LUCCA – È arrivata nella tarda mattinata di oggi (11 giugno) la tanto attesa sentenza della Corte d’Assise di Lucca per uno dei casi di cronaca nera che più ha diviso e scosso l’opinione pubblica nazionale. Cinzia Dal Pino, l’imprenditrice balneare viareggina di 65 anni, è stata condannata a 18 anni di reclusione per l’omicidio volontario di Noureddine Mezgui, il cinquantaduenne di nazionalità marocchina travolto e ucciso a Viareggio nella drammatica sera dell’8 settembre 2024.
I giudici, dopo una breve camera di consiglio, hanno parzialmente riformulato la richiesta della procura di Lucca. Il pubblico ministero Sara Polino, durante la sua durissima requisitoria, aveva infatti invocato per la donna la pena dell’ergastolo, contestando la massima volontarietà e la spietatezza del gesto. La Corte ha comunque confermato l’impianto accusatorio principale, rubricando il reato come omicidio volontario, pur senza applicare il massimo della pena ed escludendo le aggravanti più pesanti che avrebbero comportato il carcere a vita.
La tragedia si era consumata nella zona della Darsena viareggina, precisamente in via Coppino. Mezgui aveva sottratto con destrezza la borsa dall’auto dell’imprenditrice, minacciandola per poi allontanarsi a piedi. Dal Pino, invece di allertare le forze dell’ordine, si era messa all’inseguimento dell’uomo a bordo del proprio Suv. Le telecamere di videosorveglianza della zona avevano immortalato i drammatici istanti in cui il veicolo superava la corsia e travolgeva l’uomo per ben quattro volte, schiacciandolo contro la vetrina di un negozio e lasciandolo esanime sull’asfalto prima di recuperare la borsa e allontanarsi. Il 52enne era poi deceduto in ospedale a causa dei gravissimi traumi da schiacciamento riportati.
Nel corso del dibattimento, la difesa della donna, guidata dall’avvocato Enrico Marzaduri, aveva puntato molto sullo stato di forte choc, terrore e alterazione emotiva della sua assistita, richiedendo una valutazione sulla capacità di intendere e di volere. Tuttavia, la perizia psichiatrica disposta dalla Corte e discussa in aula nelle scorse settimane – redatta dagli esperti Stefano Ferracuti e Renato Ariotti – aveva escluso categoricamente il vizio di mente, definendo l’imprenditrice pienamente consapevole delle proprie azioni durante quei tragici minuti. Un elemento, questo, che ha pesato in modo decisivo nella determinazione della colpevolezza da parte dei giudici, i quali hanno accolto anche le istanze dei legali di parte civile, Enrico Carboni e Gianmarco Romanini, che assistevano i familiari della vittima.
Con la lettura del verdetto si chiude così il primo grado di un processo doloroso, destinato a far discutere ancora a lungo.



