PISA – Le elezioni studentesche dell’università di Pisa si sono concluse ridisegnando in modo radicale gli equilibri di un Ateneo storicamente considerato tra i più orientati a sinistra d’Italia. L’esito delle urne segna infatti un risultato senza precedenti: Azione Universitaria raddoppia i propri consensi e, per la prima volta nella storia, conquista un seggio all’interno del Senato Accademico.
Il volto di questo traguardo è Matteo Latrofa, eletto con una vera e propria valanga di consensi: 1002 preferenze personali, il dato individuale più alto registrato nell’intero organo accademico. I numeri diffusi dall’organizzazione parlano di una crescita netta, passando dai 708 voti del 2024 (12,34%) ai 1551 di questa tornata (20,41%). Un’affermazione capillare che ha permesso ad Azione Universitaria di eleggere anche quattro esponenti nel Consiglio degli Studenti (Christian Nannipieri, Cristina Matteucci, Matteo Becherini e Sofia Belcari), un rappresentante nel Consiglio Territoriale degli Studenti del Dsu (la stessa Matteucci) e quasi quaranta delegati distribuiti tra dipartimenti e corsi di studio.
Di contro, lo scenario generale vede un netto calo della lista Sinistra per…, che pur restando la prima forza all’interno dell’Università perde il 15% dei consensi, passando dai tre seggi storici a due, mentre fa il suo ingresso in Senato anche la lista Universitari Liberi.
Per comprendere la portata di questo voto e delineare le strategie per il biennio di mandato appena iniziato, abbiamo intervistato in esclusiva il neo-senatore accademico Matteo Latrofa.
Latrofa, Pisa è sempre stata descritta come una roccaforte della sinistra. La sua elezione rompe un tabù storico: qual è stato il ‘messaggio’ principale che gli studenti hanno voluto mandare con questo voto?
“Il dato che dovrebbe colpire prima di qualunque interpretazione politica è l’affluenza. Oltre 8mila studenti hanno votato per il Senato Accademico, contro i 6100 circa del 2024. È un’esplosione di partecipazione che non si vedeva da anni — e che ha rotto, prima di noi, l’inerzia di un’università considerata addormentata o data per scontata. Dentro questo dato è cambiato lo scenario: Sinistra per… resta la prima forza ma con due seggi su quattro invece dei tre storici, perdendo il 15% rispetto alla tornata precedente. Universitari Liberi entra in Senato. Azione Universitaria conquista il primo seggio della sua storia all’Università di Pisa, raddoppiando i voti e passando dal 12,34% al 20,41%. Il messaggio che leggo è chiaro: gli studenti di Pisa hanno detto che non si riconoscono più in un’unica narrazione. Non è la fine di una rappresentanza, è la nascita di un pluralismo vero. Hanno premiato chi ha messo al centro le loro vite — la didattica, la pratica, la qualità dei servizi — e hanno chiesto il conto a chi per anni ha trasformato l’università in tribuna di battaglie nazionali. Pisa non smette di essere Pisa. Smette di essere a senso unico”.
Avete parlato di mettere gli studenti al primo posto contro le battaglie ideologiche. Qual è il primo problema concreto che porterà sul tavolo del Senato Accademico?
“La prima cosa che porterò sul tavolo è il progetto Strade di Diritto — Percorsi oltre l’Aula. È un piano di formazione complementare per il Dipartimento di Giurisprudenza che ho scritto in questi anni e che ho già condiviso con esponenti del ministero. Cinque percorsi tematici — avvocatura, magistratura e notariato, concorsi pubblici, diritto in azienda, carriere internazionali — pensati per colmare il vuoto tra preparazione teorica e ingresso nel mondo del lavoro. Ma lo porto in Senato non come una cosa per Giurisprudenza. Lo porto come modello replicabile in ogni Dipartimento. Medicina ha bisogno di qualcosa di simile per orientare gli specializzandi. Ingegneria per il passaggio all’industria. Lettere per le carriere editoriali e culturali. Quando dico ‘prima gli studenti’ intendo questo: meno discussioni astratte, più strumenti che cambiano davvero la giornata di chi studia qui. Nelle prime sedute proporrò l’avvio di un tavolo tecnico permanente sul rapporto tra Ateneo e mondo del lavoro. È una cosa che servirebbe da anni e che non si è mai fatta. Adesso si fa”.
Come pensate di alleggerire il peso delle tasse e migliorare i servizi, considerando le scarse risorse e l’esigenza di tagliare gli sprechi nell’Ateneo?
