PISA – Il vuoto cosmico smette di essere un nemico. Per decenni è stato l’incubo degli ingegneri: un ambiente ostile che congela, surriscalda e blocca i meccanismi. Oggi, grazie a un’intuizione tutta italiana, diventa una risorsa preziosa.
È questa la rivoluzione descritta sulle pagine di Nature Communications. Lo studio, coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ribalta le regole della robotica spaziale. Al fianco dell’ateneo pisano hanno lavorato l’Università di Trento e l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT).
Il team ha sviluppato una nuova classe di attuatori elettrostatici. In parole povere: muscoli artificiali per i robot. Fino a ieri, muoversi nello spazio era complicato. I motori elettrici tradizionali sono pesanti. Hanno bisogno di lubrificanti speciali per non grippare. E senza aria per disperdere il calore, rischiano di bruciare in fretta.
La soluzione italiana è geniale nella sua semplicità. I nuovi dispositivi sfruttano le proprietà elettriche del vuoto per funzionare meglio. Niente ingranaggi. Niente grasso o oli. Peso ridotto al minimo. I test hanno confermato che questi attuatori sono veloci e potenti. Hanno un rapporto potenza-peso elevatissimo e consumano pochissima energia. Sono le caratteristiche perfette per l’orbita, dove ogni grammo risparmiato vale oro.
“Abbiamo trasformato un limite in un alleato”, spiega Ion-Dan Sirbu, primo autore della ricerca. Il vuoto diventa parte del motore stesso, garantendo prestazioni impossibili sulla Terra con le tecnologie attuali.
I vantaggi sono pratici ed economici. Marco Fontana del Sant’Anna ricorda che “ogni chilo in più costa una fortuna nei lanci spaziali”. Questi motori leggerissimi abbatteranno i costi. Inoltre, come sottolinea Giacomo Moretti (UniTrento), l’assenza di attrito con l’aria permette velocità impensabili. Il segreto sta anche nella fabbricazione. Virgilio Mattoli (IIT) spiega che la chiave è l’uso di sottilissimi film isolanti flessibili, capaci di resistere alle condizioni estreme.
Le applicazioni? Infinite. Si va dai robot per riparare i satelliti alle sonde per l’esplorazione planetaria, fino ai telescopi di nuova generazione. E in futuro, questa tecnologia potrebbe tornare sulla Terra, magari per esplorare gli abissi oceanici o lavorare in ambienti industriali estremi.
L’Italia, con questa scoperta, mette una firma importante sul futuro dell’esplorazione spaziale.



