Prima Papa Leone XIV, poi Giorgia Meloni. La visita romana del segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, si è mossa tra i due poli della diplomazia italiana: Vaticano e Palazzo Chigi. Due luoghi diversi, due linguaggi diversi, dentro una fase in cui il rapporto transatlantico resta centrale ma meno automatico di un tempo. Rubio è arrivato in Italia con un’agenda carica: Medio Oriente, Iran, Ucraina, sicurezza europea, basi americane, dazi, Nato, Libano, Cuba, Venezuela e rapporti con una Santa Sede guidata per la prima volta da un Papa statunitense. A Roma ha incontrato Leone XIV, il cardinale Pietro Parolin, mons. Paul Richard Gallagher, Antonio Tajani e Giorgia Meloni. Una sequenza fitta, compressa in poco più di ventiquattr’ore, che ha trasformato la visita in una verifica dei rapporti tra Washington, Roma e Vaticano.
L’arrivo del capo della diplomazia americana è caduto dopo giorni di tensioni tra Donald Trump e il Pontefice. Il presidente americano aveva accusato il Papa di “mettere in pericolo molti cattolici e molte persone”, sostenendo che Leone XIV fosse favorevole a un Iran dotato di armi nucleari. Il Papa aveva risposto da Castel Gandolfo con una frase netta: “Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità: la Chiesa ha parlato da anni contro il nucleare, quindi lì non c’è nessun dubbio”.
Alla vigilia dell’incontro, anche Parolin aveva scelto parole misurate ma chiare: “Non vorrei entrare in giudizi personali, io credo che il Papa fa quello che deve fare. Fa il Papa. Attaccarlo in questa maniera mi pare perlomeno un po’ strano”. Allo stesso tempo, il segretario di Stato vaticano aveva ribadito che gli Stati Uniti restano un interlocutore imprescindibile. È dentro questa doppia cornice, frizione pubblica e necessità diplomatica, che Rubio si è presentato in Vaticano.
Il Vaticano e il linguaggio della pace
La tappa vaticana è iniziata nella tarda mattinata. Rubio è stato accolto nel Cortile di San Damaso, poi ha raggiunto il Palazzo Apostolico per il faccia a faccia con Leone XIV. Il colloquio con il Papa è durato circa 45 minuti. Subito dopo, il segretario di Stato americano ha incontrato Parolin e Gallagher, i due riferimenti principali della diplomazia della Santa Sede.
L’agenda ha toccato Medio Oriente, Iran, Africa, Cuba e le crisi umanitarie aperte. Il Vaticano ha parlato di Paesi segnati da guerra, tensioni politiche e situazioni umanitarie difficili, insieme alla necessità di lavorare per la pace. Rubio, al termine, ha definito il colloquio “molto positivo” e ha spiegato di aver aggiornato i suoi interlocutori sulla situazione iraniana: “Li ho aggiornati sulla situazione in Iran ed espresso il nostro punto di vista sul perché quest’operazione fosse importante e il pericolo rappresentato dall’Iran per il mondo”.
Il dossier iraniano è stato uno dei temi principali dell’incontro in Vaticano. Da una parte la Casa Bianca insiste sul rischio nucleare e sulla necessità di impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. Dall’altra la Santa Sede mantiene la linea tradizionale contro il nucleare e a favore di una de-escalation. Trump, nelle stesse ore, ha rivendicato di aver dato a Rubio un messaggio da portare al Papa: “Dì al Papa, molto gentilmente, con grande rispetto, che l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Il presidente americano ha poi aggiunto: “Dì anche al Papa che l’Iran ha ucciso 42.000 manifestanti innocenti, disarmati”.
Rubio ha evitato di chiarire cosa avrebbe riferito a Trump dopo l’udienza. “Perché dovrei dirvi cosa suggerirò al presidente?”, ha risposto ai giornalisti. Poi ha aggiunto: “Il presidente parlerà sempre chiaramente di come si sente e agirà sempre nel migliore interesse degli Stati Uniti”. Nella stessa occasione, il segretario di Stato ha lasciato aperta la possibilità di una telefonata tra Trump e Leone XIV: “Forse, potrebbe succedere”.
