Un sistema più flessibile, con percorsi differenti in base alla carriera lavorativa e meno disparità tra categorie di contribuenti. È questa una delle ipotesi che prende forma nel dibattito sulla riforma pensioni, con il governo che starebbe valutando nuovi meccanismi di uscita dal lavoro.
Al centro della discussione ci sarebbe soprattutto una delle differenze che da anni divide milioni di lavoratori: quella tra contributivi puri e lavoratori misti, due categorie che seguono regole differenti sia nel calcolo della pensione sia nelle possibilità di accesso.
Chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi rientra nel sistema contributivo puro. In questo caso l’importo dell’assegno dipende interamente dai contributi accumulati nel corso della carriera e dalle regole di trasformazione previste in base all’età di uscita.
Attualmente questi lavoratori possono accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, se viene raggiunto un determinato importo minimo. In alternativa possono attendere i 71 anni, quando bastano anche cinque anni di versamenti senza limiti economici legati all’assegno.
Per loro esiste inoltre una possibilità di uscita anticipata a 64 anni, sempre con 20 anni di contributi e con specifici requisiti economici.
Lo scenario cambia invece per chi aveva già versamenti prima del 1996.
I lavoratori cosiddetti misti, infatti, possono contare su un sistema che in alcuni casi risulta più vantaggioso nel calcolo dell’assegno, ma dispongono di minori possibilità sul fronte delle misure disponibili.
Ed è proprio su questo punto che potrebbero arrivare le novità più importanti.
Tra le ipotesi allo studio ci sarebbe infatti la possibilità di consentire anche ai lavoratori misti di accedere ad alcune opportunità oggi previste solo per i contributivi puri.
Tra queste compare l’uscita con cinque anni di versamenti a 71 anni e la possibilità di accedere alla formula dei 64 anni con almeno 20 anni di contributi.
La condizione, però, sarebbe una: accettare il ricalcolo interamente contributivo della pensione, rinunciando quindi ai vantaggi del sistema misto o retributivo.
L’idea che emerge è quella di un modello fondato su un equilibrio tra maggiore libertà nella scelta del momento dell’uscita e assegni calcolati secondo criteri più uniformi.
Per il momento non si tratta ancora di misure definitive, ma di ipotesi che potrebbero entrare nel confronto sulle prossime riforme previdenziali.



