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Perché in Romania tornerà una coalizione pro-Ue. Il caos calcolato secondo Popescu-Zamfir

C’è “opportunismo politico” dietro la caduta del governo di Ilie Bolojan, avvenuta dopo che il Partito socialdemocratico (Psd) si è sfilato e lo ha sfiduciato insieme all’estrema destra dell’Alleanza per l’Unione dei romeni (Aur). Questa la diagnosi di Oana Popescu-Zamfir, direttrice del think tank romeno Global Focus ed ex segretaria di Stato per gli Affari europei presso il Ministero romeno del Lavoro e della Sicurezza sociale. Al netto del caos generato dagli sviluppi, la possibilità di elezioni anticipate rimane remota, spiega a Eurofocus, prevedendo che probabilmente la coalizione pro-europea verrà ricostruita.

Le ragioni del crollo

La lettura che va per la maggiore nella stampa internazionale collega lo sfilamento del Psd alle misure di austerità che Bolojan ha provato a implementare per riportare sotto controllo il deficit più alto dell’Ue. In realtà “riguarda la percezione dei Socialdemocratici, che facevano parte della grande coalizione con i Liberali, di non essere riusciti a controllare il primo ministro“, rileva l’esperta. Il Psd ha sempre voluto far parte del governo, avere accesso alle risorse statali e dell’Ue per poterle redistribuire a sindaci e autorità locali, “e anche avere influenza, ma senza assumersi la responsabilità di governare”.

Tutti sapevano che sarebbe stato un anno difficile, prosegue Popescu-Zamfir, ricordando che le dolorose riforme per abbassare il disavanzo erano state concordate con la Commissione europea. Per lei il Psd ha “trovato conveniente” protestare contro l’austerity anche dai banchi del governo “perché potevano permettersi di non essere visti come direttamente responsabili di esse“. Così, quando si è trattato di avviare le riforme vere e proprie — “che sarebbero state a più lungo termine ma più radicali, e avrebbero disturbato il controllo dei partiti tradizionali sulle reti corrotte di influenza politica ed economica” — il partito ha deciso di far cadere il governo.

Tuttavia, l’obiettivo dei Socialdemocratici non è mai stato quello di formare un nuovo governo, prosegue l’analista: “speravano di riuscire a convincere i Liberali a cambiare il premier con qualcuno che fosse ancora del loro partito, ma fosse più accomodante e non toccasse i loro interessi, come le aziende a gestione statale, i criteri di performance, rendere la governance più trasparente, e così via. Quindi è questo che ha effettivamente innescato il crollo del governo: i Socialdemocratici speravano di non dover arrivare fino in fondo, ma convincere o costringere il primo ministro a dimettersi”.

Alleanza di circostanza?

“Nonostante sia stata un’alleanza tra i Socialdemocratici e l’Aur a far cadere il governo, questa non riflette un allineamento: almeno, non in questo momento”, riflette la direttrice di Global Focus, avvertendo che questo non significa che un’unione più strutturale non possa mai accadere. La mossa è “puro opportunismo politico, un’alleanza di circostanza“, e l’esperta non crede che si tradurrà in un governo a trazione Psd-Aur. Già il voto congiunto ha messo in profondo imbarazzo il gruppo dei Socialisti (S&D) al Parlamento europeo, che spesso rinfaccia ai Popolari (Ppe) le collaborazioni occasionali con l’estrema destra.

Tuttavia, i due partiti non sono poi distanti come si potrebbe credere. Popescu-Zamfir evidenzia che all’ultimo congresso i Socialdemocratici hanno modificato il proprio statuto “includendo valori nazionalisti, valori tradizionali, e così via. Un linguaggio che si allontana dall’orientamento di centro-sinistra socialdemocratico e non punta necessariamente verso la destra dura, ma una posizione più conservatrice”. Ideologicamente il Psd non è dunque così diverso dall’Aur, anche se al tempo stesso ha perso molto elettorato a favore della forza di estrema destra, “e sono abbastanza vicini a loro in molti modi, ma rifiutano ancora apertamente la cooperazione“.

I leader del Psd continuano dunque a respingere l’idea di governare con l’Aur, consci del fatto che “si troverebbero in una posizione molto scomoda”. continua l’analista. “Al momento possono ancora dire di essere il primo partito, giudicando dal numero di seggi che hanno in Parlamento, ma i sondaggi mostrano che l’Aur ha quasi il doppio dei voti rispetto a loro se le elezioni fossero organizzate oggi. Quindi hanno capito che se governassero con l’Aur, questa sarebbe potenzialmente solo una vittoria per l’Aur, e loro avrebbero solo da perdere”: motivo per cui non sono disposti a governare insieme all’estrema destra, ma avevano bisogno dei suoi voti per far cadere il governo.

Il futuro del governo…

Le elezioni anticipate “sono molto difficili da organizzare” secondo la Costituzione romena “e non sono l’opzione preferita di nessuno, perché tutti i partiti tradizionali perderebbero. I Socialdemocratici potrebbero perdere la metà dei seggi che hanno attualmente in Parlamento. quindi sarebbe un’opzione disastrosa per loro”, rileva Popescu-Zamfir. E viste le difficoltà nella creazione di un governo Psd-Aur, esiste una “probabilità significativa che la coalizione pro-europea venga ricostruita“, spiega. “Quella tende ad essere sempre la prima opzione di tutti in Romania. È sicuramente il gioco che sta facendo il presidente”, Nicusor Dan, che al momento “mette pressione sui Liberali”.

