni. Per la prima volta, Teheran si sarebbe detta disposta a una concessione storica: la rimozione dell’uranio altamente arricchito dal proprio territorio. In cambio, Washington avvierebbe lo sblocco di miliardi di dollari di asset iraniani e la revoca graduale delle sanzioni, ma con una clausola di salvaguardia: se i colloqui fallissero entro i 30 giorni, il blocco navale e le azioni militari riprenderebbero immediatamente.

L’allarme Fao e la “Coalizione di Roma”

Mentre la diplomazia politica cerca un’intesa, quella economica corre ai ripari per evitare una carestia globale. Alla Farnesina, su iniziativa di Italia e Croazia, è nata la “Coalizione di Roma” per garantire l’accesso ai fertilizzanti. Il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, ha avvertito che l’instabilità nello Stretto di Hormuz non è solo una crisi geopolitica, ma un “choc al cuore del sistema agroalimentare”.

L’agricoltura ha tempi rigidi: se i fertilizzanti non arrivano per le semine del 2026, le rese agricole crolleranno drasticamente anche nel 2027. La coalizione, che riunisce 40 Paesi e organizzazioni come la Lega Araba, opererà come un gruppo di lavoro permanente per assicurare che, una volta raggiunto il cessate il fuoco, le rotte marittime restino aperte per i rifornimenti vitali verso l’Africa e il Mediterraneo.

Il costo della guerra per l’Italia: 21 miliardi a rischio

L’impatto del conflitto non è solo teorico. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un monito drammatico: se la guerra dovesse durare per tutto il 2026, il costo per l’industria italiana salirebbe a 21 miliardi di euro. Orsini ha sottolineato che l’Italia non può far fronte a questa cifra da sola e ha invocato la creazione di un debito pubblico europeo e di un mercato unico dell’energia per sostenere le imprese colpite.

Sul fronte dei mercati, la speranza di una tregua ha già fatto scendere il prezzo del petrolio: il Brent è calato sotto i 97 dollari al barile, con una flessione di oltre il 4%. Tuttavia, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, avverte che la Bce non tarderà ad alzare i tassi se la pace non sarà reale: “Le guerre non devono finire solo a parole”.

Delfini kamikaze e sanzioni

In questo scenario complesso si inseriscono anche curiosi retroscena di intelligence. Il Pentagono è stato costretto a smentire l’uso di “delfini kamikaze” iraniani per attaccare navi americane nello Stretto. Sebbene gli Stati Uniti gestiscano dal 1959 il “Marine Mammal Program” per il rilevamento delle mine con tursiopi e leoni marini, gli esperti escludono che tali animali vengano usati per attacchi suicidi.

Nel frattempo, la pressione degli Stati Uniti resta altissima. Il Tesoro americano ha appena annunciato nuove sanzioni contro funzionari iracheni, tra cui il viceministro del Petrolio Ali Maarij Al-Bahadly, accusato di deviare greggio iracheno a beneficio del regime iraniano. È il segno che, nonostante l’ottimismo sui 14 punti, Washington non ha alcuna intenzione di allentare la sorveglianza fino alla firma definitiva.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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