Nel passaggio con Parolin e Gallagher, il confronto si è spostato sul terreno più ampio della diplomazia vaticana. Medio Oriente e libertà religiosa sono rimasti al centro, insieme alla “partnership di lunga data” tra Stati Uniti e Santa Sede. Rubio ha scritto sui suoi canali social di aver incontrato il Papa per “sottolineare il nostro impegno condiviso nel promuovere la pace e la dignità umana”. La formula è quella più adatta a un rapporto che, anche nei momenti di tensione, non può essere ridotto allo scambio polemico tra Casa Bianca e Vaticano.
Per Washington, il Vaticano resta un osservatorio particolare. Non ha strumenti militari, ma ha una presenza capillare in aree di crisi, comunità locali, diocesi, missioni, organizzazioni umanitarie e canali diplomatici in Paesi dove gli Stati Uniti incontrano resistenze o diffidenze. Su Libano, Cuba, Africa, Venezuela e Medio Oriente, la Santa Sede non offre soluzioni operative immediate, ma può contribuire a leggere gli equilibri locali, a mantenere canali aperti e a dare peso a dossier che le cancellerie trattano spesso con il linguaggio della sicurezza.
La biografia di Leone XIV aggiunge un elemento nuovo. È il primo Papa statunitense, ma il suo ruolo resta universale. Parla a un Paese che conosce dall’interno, ma non parla per quel Paese. Questa distanza è diventata visibile proprio sul nucleare iraniano: la sua origine americana non lo avvicina automaticamente alla linea della Casa Bianca, mentre la sua posizione di Pontefice lo colloca dentro la continuità della dottrina cattolica su armi atomiche, pace e protezione dei civili.
La tappa vaticana ha così dato alla visita un primo registro, centrato su pace, crisi umanitarie, libertà religiosa e Iran. Poche ore dopo, gli stessi dossier sarebbero stati affrontati a Palazzo Chigi da un’altra prospettiva: alleanza, basi, sicurezza marittima, energia, dazi e margini politici italiani.
Palazzo Chigi e il peso dell’alleanza
Dopo il Vaticano e la Farnesina, Rubio ha raggiunto Palazzo Chigi per il faccia a faccia con Giorgia Meloni. L’incontro con la presidente del Consiglio è arrivato dopo le tensioni provocate dalle parole di Trump sull’Italia, accusata di non aver garantito un sostegno adeguato alla Casa Bianca sulla crisi iraniana. Il presidente americano aveva anche evocato un possibile ridimensionamento della presenza militare statunitense nelle basi italiane.
Meloni aveva già respinto quelle accuse nei giorni precedenti, a margine del summit della Comunità politica europea a Yerevan. “L’Italia ha sempre rispettato tutti gli impegni sottoscritti, in particolare in ambito Nato. Lo abbiamo fatto anche quando non erano direttamente in gioco i nostri interessi, dall’Afghanistan all’Iraq. Per questo alcune affermazioni nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché in sede Nato nessuno si è presentato per chiedere sostegno agli alleati sulle scelte che stava facendo…”. Una frase pronunciata con irritazione evidente e destinata a restare sul tavolo del colloquio romano, anche se con toni diplomatici.
A Palazzo Chigi, davanti a un espresso e a qualche biscotto, la conversazione ha toccato i principali dossier di politica estera: crisi iraniana, Stretto di Hormuz, Libano, Ucraina, sicurezza marittima e rapporti bilaterali. La cornice è quella di un’alleanza solida, ma attraversata da domande concrete. L’Italia resta uno dei partner europei più importanti per Washington, ospita installazioni strategiche, partecipa alla Nato e si trova al centro del Mediterraneo. Allo stesso tempo, Roma non vuole essere trascinata in scenari militari senza un perimetro politico e parlamentare chiaro.
Il nodo più immediato riguarda Hormuz. L’Italia ha confermato la disponibilità a contribuire con la Marina militare a eventuali operazioni di sminamento e garanzia della libertà di navigazione, ma solo quando le condizioni lo permetteranno, in una cornice multilaterale e dopo i passaggi istituzionali necessari. Tajani ha ribadito la disponibilità italiana “una volta raggiunto il cessate il fuoco stabile, per lo sminamento e la garanzia della libertà di navigazione” nello Stretto di Hormuz.
Rubio, da Roma, ha usato toni molto più duri. “La linea rossa è chiara: se minacciano gli americani, li faremo saltare in aria. Non si può essere più chiari di così”, ha detto parlando dello scambio di attacchi con l’Iran nello Stretto. E ancora: “Se sparano alle navi Usa, cosa dobbiamo fare? Solo i Paesi stupidi non rispondono quando gli sparano contro”. Sull’ipotesi che l’Iran voglia controllare il traffico marittimo o imporre pedaggi nello Stretto, ha parlato di scenario “inaccettabile” e di “precedente pericoloso” per il mondo.
