Da Reggio Calabria è arrivato più forte che mai il segnale astensionismo.
Soltanto il 22.34% degli elettori è andato a votare per le suppletive Camera dei Deputati che hanno portato in Parlamento il candidato di centrodestra Fabio Roscioli votato da poco più della metà di quel 22.34%.
E il candidato di Vannacci a sfiorare quota 11% con Giannetta passato da Forza Italia a Futuro Nazionale del generale europarlamentare.
Interessa a qualcuno il dato astensionismo? Pare di no.
E, al di là dei proclami, gli stessi da ogni dove e in ogni kermesse elettorale “bisogna riportare gli elettori alle urne”, le urne elettorali sono sempre più deserte.
Tranne quando interessa l’argomento. Come dimostra il referendum giustizia del marzo scorso con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, non poco di questi tempi. Con punte di oltre il 66% in Toscana ed Emilia Romagna.
Oltre il 77% degli aventi diritto in Calabria è rimasto a casa.
Non pare interessi a qualcuno questo dato anche in chiave politiche 2027.
Né al centrodestra, impegnato a sottolineare, come evidenzia Maurizio Lupi forte del suo 1% di Noi Moderati al governo, che “Il centrodestra senza Vannacci vince. E si dimostra come il voto a Vannacci sia solo un voto che al massimo può aiutare la sinistra, come già accade in Parlamento”.
E vedremo come la premier Meloni, leader di Fratelli d’Italia, con Tajani, leader di Forza Italia, Salvini, leader Lega, e Lupi con Noi Moderati forte del suo 1% intendono vincere alle politiche 2027, qualsiasi sia la legge elettorale, con un centrodestra senza Vannacci.
Non pare così interessato al crollo dell’affluenza calabrese in chiave politiche 2027 anche il centrosinistra.
Con Elly Schlein, leader Pd, che da un lato sempre più “testardamente unitaria” porta avanti il suo campo largo sempre fotografato in formazione a quattro Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni.
E annunciando il senatore toscano leader di Italia Viva il sostegno a Conte, se vincerà le primarie.
Quelle che ancora non ci sono.
Dall’altro Schlein è alle prese col fuoco per niente amico riformista che arriva da Prato.
A Prato in assemblea nazionale, con Biffoni sindaco ter padrone di casa alla Casa del Popolo di Coiano, capitanati da Gori, Fassino, Delrio, Guerini, Malpezzi, Quartapelle, i riformisti Pd al Pd hanno lanciato la sfida.
Tracciando, un po’ come Vannacci verso il centrodestra, le proprie linee rosse. A partire da quel sostegno militare a Zelensky a cui Conte dice no.
Tuona l’europarlamentare Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, dopo Prato: “La proposta politica della coalizione che si confronterà con la destra alle prossime elezioni non può nascere dai diktat di questo o quell’alleato. L’unità è importante, ma non al prezzo di un tradimento dei valori e della collocazione internazionale del Partito Democratico. E unità non significa allineamento: il PD ha tutto l’interesse a far emergere le sue specificità, e in particolare la sua anima riformista, perché da lì deriva la possibilità di allargare la base di consenso dell’intera coalizione”.
Una minoranza che vuole contare nel momento in cui conta contare.
Anche alle primarie. Sempre quelle che ancora non ci sono.
Tanto che Taruffi, braccio destro di Schlein, dopo il raduno riformista pratese, per le primarie ha blindato Elly Schlein.
Niente di diverso da quello che sembra essere il dissenso portato avanti nella Lega.
Con Salvini che a Pontida ha annunciato il congresso.
Quello da cui il vicepremier intende transitare per affermare la sua leadership di partito in vista delle politiche 2027.
E l’astensionismo? Con tutti i partiti in tutt’altre faccende affaccendati può essere solo un optional.