Flotilla verso Gaza, è affondata la barca su cui si trovava a bordo Antonella Bundu, candidata presidente Toscana Rossa regionali 2025.
A raccontare il naufragio nel mare in tempesta via social la stessa Bundu, soccorsa da ong Open Arms. Dodici naufraghi tratti in salvo da Open Arms.
L’imbarcazione di Antonella Bundu, come aveva rendicontato lei stessa, non era stata intercettata dalla Marina Israeliana.
Intanto Global Sumud Flotillaha depositato un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo contro l’Italia per Saif Abukeshek Abdelrahim, di cittadinanza palestinese, e Thiago de Avila e Silva Oliveira, di cittadinanza brasiliana “attualmente detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane, in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari”. I due attivisti, rende noto Global Sumud Flotilla, si trovavano a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana.
Sabato 2 maggio presidio di Global Sumud Flotilla davanti al ministero degli Esteri al presidio di Global Sumud Italia per chiedere la liberazione di Thiago Avila e Saif Abukeshek.
Antonella Bundu via social: “La Trinidad è affondata. Ieri era il primo giorno di “tormenta” (tempesta in spagnolo).
Dopo alcune ore di mare grosso, con sballottamenti a destra e a manca, la barca ha cominciato a spezzarsi.
È volata via la battagliola a manca, con candelieri e draglie, lasciando dei buchi importanti nella coperta (nel senso che è partita la ringhiera a sinistra, con i pali sradicati che hanno lasciato fori sulla barca).
Acqua da sotto e da sopra. Noi comuni mortali abbiamo abbandonato rocambolescamente la nave, chiedendo via radio l’intervento di Open Arms“.
Poi Bundu: “Pronti a lasciare la barca, aspettiamo fuori nel pozzetto a poppa, mentre il pannello solare, ancora agganciato ai cavi di acciaio, vola sbatacchiato dal vento.
Ci affianca il gommone della Open Arms.
Un soccorritore con caschetto riesce a zompare sulla Trinidad.
Ci prendono uno alla volta, io per ultima, il capitano decide di rimanere sulla barca.
Quelli sul gommone ci urlano in spagnolo, per sovrastare il rumore del mare:
— Salta solo quando te lo dico io e afferra l’avambraccio del soccorritore. Niente mani.
— Sì, sì — faccio io.
Ecco l’onda che si alza alta al fianco della barca, portando su di sé il gommone, per poi abbassarsi di botto, sbam!, facendo scomparire il gommone.
— Acquattati, per l’equilibrio.
— Sì, sì — faccio di nuovo io”.
Prosegue Bundu: “Si rialza l’onda. Il soccorritore, sono sicura, dice “Vai”. Allora, prima ancora di sentirlo, spicco il volo: scavalco in quella frazione di secondo in cui la barca si alza, o forse è già al picco. Il gommone si abbassa; fatto sta che ormai sono in volo. Allungo il salto e casco rovinosamente sul pagliolato (il pavimento del gommone).
Andiamo a tutto gas, sbattendo sulle onde ma con una sensazione di sicurezza, mentre l’acqua salatissima ci spruzza e ci bagna.
Ho portato con me solo una piccola borsa di tela. Il passaporto in una pochette di plastica al collo, fisso lì dalla notte degli attacchi.
Ci sbarcano sulla nave madre e vanno a riprendere quelli sulle altre due barche.
Guardo nella borsa: è pesante, spero di averci dentro qualcosa di utile. Escono una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo, tre caricabatterie e power bank, auricolari, una bandiera Nuestra Convoy a Cuba, un paio di calzini (utile, ero venuta via senza infilarmeli), un maglione (utile) e la trousse con dentifricio, spazzolino e burro di cacao. STOP!”.
“Ci portano nel comedor, ci danno l’uniforme Open Arms, facciamo finalmente una doccia, anche calda. Laviamo i vestiti sporchi e li mettiamo ad asciugare. Nel frattempo arrivano anche altri. Siamo 12 naufraghi in tutto. Ci mostrano le cuccette: possiamo dormire a turni di 4 ore a testa. Vado a letto alle 23 e alle 3:00 mi alzo.
Siamo ufficialmente naufraghi e attendiamo un porto di sbarco”.



