A Nicosia, nel cuore del Mediterraneo orientale, l’Unione europea rimette mano alla propria bussola energetica. I ministri dell’Energia si sono riuniti al Filoxenia Conference Centre per il Consiglio informale organizzato dalla presidenza cipriota, in una fase segnata dalle tensioni in Medio Oriente, dalla volatilità dei mercati e dalla necessità di proteggere famiglie e imprese da nuovi shock sui prezzi.
La riunione non produce atti legislativi, come avviene di norma per i Consigli informali, ma serve a misurare il clima politico tra le capitali. E il clima è cambiato. Dopo gli anni della risposta alla crisi del gas russo, Bruxelles non ragiona più solo in termini di transizione verde. Il dossier energia è ormai intrecciato con sicurezza economica, industria, competitività, difesa delle filiere europee e autonomia strategica.
La presidenza cipriota ha impostato il confronto su tre assi: sicurezza energetica, ruolo degli stoccaggi e maggiore coordinamento tra Stati membri. Nel linguaggio ufficiale entra con forza anche l’idea di energia pulita “prodotta in Europa”, formula che consente di tenere insieme rinnovabili, efficienza, tecnologie domestiche e riduzione delle importazioni fossili. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’Ue passi da una dipendenza all’altra: prima il gas russo, poi il Gnl importato da altri partner, domani magari nuove strozzature sulle rotte marittime o sulle infrastrutture critiche.
Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha portato a Nicosia anche il catalogo di pratiche nazionali pubblicato dalla Commissione per aiutare i Paesi membri ad affrontare l’impatto della crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente. Il documento raccoglie misure già sperimentate negli Stati membri e replicabili altrove: riduzione dei consumi di gas e petrolio, efficienza energetica, protezione di consumatori e industria, accelerazione delle soluzioni pulite e rafforzamento della capacità manifatturiera europea nelle tecnologie della transizione. Secondo Bruxelles, applicare pienamente le regole energetiche esistenti potrebbe tagliare la domanda di gas di 10-15 miliardi di metri cubi all’anno e ridurre il consumo di petrolio di 15-20 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.
Il catalogo arriva dopo la comunicazione AccelerateEU, presentata ad aprile, con cui la Commissione ha indicato una serie di azioni per rafforzare la resilienza energetica europea. Tra queste figurano interventi sui consumi, sulla produzione pulita, sulle reti, sulla fiscalità energetica, sulle capacità di raffinazione e sulla sicurezza degli approvvigionamenti di carburanti. Il quadro è quello di un’Europa che non vuole limitarsi a reagire alla crisi, ma cerca di usare l’emergenza per spingere più rapidamente su efficienza, elettrificazione e produzione energetica interna.
Il nodo gas resta sul tavolo
Il punto più sensibile resta il gas. Nonostante il linguaggio ufficiale privilegi rinnovabili, risparmio energetico e produzione pulita in Europa, la sicurezza degli approvvigionamenti continua a passare anche dal metano. Per molti Stati membri il gas resta necessario per la stabilità del sistema elettrico, per una parte dell’industria energivora, per il riscaldamento e per la gestione delle punte di domanda.
A Cipro il tema è entrato nel confronto in modo diretto, soprattutto nel pranzo di lavoro dedicato alla sicurezza energetica e al ruolo del gas naturale nel mix europeo oltre il 2030. La domanda è scomoda: quanto gas servirà ancora all’Europa mentre prova a ridurre le emissioni e a raggiungere gli obiettivi climatici? E da dove dovrà arrivare quel gas?
La guerra in Ucraina ha già cambiato la mappa degli approvvigionamenti. Il crollo delle forniture russe ha spinto l’Ue verso nuovi fornitori e verso un maggiore uso del gas naturale liquefatto. La diversificazione ha consentito di superare la fase più acuta della crisi, ma ha aperto un’altra questione: sostituire una dipendenza con una nuova concentrazione di forniture non basta a rendere il sistema davvero sicuro.
Per questo torna periodicamente anche il tema della produzione europea. Non come asse unico della strategia energetica, ma come possibile elemento di una fase di transizione più lunga e instabile del previsto. Alcuni Paesi guardano alle risorse nazionali o regionali per ridurre l’esposizione alle importazioni, contenere i rischi geopolitici e sostenere la competitività. Altri temono che ogni nuova spinta sul gas finisca per rallentare investimenti in rinnovabili, reti, accumuli e consumi più efficienti.
La linea di Bruxelles resta ancorata alla riduzione della domanda fossile. Il catalogo presentato dalla Commissione va in questa direzione: meno consumi, più efficienza, più soluzioni pulite e maggiore capacità europea di produrre tecnologie energetiche. Ma la discussione tra i ministri mostra che il percorso non sarà lineare. L’Ue deve ridurre il gas senza creare vuoti di sicurezza, abbassare i prezzi senza alimentare nuove dipendenze, accelerare la decarbonizzazione senza indebolire l’industria.