La distanza di linguaggio è evidente. Washington parla di deterrenza e linee rosse, Roma insiste su cornici multilaterali, cessate il fuoco, Parlamento e missioni difensive. Il punto di caduta, per l’Italia, è la libertà di navigazione: Hormuz non è un dossier lontano, perché da lì passa una parte essenziale degli equilibri energetici e commerciali globali. Una crisi prolungata nello Stretto può produrre effetti sui prezzi, sulle rotte, sulle imprese e sulle famiglie europee.
Alla Farnesina, Tajani aveva dato al colloquio con Rubio un taglio più ampio. “Siamo favorevoli a tutte le iniziative che possano portare a un cessate il fuoco permanente, incoraggiamo il dialogo”, ha detto dopo il bilaterale. E ha aggiunto una formula utile a leggere il rapporto transatlantico in questa fase: “L’Europa ha bisogno dell’America, ma anche gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia”.
Nella stessa cornice entra il Libano. Nelle ore della visita, un razzo è caduto nella base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil Sector West, senza feriti tra i militari italiani ma con lievi danni a un mezzo. Il tema è arrivato nei colloqui con Tajani e con Meloni. Rubio ha indicato Hezbollah come la ragione dei bombardamenti sul Libano: “Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: un governo libanese forte che non abbia un Hezbollah armato che opera nel suo territorio”. Tajani ha ribadito l’importanza del Libano per l’Italia e la disponibilità a essere presenti anche in futuro.
L’Ucraina resta l’altro dossier strutturale. Rubio ha confermato che Washington è pronta a continuare a svolgere il ruolo di “mediatore”, ma ha aggiunto una condizione politica: “Non vogliamo investire tempo ed energia in uno sforzo senza passi avanti”. Per l’Italia, il sostegno a Kiev continua dentro il quadro occidentale, ma il conflitto si intreccia sempre di più con le domande sulla tenuta della Nato, sugli oneri europei e sul grado di coinvolgimento americano.
Anche la presenza militare statunitense in Europa è entrata nel cono della visita. Rubio ha detto di non aver discusso con Meloni “argomenti specifici” come il ritiro delle truppe americane dall’Europa, ma ha ribadito di essere “un forte sostenitore della Nato”. Ha poi aggiunto che uno dei motivi principali per cui gli Stati Uniti fanno parte dell’Alleanza è la possibilità di disporre di forze schierate in Europa da impiegare in situazioni di emergenza. Un passaggio che rimanda alla discussione più ampia sul contributo degli alleati, sulle capacità europee e sull’uso delle basi.
Non c’è solo sicurezza. Tajani ha portato nella conversazione anche i dazi. “Non vogliamo guerre commerciali. Siamo favorevoli a un grande mercato Europa-Stati Uniti-Canada-Messico”, ha detto. Per un Paese esportatore come l’Italia, il rapporto con Washington passa anche da imprese, filiere, agroalimentare, tecnologia, energia e materie prime. Alla Farnesina si è parlato anche di minerali critici, Venezuela, Cuba, Africa e Mediterraneo.
Il risultato è una visita molto più densa della formula “cortesia” usata per alleggerirne il profilo. Dal Vaticano a Palazzo Chigi, Rubio ha portato a Roma le priorità americane e ha raccolto le cautele italiane. La premier cerca di tenere insieme fedeltà atlantica, collocazione europea e prudenza operativa. Gli Stati Uniti chiedono affidabilità e disponibilità. L’Italia risponde con sostegno politico, ma anche con condizioni: cornice internazionale, passaggi parlamentari, difesa della libertà di navigazione, no a guerre commerciali, attenzione al Mediterraneo.
La sequenza romana lascia sul tavolo un equilibrio più esigente di prima. Con il Papa, Rubio ha misurato il peso di una diplomazia che parla di pace, dignità umana e nucleare con parole diverse da quelle della Casa Bianca. Con Meloni e Tajani, ha ritrovato un alleato vicino ma non disposto a confondere lealtà con automatismo. Roma resta una sponda per Washington: cattolica, atlantica, mediterranea, europea. Proprio per questo, ogni crisi internazionale arriva qui con più di una chiave di lettura.
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