FIRENZE – Erano giovani, avevano perso la casa e spesso la famiglia, ma non la volontà di costruire il proprio futuro sui libri. In occasione del Giorno del Ricordo 2026, l’università di Firenze riapre i propri cassetti della memoria per rintracciare i volti e le storie di quegli studenti che, nell’immediato secondo dopoguerra, arrivarono nel capoluogo toscano fuggendo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
L’iniziativa, lanciata nell’Aula Magna del Rettorato, vede la collaborazione tra l’Archivio Storico dell’Ateneo e il Comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Angvd). L’obiettivo è ambizioso e toccante: restituire dignità e voce a una generazione segnata dall’esodo ma capace di ripartire attraverso lo studio.
Tutto nasce dalla rilettura di documenti conservati per decenni nei fascicoli dell’Ateneo. Tra il 1945 e il 1946, in un’Italia che cercava faticosamente di gestire il rientro di deportati e profughi senza alloggio né lavoro, l’Università fiorentina ricevette circa cinquecento domande di aiuto all’Opera Universitaria. Decine di queste provenivano da ragazzi scappati dalle province orientali occupate dalle formazioni partigiane jugoslave.
Quelle carte, spesso scritte a mano su fogli di fortuna, non sono semplice burocrazia. Raccontano di fughe precipitose da Zara, Gorizia, Trieste, Pola e Fiume, di parenti persi nei campi di prigionia o di sterminio, e della necessità vitale di ottenere sussidi per vitto e alloggio o l’esonero dalle tasse. Lo Stato, pur con risorse limitate, cercò di agevolare questi “reduci o assimilati” garantendo l’accesso alle mense e corsi straordinari per permettere loro di riprendere i percorsi interrotti.
Per trasformare questi nomi in storie, i promotori hanno diffuso un appello pubblico rivolto a familiari, studiosi e cittadini affinché condividano foto, lettere o ricordi. Si cercano, tra gli altri, dettagli sulle vite di Giovanni Bilucaglia, nato a Dignano d’Istria nel 1926 e iscrittosi a Medicina, o di Silvana Babbi, giunta da Fiume per studiare Lettere. E ancora le tracce di Pietro Corenich e Licia De Franceschi, entrambi fiumani e iscritti ad Agraria, o di Luciano Ortali, profugo istriano che cercò di completare gli studi in Giurisprudenza.
Dietro ogni riga di quei registri accademici si cela una vicenda umana fatta di dolore per l’abbandono della propria terra e di speranza nella ricostruzione. La “call” presentata dalla delegata all’inclusione Maria Paola Monaco mira proprio a ricomporre questo mosaico spezzato, rintracciando le fila di esistenze che scelsero Firenze come nuova patria per ricominciare a vivere.