Per questi ultimi, e per il premier uscente, accettare di continuare con questa coalizione nonostante tutto è per molti versi “un suicidio politico. Ma in termini di preservare la stabilità e di linea d’azione più responsabile, questa è quella che presenta i maggiori benefici nel breve periodo. Vedremo i costi alle prossime elezioni nel 2028, perché la continuazione della grande coalizione probabilmente significherà che l’Aur continuerà a prosperare all’opposizione. Ma immagino che molte persone siano disposte a rimandare quei costi al 2028 e limitarsi a gestire la situazione attuale”.

L’esperta ritiene che la scommessa dei Socialisti sia quella di aspettare che i Liberali si rendano conto di non voler “essere tagliati fuori dai flussi di cassa del governo, non poter far parte di diverse posizioni di influenza nella burocrazia statale e così via”, finendo per accettare di sostituire Bolojan con un altro candidato più malleabile e concedendo le redini al Psd. “Contano sul fatto che il presidente farà la stessa cosa: per il bene della continuità di un governo pro-europeo, il bene della stabilità, spingerebbe per la ricostruzione della coalizione iniziale”. L’opzione B sarebbe quella di proporre un governo a trazione socialdemocratica, con un premier Psd, sostenuto da una maggioranza con i partiti minoritari e le forze nazionaliste minori, aggirando l’Aur. “Ma sarebbe una maggioranza molto risicata, un gioco molto rischioso”.

…e l’incognita dei fondi Ue

L’instabilità generata dalla crisi di governo e le difficoltà nel portare avanti le riforme creano ancora più incertezza sulla sorte dei circa 10 miliardi di euro del Fondo di ripresa e resilienza che Bucarest deve ottenere prima della scadenza di agosto. “Potremmo non raggiungere alcuni degli obiettivi del Pnrr, quindi quei fondi sono a rischio”, anche se dipende dalla durata del periodo di instabilità, spiega Popescu-Zamfir, sottolineando che il governo ad interim non può adottare ordinanze d’urgenza e si trova privato di uno strumento essenziale in questa fase. In più una soluzione transitoria metterebbe la Romania “in una posizione molto più difficile” per negoziare un’eventuale proroga con la Commissione europea.

“Quindi quei fondi sono a rischio, per non parlare della perdita di fiducia degli investitori, della perdita di fiducia dei consumatori, del pericolo di essere declassati da agenzie come Standard & Poor’s e così via”. L’euro si è già molto rafforzato contro il leu, la valuta locale, e la tendenza continuerà, spiega l’analista. “Questo significa nuovi aumenti dei prezzi dopo che le persone sono già state colpite dall’aumento globale dei prezzi del petrolio e dalle misure di austerità. Quindi prefigura un panorama molto complesso di circostanze sfavorevoli”.

Il rischio esterno

Si tratta del genere di congiuntura che attori esterni ostili come la Russia possono sfruttare, sottolinea la direttrice di Global Focus. “Qualsiasi frattura politica o sociale in un Paese europeo solitamente viene immediatamente sfruttata dalla propaganda russa e dalle reti di influenza russe: mi aspetto che accada anche questa volta”, spiega. E c’è anche la questione di chi governerà: “al momento nessuno vuole vedere un governo che includa i populisti. Non è la prima scelta di nessuno, ma non possiamo nemmeno escluderlo del tutto. Il presidente ha detto che non avrebbe nominato un primo ministro dall’Aur. Ma quando si ha a che fare con tale volatilità, nulla può essere necessariamente dato per scontato”.

In quel caso la svolta sovranista partirebbe dal riconsiderare il programma Safe, progetto da 150 miliardi di euro per investire nella base industriale della difesa europea, “del quale la Romania ha ricevuto la seconda allocazione più grande nell’Ue. E quindi gran parte dei finanziamenti europei potrebbero essere messi in discussione”. In un Paese fondamentale per l’ambito della sicurezza, confinante con l’Ungheria e il Mar Nero, cruciale tanto per il sostegno a Kiev quanto per il monitoraggio del fianco Est della Nato.

L’ombra di Georgescu e l’eterna campagna elettorale

Quanto di tutto questo risente del complesso processo elettorale del 2024, che ha visto un inedito annullamento delle elezioni presidenziali per escludere un candidato sostenuto dalla Russia? Secondo l’analista il collegamento non è diretto, ma esiste “un livello di continuità che riguarda fondamentalmente il modo in cui la società e la scena politica sono diventate ancora più polarizzate dopo questo episodio”, il quale ha “generato un “periodo elettorale prolungato che ha permesso all’Aur e ai partiti sovranisti di fare campagna in modo estensivo. Ed è questo che li ha aiutati a salire nei sondaggi. Quindi credo che stiamo vedendo gli effetti di tutto ciò”.

“Le opzioni politiche si sono radicalizzate. I partiti tradizionali hanno continuato a perdere elettorato. I populisti hanno invece guadagnato punti in termini di consenso elettorale. E ovviamente il deficit di bilancio è stato causato da questo periodo prolungato in modalità elettorale, un periodo caratterizzato da sussidi statali e dal tentativo di non attuare alcuna misura che avrebbe impedito la crescita dei redditi. I partiti tradizionali avevano bisogno di erogare fondi ai loro sindaci e alle autorità locali affinché facessero il duro lavoro di portare i voti. E così tutti gli eccessi di quel governo, prima e durante le elezioni, li stiamo sentendo adesso“.

Politics

otto.lanzavecchia@adnkronos.com (Otto Lanzavecchia)

© Riproduzione riservata

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