Il sonno irregolare torna sotto i riflettori della ricerca scientifica dopo un nuovo studio finlandese che evidenzia un possibile legame tra orari di addormentamento non costanti e un aumento significativo del rischio cardiovascolare.
Secondo i dati pubblicati sulla rivista scientifica Bmc Cardiovascular Disorders, le persone che dormono meno di otto ore per notte e vanno a letto a orari molto variabili potrebbero avere un rischio quasi doppio di andare incontro a infarto o ictus rispetto a chi mantiene una routine del sonno più regolare.
La ricerca è stata condotta da un team dell’Università di Oulu, in Finlandia, e ha analizzato la relazione tra qualità e regolarità del sonno e salute cardiovascolare. Gli studiosi hanno monitorato i partecipanti attraverso dispositivi indossabili capaci di registrare il tempo trascorso a letto e gli orari di addormentamento e risveglio durante la settimana.
L’elemento innovativo dello studio riguarda proprio l’analisi separata dei diversi parametri del sonno. I ricercatori hanno infatti valutato in modo indipendente l’orario di addormentamento, quello del risveglio e il cosiddetto punto medio del sonno, per capire quale fattore potesse incidere maggiormente sul rischio cardiovascolare.
Dai risultati è emerso che l’irregolarità dell’orario in cui si va a dormire rappresenta uno degli indicatori più rilevanti. Nelle persone che già dormono meno delle otto ore raccomandate, questa variabilità si associa a un rischio significativamente superiore di eventi cardiovascolari maggiori.
Secondo gli autori, mantenere una routine regolare del sonno potrebbe quindi avere un ruolo importante nella prevenzione delle patologie cardiovascolari, al pari della durata complessiva del riposo. Non conta soltanto quante ore si dorme, ma anche quando si va a dormire e quanto questi orari restano costanti nel tempo.
Lo studio rafforza una crescente letteratura scientifica che collega la qualità del sonno alla salute del cuore e del sistema circolatorio. In particolare, l’alterazione del ritmo sonno-veglia può influenzare pressione arteriosa, metabolismo e livelli di stress fisiologico, fattori noti per incidere sul rischio cardiovascolare.



