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Sfruttamento lavorativo selvaggio nel distretto tessile pratese, arrestato un imprenditore cinese

Gestiva tre aziende del settore del pronto moda tenendo i lavoratori in condizioni di semischiavitù, chiudendoli anche dentro le fabbriche

PRATO – Nuovi e sconvolgenti retroscena emergono dal distretto industriale tessile pratese, dove l’ombra dello sfruttamento lavorativo selvaggio e del caporalato continua ad allungarsi sui capannoni del pronto moda.

Il Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Prato, su formale richiesta della locale procura, ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari, con l’obbligo del braccialetto elettronico, nei confronti di un imprenditore cinese residente in città. L’uomo, originario dell’Hebei, è accusato di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina. L’ordinanza è arrivata al termine di un interrogatorio preventivo – introdotto dalla riforma legislativa dell’estate del 2024 – istituto che ha permesso all’indagato di visionare gli atti ma che ha vistol’uomo rendersi inizialmente irreperibile per alcuni giorni, prima di decidere di costituirsi spontaneamente nella serata di ieri presso le autorità.

L’indagato non è un volto nuovo per gli inquirenti, avendo già patteggiato in passato una condanna definitiva per reati identici. Già all’epoca era emersa la sua spregiudicata indole violenta, dacché le prime indagini erano scaturite dall’aggressione fisica subìta da una sua operaia cinese ‘colpevole’ di aver chiesto una giusta retribuzione. Senza mostrare alcuna forma di resipiscenza, l’uomo aveva affinato la propria tecnica di mimetizzazione aziendale, riuscendo a gestire – attraverso prestanome compiacenti – ben tre imprese individuali tessili attive su commessa di importanti marchi della moda di scala internazionale e noti brand italiani. La svolta nell’inchiesta odierna è arrivata grazie al disperato grido d’aiuto lanciato da altre due lavoratrici cinesi.

Il quadro delineato in oltre un anno di indagini, con cento giorni di monitoraggi costanti e intercettazioni telefoniche da parte degli inquirenti, restituisce uno spaccato di assoluta disumanità. Erano venti gli operai cinesi contati all’interno della ditta, quasi tutti irregolari sul territorio nazionale e giunti in Italia tramite canali di immigrazione clandestina. I turni di lavoro a cui venivano sottoposti erano a dir poco massacranti: sedici ore giornaliere, sette giorni su sette, senza alcun riposo festivo e in totale assenza di tutele previdenziali o assicurative. La manodopera veniva alloggiata in due dormitori fatiscenti ricavati a poche decine di metri dai siti produttivi.

A rendere ancor più drammatica la situazione era la costante violazione della libertà personale dei dipendenti, tutti in evidente stato di bisogno. Per massimizzare la produttività ed evitare che potessero allontanarsi o essere intercettati durante eventuali controlli della polizia, i lavoratori venivano letteralmente rinchiusi a chiave dentro le fabbriche. Una reclusione forzata che ha esposto gli operai a un gravissimo rischio per la loro incolumità, poiché in caso di incendio non avrebbero avuto alcuna via di scampo. Di fronte all’omertà delle vittime, i finanzieri sono riusciti a calcolare i salari basandosi sui ‘quaderni del cottimo’: le retribuzioni erano quantificate in pochi centesimi di euro per ogni singolo capo di abbigliamento prodotto, determinando stipendi da fame e ampiamente al di sotto dei minimi previsti dai contratti collettivi nazionali.

Parallelamente allo sfruttamento dei lavoratori, l’indagato riusciva ad accumulare ingenti profitti evadendo totalmente il fisco. Una delle ditte è stata infatti stanata dall’Agenzia delle Entrate per aver omesso la presentazione di tutte le dichiarazioni Iva periodiche, per il mancato versamento di ritenute e tributi e per aver emesso fatture per importi esorbitanti a fronte di zero dipendenti regolarmente assunti. L’imprenditore usava astuti espedienti per restare nell’ombra: durante un precedente controllo di polizia in una delle sue aziende, l’uso dei prestanome e la reticenza forzata dei lavoratori gli avevano persino permesso di evitare l’arresto in flagranza.

L’eccellente risultato investigativo è stato ottenuto grazie alla perfetta sinergia tra la procura pratese, il Gruppo antisfruttamento dell’Asl Toscana Centro e il Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Prato.

© Riproduzione riservata

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