“Voglio essere chiaro su questo punto, perché si presta a fraintendimenti. Parlare genericamente di “sprechi” rischia di diventare un attacco al lavoro di chi tiene in piedi l’Ateneo ogni giorno — e non è quello che penso. Il personale tecnico-amministrativo dell’Università di Pisa fa un lavoro enorme, spesso con risorse insufficienti. Quello che si può fare è altro: razionalizzare. Penso alla digitalizzazione di procedure ancora cartacee, all’integrazione di servizi oggi sparsi tra sportelli diversi, alla revisione di voci di spesa non legate direttamente alla didattica e al diritto allo studio. Sono interventi che alleggeriscono il carico per gli studenti e riducono i costi per l’amministrazione — è win-win, non è ideologia. Sulle tasse la nostra posizione è netta: vanno alleggerite, soprattutto per le fasce intermedie, che oggi pagano molto senza avere accesso ai benefici delle fasce più basse. Ma serve farlo con coperture vere — non con annunci. Dobbiamo intanto cominciare a spendere bene i soldi che si hanno”.
I vostri voti sono raddoppiati. Oltre alla militanza storica, chi è lo ‘studente tipo’ che oggi sceglie la destra a Pisa e cosa vi ha chiesto?
“Le rispondo prima sui numeri, perché aiutano a capire. Siamo passati da 708 voti aggregati del 2024 a 1.551 del 2026 — più che raddoppiati. Abbiamo eletto un senatore accademico, quattro rappresentanti nel Consiglio degli Studenti, un rappresentante nel Consiglio Territoriale del Dsu e quasi quaranta rappresentanti tra corsi di studio e dipartimenti. È una rete diffusa che oggi rende Au la principale forza alternativa alla sinistra all’interno dell’Ateneo. Non è il successo di una persona: è il lavoro di una squadra che in due anni non ha mai mollato. Quanto a chi ci ha votato: la categoria “studente di destra” è una scorciatoia che descrive una parte ma non tutto. Sì, c’è una base militante di centrodestra che si riconosce nei nostri valori — ed è giusto rivendicarla. Ma accanto a questa, in campagna ho incontrato persone diversissime: studenti di Giurisprudenza che chiedevano più pratica e meno teoria, studenti di Economia che parlavano di università come ascensore sociale, studenti di Ingegneria attirati dalla concretezza più che dalle bandiere. Lo studente che oggi sceglie Azione Universitaria a Pisa chiede pragmatismo. Vuole sapere come si scrive un atto giudiziario, non con chi schierarsi sui temi del giorno. Vuole un’università che funzioni — punto. In ordine, le cose che ci hanno chiesto in campagna sono state: più formazione pratica, più trasparenza nelle decisioni degli organi, riduzione delle tasse intermedie, una risposta seria alla crisi abitativa, attenzione vera al diritto allo studio. Sono richieste che dovrebbero essere bipartisan. Noi siamo quelli che le abbiamo prese sul serio”.
Avete due anni di mandato davanti. Qual è il più grande cambiamento che vorrebbe realizzare entro il 2028?
“Se al 2028 sarò riuscito a far diventare Strade di Diritto un modello replicato in più Dipartimenti, e questo avrà aiutato anche solo qualche centinaio di studenti a uscire dall’università con strumenti pratici in più, mi riterrò soddisfatto. Ma se devo indicare un obiettivo di sistema, è uno solo: portare la rappresentanza studentesca da consultiva a sostanziale. Oggi gli studenti partecipano agli organi decisionali ma spesso senza peso reale sulle scelte. Vorrei che entro il 2028, su almeno tre temi chiave — didattica, diritto allo studio, edilizia universitaria — la voce degli studenti diventasse istituzionalmente decisiva, non un atto di cortesia. Significa cambiare il modo in cui i regolamenti si scrivono. Significa che quando si decide qualcosa che riguarda 50mila studenti, quei 50mila non possono essere consultati a cose fatte. È un cambiamento culturale prima che procedurale. Ed è quello a cui dedicherò i due anni di mandato — insieme a tutti gli altri rappresentanti eletti, di qualunque lista, perché su questo non ci sono colori. C’è solo dignità della rappresentanza”.
Qual è la vostra posizione sul dibattito tra didattica a distanza e lezioni in presenza per studenti lavoratori e pendolari?
“Non credo ci sia una contrapposizione vera tra presenza e digitale. C’è una contrapposizione tra scelte adatte al contesto e scelte fatte per pigrizia o per inerzia. La presenza ha un valore insostituibile: lo scambio in aula, il rapporto diretto con i docenti, la dimensione comunitaria dell’università. Su questo non ho dubbi — la formazione universitaria, di base, deve essere in presenza. È così che si costruisce pensiero critico, ed è così che si fa comunità accademica. Detto questo, per gli studenti lavoratori, i pendolari, chi ha responsabilità familiari, chi vive con disabilità, la flessibilità digitale non è comodità. È diritto allo studio sostanziale. La nostra posizione è semplice: presenza come regola, flessibilità digitale come diritto per chi ne ha bisogno. Registrazione delle lezioni, materiali accessibili, possibilità di seguire da remoto in casi giustificati. Investire in tecnologie didattiche serve a includere, non a sostituire. E in un Ateneo che dovrebbe essere all’avanguardia come Pisa, è inaccettabile che oggi questi strumenti non siano sistemici”.
