AREZZO – Arezzo riabbraccia la sua divinità protettrice in un clima di solenne celebrazione che profuma di identità ritrovata. Dopo quasi cinque secoli di ‘esilio’ fiorentino, la Minerva di Arezzo, straordinario capolavoro bronzeo di epoca ellenistica, ha varcato nuovamente la soglia della sua città d’origine. Ad attendere il ritorno della dea al Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate c’era il ministro della cultura, Alessandro Giuli, che ha tenuto a battesimo l’inaugurazione di una mostra destinata a restare aperta fino al prossimo 6 settembre. Un evento che non è solo una parentesi espositiva, ma l’adempimento di una promessa istituzionale fatta a una comunità che non aveva mai smesso di rivendicare le proprie radici classiche.
La storia di questo bronzo è un viaggio nel tempo che inizia nel 1541, quando venne casualmente ripescata dal sottosuolo durante lo scavo di un pozzo in pieno centro. Donata al duca Cosimo I de’ Medici, la Minerva divenne uno dei pezzi più pregiati del suo studio privato, per poi confluire, nell’Ottocento, nelle collezioni del Museo Archeologico di Firenze. Oggi, quel percorso si inverte: “È una giornata di grande gioia perché abbiamo mantenuto l’impegno di far tornare la Dea nella sua sede d’origine”, ha dichiarato il ministro Giuli, sottolineando come l’operazione sia stata possibile grazie a una sinergia impeccabile tra enti locali e MiC. Per il ministro, Minerva non è solo un reperto di inestimabile valore, ma il simbolo stesso dell’ingegno e dell’operosità aretina.
Curiosa e suggestiva la riflessione che Giuli ha voluto tessere collegando il mito pagano alla fede cristiana, tracciando un ponte ideale tra la statua e la Madonna del Conforto, cuore pulsante della devozione locale. “Minerva è la prima rappresentazione mitologica dell’immacolata concezione, una divinità virginale che nasce dalla mente del padre celeste”, ha osservato il ministro, evidenziando la continuità simbolica di una protezione che piove dal cielo. La statua, imponente con i suoi 150 centimetri di altezza, raffigura la dea Atena con i suoi attributi iconici: il chitone, l’egida con la testa di Medusa e l’elmo corinzio. Studi recenti la collocano nei primi decenni del III secolo a.C., probabilmente opera di maestranze italiche o della Magna Grecia.
L’operazione aretina, secondo i vertici del ministero, è solo il primo passo di un percorso più ampio volto a riportare le opere d’arte antica nei territori che le hanno generate, trasformando il patrimonio in un elemento di concordia istituzionale. Collocata in uno degli ambienti più affascinanti della sezione romana del museo, la Minerva torna a osservare Arezzo con il suo sguardo severo e sapiente, ricordando a tutti che la cultura, quando torna a casa, smette di essere solo un oggetto da teca per tornare a essere anima di una città.
“La Minerva – afferma il presidente della Regione, Eugenio Giani – oltre a rappresentare un capolavoro dell’arte antica è anche un simbolo potente di identità, di memoria e di appartenenza. Ritrovarla e raccontarla significa restituire alla comunità un pezzo della propria storia. La cultura è questo: custodire il passato per dare forza al presente e costruire il futuro. Arezzo oggi lo dimostra con orgoglio”.