Stoccaggi, reti e Mediterraneo
Gli stoccaggi sono uno dei capitoli centrali del confronto di Nicosia. Dopo la crisi del 2022, l’Ue ha imparato che il livello dei depositi non è un dettaglio tecnico, ma uno strumento politico. Arrivare all’inverno con riserve adeguate riduce il potere dei fornitori, calma i mercati e dà ai governi più margine di manovra. La presidenza cipriota ha insistito proprio sul ruolo degli stoccaggi per rafforzare l’Unione dell’energia e accompagnare la decarbonizzazione del sistema.
Il ragionamento, però, non riguarda più solo il gas. Con la crescita delle rinnovabili aumentano anche le esigenze di accumulo elettrico, flessibilità della domanda, reti più robuste e interconnessioni tra Paesi. Un sistema basato su più solare ed eolico ha bisogno di infrastrutture capaci di gestire produzione variabile, picchi di consumo e scambi transfrontalieri. La sicurezza energetica europea si sposta così dal semplice accesso alle molecole fossili alla capacità di bilanciare elettricità, stoccaggi, domanda e produzione locale.
Il luogo del vertice aggiunge un elemento politico. Cipro riporta il Mediterraneo al centro della mappa energetica europea. Non solo per il gas offshore o per le rotte del Gnl, ma anche per le interconnessioni elettriche, il potenziale solare, i rapporti con Nord Africa e Medio Oriente e la sicurezza delle infrastrutture marittime. La crisi energetica non passa più soltanto dai gasdotti dell’Est o dai terminali del Nord Europa. Passa anche dai porti, dai cavi sottomarini, dalle rotte commerciali, dalle isole e dai collegamenti tra sponde del Mediterraneo.
Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante. Roma si presenta da anni come possibile hub energetico del Mediterraneo, ma questa ambizione può avere contenuti diversi. Può significare più infrastrutture per importare e redistribuire gas. Può significare più rinnovabili, accumuli, reti e interconnessioni. Può significare una maggiore capacità industriale nelle tecnologie della transizione. Oppure una combinazione di tutti questi elementi.
La partita italiana si giocherà anche nei prossimi dossier europei: semplificazioni autorizzative, reti, stoccaggi, fondi per l’industria pulita, costi dell’energia per le imprese e sicurezza degli approvvigionamenti. Il dibattito di Nicosia offre quindi un anticipo della linea che l’Ue potrebbe seguire nei prossimi mesi: meno dipendenza dalle importazioni fossili, ma senza ignorare le esigenze immediate di sicurezza e prezzo.
Il difficile equilibrio europeo
La sfida più complessa resta sociale e industriale. La transizione energetica può perdere consenso se viene associata a bollette alte, chiusure produttive e perdita di competitività. Allo stesso tempo, rallentare troppo sulle tecnologie pulite rischia di rendere l’Europa più dipendente da combustibili importati, più esposta agli shock geopolitici e più lontana dagli obiettivi climatici.
Il catalogo della Commissione prova a rispondere a questa tensione partendo da misure concrete: protezione dei consumatori vulnerabili, sostegno all’industria, risparmio energetico immediato, diffusione più rapida di soluzioni efficienti, investimenti nella domanda flessibile e nella produzione pulita. Non è una strategia alternativa al Green Deal, ma un tentativo di renderlo più resistente alle crisi.
A Cipro si vede il tentativo di rendere più concreta la politica energetica europea. La sicurezza non coincide più solo con avere più gas. La transizione non coincide più solo con aggiungere rinnovabili. La competitività non può essere separata dal costo dell’energia. E l’autonomia strategica non si costruisce soltanto cambiando fornitori, ma riducendo i consumi, producendo più energia in Europa, rafforzando reti e stoccaggi, coordinando meglio le decisioni nazionali.
Il gas resta nel quadro, ma non può più occupare tutto il quadro. Sarà ancora necessario in alcune fasi e in alcuni settori, ma la direzione indicata dalla Commissione e dalla presidenza cipriota punta a ridurne il peso strutturale. Il confronto tra i ministri servirà a capire quanto rapidamente gli Stati membri siano disposti a muoversi e quanto spazio vorranno lasciare alle soluzioni nazionali.
La riunione di Nicosia non chiude il dibattito. Lo apre in una forma più esplicita. L’Europa vuole uscire dalla crisi fossile, ma deve farlo senza esporre cittadini e imprese a nuove emergenze. Deve ridurre le importazioni, ma anche evitare nuove dipendenze. Deve accelerare sull’energia pulita prodotta in Europa, ma garantire stabilità al sistema durante la transizione.
Il compromesso che si cerca a Cipro è tutto qui: costruire un’Unione dell’energia capace di reggere alla prossima crisi prima ancora che arrivi.
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Green
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