La perdita del 15 per cento della sinistra è colpa degli avversari o merito di un’evoluzione degli studenti pisani?
“Le rispondo con sincerità: probabilmente entrambe le cose, e nella stessa proporzione. È vero che gli studenti di oggi sono cambiati. Sono più pragmatici, più attenti alle prospettive professionali, meno disposti a delegare la propria rappresentanza a logiche che sentono lontane dal loro quotidiano. Questa è un’evoluzione che riguarda l’intero Paese, non solo Pisa, e qualunque forza politica voglia rappresentarli deve adeguarsi — qualunque sia il suo posizionamento. Ma è anche vero che c’è una responsabilità precisa di chi, per anni, ha trasformato gli organi accademici in tribune per battaglie nazionali scollegate dalla vita universitaria. Quando si parla agli studenti di tutto tranne che di università, prima o poi gli studenti smettono di ascoltare. Il calo del 15% di Sinistra per… non l’abbiamo provocato noi. Si sono fatti del male da soli, dimenticando per quale ragione sono in Senato Accademico. Noi abbiamo solo riempito uno spazio che era rimasto vuoto”.
Cosa risponde agli studenti che temono una polarizzazione ideologica con il vostro arrivo in Senato?
“A chi non ha votato per me dico una cosa che intendo prendere sul serio dal primo giorno: in Senato Accademico siederò come senatore di tutti gli studenti, prima che come senatore di Azione Universitaria. Le 1002 preferenze personali che ho ricevuto — la cifra individuale più alta di tutto l’organo — sono un mandato a lavorare per i 50mila studenti dell’Ateneo, non solo per quelli che hanno scritto il mio nome. Il mio mandato non è ideologico, è pratico. Quando in Senato si voterà su un regolamento didattico, sui criteri di un bando, su una decisione che riguarda la vita degli studenti, voterò pensando agli studenti. Non pensando alla mia lista, non pensando ai miei elettori. Sulla polarizzazione: temo molto di più la polarizzazione opposta — quella di un’università monocolore dove le decisioni si prendono senza vero confronto perché tutti la pensano allo stesso modo. La pluralità dei senatori eletti — Sinistra per…, Universitari Liberi, Azione Universitaria — è una ricchezza, non un rischio. Significa che ogni decisione importante sarà discussa da più punti di vista”.
Sul fronte della grave crisi abitativa che spinge gli universitari in alloggi di fortuna, come intendete muovervi?
“La crisi abitativa di Pisa è uno dei problemi più gravi che vivono gli studenti, e voglio essere onesto su come la leggo. Il problema ha radici che vengono da decenni: dagli anni in cui non sono stati stanziati i fondi necessari per costruire studentati pubblici in numero adeguato. Pisa oggi paga il conto di investimenti mancati nei decenni passati. Detto questo, c’è un secondo nodo che riguarda meno la politica e più una mentalità diffusa: quella di una parte dei proprietari immobiliari che continuano a guardare al patrimonio come pura rendita passiva. Appartamenti che restano sfitti aspettando il canone migliore, conversioni sistematiche in affitti turistici brevi, prezzi calmierati visti come una perdita anziché come una responsabilità verso la città. Finché questa cultura non cambia, nessuna politica pubblica può davvero risolvere il problema. La crisi abitativa di Pisa non si risolve cercando colpevoli. Si risolve costruendo un patto serio tra amministrazione, Università, Dsu e proprietari su cosa significa avere una città universitaria che funziona davvero. Sul piano concreto, gli studentati pubblici sarebbero la soluzione strutturale, ma sono lavori di lungo periodo che superano il mio mandato di due anni. Quello che possiamo fare adesso è diverso, ed è già una grande sfida: rafforzare il ruolo del Dsu come intermediario tra gli studenti e il mercato privato. Oggi a Pisa stanno crescendo studentati privati che offrono spazi di qualità ma a prezzi spesso fuori portata. Il Dsu potrebbe stipulare convenzioni con questi operatori per riservare a prezzi calmierati una quota dei posti, garantendo allo studentato privato la pienezza dell’occupazione e allo studente un canone sostenibile. È un modello win-win che in altre città italiane sta già funzionando, e che a Pisa può essere accelerato se Università e amministrazione lavorano insieme. Mi farò promotore di un tavolo permanente tra Senato Accademico, Comune di Pisa, Regione Toscana, Dsu e associazioni dei proprietari. Non per cercare responsabili, ma per costruire soluzioni. In parallelo, una cosa più piccola ma che si può fare subito: trasparenza totale sui tempi di assegnazione Dsu. Oggi gli studenti scoprono di aver perso il posto in graduatoria con settimane di ritardo. Sono inefficienze che si correggono con strumenti digitali semplici e senza grandi investimenti. Il primo segnale di un’amministrazione che ascolta è esattamente questo: rendere visibile ciò che oggi è opaco”.



